Tim Burton a Roma per raccontare il suo Dumbo

Autore, tra l’altro, di Edward – Mani di forbice e La sposa cadavere, il cineasta californiano Tim Burton ha incontrato a Roma la stampa per parlare della sua ultima fatica dietro la macchina da presa: Dumbo, rilettura live action dell’omonimo lungometraggio d’animazione Disney risalente al 1941.

Noi di Mondospettacolo.com c’eravamo.

 

Fin dalle prime immagini di questo film, colpiscono gli occhi di Dumbo. Nella maggior parte dei suoi film i personaggi parlano attraverso lo sguardo…

Poiché in Dumbo l’elefantino non parla, le sue emozioni dovevano essere espresse in modo diverso. Il risultato di una ricerca di una forma più pura e naturale in un mondo così caotico non poteva essere che lavorare attraverso lo sguardo.

 

Questo film è sull’industria dello spettacolo, sullo show business, sul successo di un artista indipendente e su come le logiche commerciali riescano, alla fine, a distruggere tutto…

La descrizione è calzante, ma nel film c’è il lieto fine, non dimentichiamolo.

Nel film sembra esservi un appello, molto dibattuto anche livello internazionale, sul circo senza animali…

Pur avendo fatto dei film con ambientazioni circensi, io non ho mai amato il circo: i clown mi hanno sempre terrorizzato e non mi è mai piaciuto vedere gli animali sfruttati. Lo zoo, invece, credo sia diverso, perché è il luogo dove i bambini possono imparare qualcosa su animali che non conoscono e, inoltre, in molti casi servono a salvare e tutelare le specie in estinzione. Ma il circo non mi è mai piaciuto. Ad eccezione dei cavalli e dei cani, che, invece, lì sembrano divertirsi.

 

In questo film, a differenza della versione originale, ha scelto di dare più spazio alla componente umana, perché?

Ciò che mi è piaciuto della sceneggiatura è stato il parallelismo tra la storia dei personaggi umani e Dumbo, entrambi segnati dalla perdita di un genitore o di qualcos’altro. Il disorientamento e la paura sono sentimenti comuni ad entrambi. Ho trovato interessante raccontare la storia degli uomini che si svolge attorno a quella di Dumbo ed esplorare le diverse forme di famiglia.

Il suo cinema negli anni è diventato sempre più digitale. È un segno del tempo o una scelta personale?

Le cose cambiano, abbiamo a disposizione nuovi strumenti. Io amo la stop motion nei film d’animazione, ma mi mancano le tecniche di una volta. Alla fine, è sempre presente in me la passione per la natura tattile del fare cinema e cerco di mantenerla.

 

Domani riceverà il Premio alla Carriera nel corso della Sessantaquattresima edizione dei Premi David di Donatello. Come si sente?

Io non sono abituato a ricevere molti premi e mi sento molto emozionato. È un premio speciale per me. Ci tengo molto, anche perché mi sono sempre ispirato a registi italiani come Federico Fellini, Mario Bava e Dario Argento. Loro rientrano tra i motivi per cui oggi faccio cinema.

 

Anastasia Mazzia