Titane: il percorso di un body horror sui generis

Dopo l’esordio avvenuto con Raw – Una cruda verità, scandagliando lo sconvolgente excursus psicologico ed emotivo di una fragile studentessa vegetariana che diviene cannibale per reagire all’egida del bullismo, l’ambiziosa regista parigina Julia Ducournau conferma in Titane, insignito della Palma d’Oro al settantaquattresimo Festival di Cannes, l’assoluta predilezione nei riguardi dei body horror.

Il film, lodato oltremisura dal presidente di giuria Spike Lee al punto da annunciarne in anticipo la vittoria, a dispetto del protocollo cerimoniale, offre comunque diversi motivi di riflessione. Sia in merito ai recessi dell’animo umano, perlustrati attraverso un pathos ai limiti della sopportabilità, sia sul versante dell’intrinseca fenomenologia esistenziale. Congiunta in filigrana alla palingenesi innescata al termine dei supplizi corporali esibiti da copione.

Per la gioia dei cinefili già andati in solluchero con le possessioni demoniache imperanti in Rosemary’s baby di Roman Polański e nel cult L’esorcista di William Friedkin, col mostro uscito dalla pancia del nocchiere spaziale in Alien di Ridley Scott, con l’insolenza del dottore intento a insidiare senza la testa i profili di Venere in Re-Animator di Stuart Gordon. Persino con le amputazioni inferte alla donna dei sogni in Boxing Helena di Jennifer Lynch, ai limiti del ridicolo involontario. Il rischio, eluso in precedenza ricavando linfa dalla densità contenutistica ad appannaggio di Brian De Palma in Carrie – Sguardo di Satana per poi aggiungere motu proprio alla crudezza oggettiva l’angoscia surreale garantita dalla capacità di scrivere con la luce, non affiora neanche questa volta: lontana dalla poltroneria dei nani sulle spalle dei giganti, che attingono all’ingegno altrui per celare l’assenza d’idee originali, Julia Ducournau mette l’impianto luministico al servizio della conversione degli ormai triti rimescolamenti metafisici in imprevedibili ragguagli introspettivi e addirittura in compenetranti effetti sentimentali ed empatici. L’aura contemplativa e il tran tran giornaliero dei vigili del fuoco in aggiunta ai canonici scenari da brivido, che risulteranno graditi a Michele Soavi, in grado d’impreziosire la molla dell’ispirazione degli esordi col ricordo del servizio militare prestato in veste di pompiere, costretto ad assistere dal vivo a spettacoli raccapriccianti, costituiscono in teoria un ulteriore progresso. Rispetto alle sequenze di terrore che riverberano l’abitudinario intarsio di contesti soprannaturali ed enigmi da risolvere col concorso d’infertili luoghi comuni. Privi, cioè, del talento visionario volto ad appaiare la suggestione ambientale e gli sviluppi imprevisti, sorti dall’incedere dei disturbi psicopatologici, ai valori dell’immaginazione. Rappresentati dalla meraviglia fiabesca che trasfigura gli elementi del fuoco e dell’acqua, utilizzati da Soavi con La setta per razionalizzare l’assurdo in un inferno sulla terra dominato dalle pratiche esoteriche, individuando nel cielo, ed ergo nell’effigie della speranza, l’antidoto contro l’empia furia omicida.

Prima d’imbattersi nel comandante dei vigili del fuoco impersonato dal dimesso ma incisivo Vincent Lindon, fingendo di essere il figlio scomparso in tenera età per sfuggire alla giustizia, l’immusonita ballerina Alexia sembra decisa ad anteporre la sete di sangue a quella d’amore. Mentre l’influenza tra suoni diegetici ed extradiegetici, le inquadrature di profilo, la precisione geometrica delle inquadrature e dell’intrigo impregnano l’immane trauma dell’incidente automobilistico, col rimando sottobanco a Shining di Kubrick che accompagna lo straniamento di Alexia da bimba, alla cui tempia viene applicata un’algida lamina di titanio, il prosieguo rifugge dai richiami citazionistici: i lascivi passi di danza sul cofano dell’automobile, in piano-sequenza, sulle note della martellante musica da discoteca e sulla scorta degli abili movimenti rotatori della macchina da presa, sono estranei ai plagi spacciati per omaggi. Idem la necessità espressiva del campo lungo, fuori dal locale per soli adulti, con l’invadente fan all’inseguimento della star divenuta per pochi attimi preda. I rituali dell’incallita serial killer, il dinamismo dell’azione e l’amplesso consumato con la Cadillac esulano ancor più dall’ordinario. Il passaggio però alla presunta malattia dei sentimenti, rivelatisi invece rivelatori se non salvifici, al mito dei muscoli d’acciaio, all’atmosfera da caserma, allo spirito di squadra dei vigili del fuoco agli ordini dell’ingrigito capociurma, persuaso di aver ritrovato l’amato erede, ma perplesso dagli insistiti silenzi, snuda nuovamente l’impasse delle idee prese in prestito. Ad American history X di Tony Kaye, a Fight Club di David Fincher, a Gunny dell’intramontabile Clint Eastwood.

Persino la scena in cui il genitore vittima del raggiro di Alexia la spinge a trarre partito dal ritmo del celebre singolo musicale Macarena, per applicare la concomitanza di compressioni al torace d’una mamma in crisi cardiaca e rianimarla con la respirazione bocca a bocca, sa di déjà-vu. Al contrario della canzone Nessuno mi può giudicare accostata in chiave anticonvenzionale alla mattanza compiuta in precedenza. Quando non s’intravedeva la benché minima traccia della compassione provata per l’uomo d’ordine schiavo degli steroidi, delle flessioni tentate con urla ferine, dell’elaborazione del lutto. Interrotta dalla pantomina cominciata col cambio dei connotati, con le automutilazioni, coi cinici ghigni. Destinati a cedere il passo alla pietas, al dolore per il pezzo di ferro portato in grembo, per l’insospettabile peso sulla coscienza. Attanagliante tanto quanto gli spasmi al ventre funesto. Significa che l’horror puro guida l’instabile regista nella strada dell’originalità autoriale, rendendo casi palesi carichi di mistero, e, viceversa, la sterzata nel calore della dinamica interiore, al servizio dell’egemonia del cuore sul cervello, la spinge a scopiazzare? Purtroppo sì: la smania di alzare il tiro, di trascendere la ripugnanza della deformità, d’infonderle la reinvenzione dell’opera monumentale, avvezza alla ricerca del tempo perduto sull’esempio di Proust, traligna in approssimazione. Sopperita alla bell’e meglio dai picchi lirici, affidati ai suoni percussivi, dalle mire pittoriche di stilisti visivi come Russell Mulcahy in Highlander – L’ultimo immortale, dalla suspense distillata a ogni piè sospinto. D’immortali comunque in Titane non c’è nemmeno uno. E alla prova del nove le correnti patetiche, insieme all’inesausta attesa angosciosa, mandano all’aria i contorti percorsi di un body horror che cerca di far tornare i conti in zona Cesarini. Con buona pace dell’arrogante boria di sfuggire ai canoni sistematici, nemici d’ogni slancio poetico, nonché a qualsiasi morale della favola.

 

 

Massimiliano Serriello