La cineasta norvegese Emile Blichfeldt esordisce alla regia con The ugly stepsister, adattando per il grande schermo la fiaba di Cenerentola dei fratelli Grimm e rendendola grottesca e, al contempo, orrorifica.

Interpretata da Lea Myren, Elvira è una diciottenne che sogna il principe Julian, l’amore della sua vita, il quale possiede le fattezze di Isac Calmroth.

La giovane è in viaggio insieme a sua madre Rebekka e sua sorella Alma, ovvero Ane Dahl Torp e Flo Fagerli, dirette nel regno di Swedlandia. Giungono al castello di Otto, portato in scena da Ralph Carlsson, un vedovo aristocratico padre di Agnes alias Thea Sofie Loch Næss, la quale vede poi convolare a nozze suo padre con Rebekka. Il matrimonio ha però una brevissima durata, poiché l’anziano nobiluomo viene stroncato da un infarto durante una cena. La vedova resta di sasso quando apprende che il suo sposo non aveva più denaro, ma solo una montagna di debiti. Vede quindi come unica soluzione, per risollevare le sorti della sua famiglia, quella di far sposare la maggiorenne Elvira con un nobile facoltoso, però l’aspetto della ragazza non aiuta nell’impresa. Ricorre per questo alle cure estetiche del famigerato chirurgo Dr Esthètique, che ha i connotati di Adam Lundgren, il quale cerca di migliorare il suo volto attraverso operazioni ai limiti della tortura.

The ugly stepsister è un film che gode di ottime scenografie, curate con dovizia di particolari da Sabine Hviid e Klaudia Klimka, che con estrema sapienza rievocano un’epoca a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento in un regno immaginario come quello di Swedlandia. La fotografia di Marcel Zyskind è sublime e ben si coniuga con l’aspetto grottesco del lungometraggio, ove anche i costumi di Manon Rasmussen costituiscono un ulteriore quid pluris per un impatto visivo di alto livello. Il film di Emile Blichfeldt rammenta analogie con il cinema di Sofia Coppola, in una perfetta commistione tra classico e moderno che suggerisce assonanze con il suo Marie Antoinette, il tutto esaltato anche dalla colonna sonora di John Erik Kaada e Vilde Tuv.

Il tono è sarcastico, con una forte inclinazione verso un’ironia che rende ilari anche alcune sequenze molto drammatiche che indugiano senza freni verso un body horror truce e raffinato al tempo stesso. L’opera della cineasta norvegese ha un impatto peculiare che rievoca anche il cinema del fantastico e dell’orrore degli anni Settanta, e ne trascende inoltre le venature gotiche, con un exploitation che ha una eco di suggestioni surreali e visive per raffinatezza e influenze oscillanti tra La bestia di Walerian Borowczyk e Fantasie di una tredicenne di Jaromil Jires. The ugly stepsister rivela dunque una regia ispirata, che gestisce sapientemente tensione e morbosità tracimanti in una rivisitazione malata e delirante della fiaba classica di Cenerentola, non lesinando una critica all’ossessione per la bellezza.

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