The trouble with nature: un road movie che prende le cose con filosofia

Lungi dal fare le cose alla carlona, l’esordiente regista danese Illum Jacobi preferisce prenderle con filosofia. Nell’opera prima The Trouble with nature costeggia la tenuta stilistica dei colleghi più riveriti dalla critica intellettuale senza tuttavia prendersi troppo sul serio. Alla prova dei fatti, nella piena convinzione che ogni debutto costituisce se non altro una prova di buona volontà, a parte i folgoranti avvii degli autori coi fiocchi, l’egemonia delle componenti figurative rispetto a quelle introspettive è già piuttosto emblematica.

La ricostruzione storica risulta, infatti, abbastanza scrupolosa. In virtù dell’apprezzabile cura dei dettagli. Il rapporto, invece, dei personaggi con il territorio eletto a location resta in superficie. L’egemonia in tal senso della gelatina del segno d’ammicco sulla polpa del vigore espressivo pregiudica l’opportuna gamma delle soluzioni tecniche necessarie ad abbinare l’atmosfera d’epoca alla forza significante dei valori pittorici. Promossi ad assoluti punti di convergenza tra immagine e immaginazione dagli artisti visionari inclini a spezzare una lancia con maggior convinzione in favore della cosiddetta aura contemplativa. La vicenda del Cicerone britannico, Edmund Burke, avvinto dall’eloquio perentorio ed erudito degli stoici latini, deciso a mettere a frutto il proprio fulgido ed eterogeneo bagaglio culturale sin dall’età verde, trascorsa nei campi della natìa Irlanda, è certamente una storia con un’ottima base narrativa. Che la sceneggiatura sfrutta sotto l’aspetto della progressione drammatica, mostrando le slogature dell’anima dell’inquieto giovane, destinato ad avere un luminoso futuro, dinanzi allo scarso orientamento nella terra dei padri.

Il versante in ombra dei legami di sangue e di suolo che innescano la molla del rigetto dell’enfant prodige, che riuscirà ad abbinare il dono della prosa all’assennatezza dei giuristi dalla conoscenza enciclopedica, rappresenta un rammarico. In quanto, se adeguatamente approfondito, sarebbe stato capace di trascendere parecchie banalità in merito alla differenza tra “bello” e “sublime” stabilita dal vispo ma controverso letterato ad appena diciannove anni. I tagli di luce negli esterni, quando il protagonista interrompe il diktat dei silenzi, poco eloquenti e parecchio noiosi, preferendo l’autocompiacimento dei vaniloqui, lasciano il tempo che trovano. L’attenzione alla forma non basta a celare la penuria di contenuti sul piano della geografia emozionale. Va da sé che la mancanza di attaccamento ai luoghi dell’anima porterà Sir Edmund a redigere A Philosophical Inquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful in chiave polemica con l’appartenenza caldeggiata dalla tradizione. L’ordine naturale delle cose, visto come qualcosa di sorpassato ed ergo da superare dagli alfieri dell’Europa individuata alla stregua di una commonwealth di nazioni ovviamente diverse ma unite lo stesso dalla speranza condivisa di condurre nell’avvenire il meglio di un lascito giuridico e filosofico comune, non giunge mai al diapason. Il mix di parole piene e parole vuote spese nel bosco di fronte all’indifferenza del creato, pareggiata dal classista uomo di pensiero che lascia sfacchinare la pia domestica con un fardello dietro la schiena, stenta ad accendere il diritto alla fantasia.

Ce ne vuole d’altronde ben poca per capire che la bellezza del fiore in boccio diviene un incubo per l’altero Edmund. Svegliatosi di botto col canto degli uccellini nelle orecchie mal disposte ad ascoltare suoni diversi dalla voce della presunta ragione. The trouble with nature in determinati passaggi richiama alla mente L’estate di Giacomo. Però l’attitudine a conferire maggior importanza al trucco, ai costumi, al rigore dei particolari, alla fin fine privi dell’acume alieno alle mere pagine illustrative, trascura la verità spirituale che trae partito dai riverberi panteisti. Ma certo il buon Jacobi, al momento attuale almeno, non arriva neanche alla caviglia di Apichatpong Weerasethakul e Terrence Malick. L’avventizio allievo nordico comunque non sembra crearsi troppi problemi al riguardo. Anzi. Pago dello sforzo compiuto per garantire alle inquadrature di quinta la valenza del pedinamento d’origine zavattiniana, strizzando in tal modo l’occhio ai presunti intenditori, lascia che gli effetti suggestivi dei paesaggi nebbiosi prevalgano sull’autentica virtù di riflettere appieno l’altalena degli stati d’animo. Il confronto della lingua inglese con la lingua francese, in mezzo all’ovvia reazione mimica di un bifolco dall’aria attonita, snuda le carenze dell’idonea gestualità del cast.

Il modesto appeal recitativo degli interpreti, incluso l’attore e musicista anglosassone Antony Langdon nel ruolo del filosofo in crisi esistenziale che cerca sulle montagne dei nostri cugini transalpini una ragione per potersi definire uno splendido quarantenne, sulla medesima falsariga di Nanni Moretti in Caro diario, nuoce pure al mix di facce, monologhi, semitoni, soprassalti ora di rabbia ora di tenerezza che agiscono da battistrada per l’epilogo. Col capo cosparso di cenere. Nathalia Acevedo, memorabile nella scena della sauna in Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas in cui la libidine mette a tacere il bisogno d’amore e di decoro, delude le attese nei panni della servetta che scorta l’indifferente intellettuale, pentitosi da copione a un tiro di schioppo dallo scontato epilogo, esibendo un broncio assai monocorde. Alcune soggettive nelle rocce, lontano dalla protettiva Provenza, disprezzata dapprincipio, ravvivano l’apologo sul rilievo lirico dell’universo circostante, che diviene motivo d’ispirazione e addirittura di rinascita, aumentando il dispiacere per le occasioni mancate. L’agire del sapiente redento, al termine di composite gag d’alleggerimento francamente trascurabili, benché avvezze a strappare qualche sorriso stemperante, rientra nella pittura d’ambiente generale. Povera d’estro e priva di rammarichi. Giacché estranea a echi ed elucubrazioni rinvenibili negli esami comportamentistici che sanno dirle delle belle e mettono il bavaglio alle inutili banalità scintillanti. Viceversa, a dispetto del titolo, The trouble with nature rifugge dal problema dei dispendi di fosforo e considera utili le inutili banalità scintillanti. A ciascuno il suo.

 

Massimiliano Serriello