Lo sradicamento del popolo palestinese, anziché essere contrapposto al radicamento alla Terra promessa degli ebrei ed esibire la definizione di rifugiati nei campi profughi della Striscia di Gaza, ispira all’ambizioso regista Mahdi Fleifel, nativo di Dubai, cresciuto nel sud del Libano, trasferitosi poi in Danimarca, il film di finzione To a land unknown imperniato sull’impasse dell’inesorabile flusso migratorio che comporta per alcuni accigliati esiliati di trovarsi bloccati ad Atene in attesa di riparare nel Bel Paese o nell’arcigna seppur sospirata Germania.

Mentre senza l’ausilio della psicotecnica recitativa era riuscito nel toccante documentario A World not ours – Un mondo non nostro ad appaiare crudezza oggettiva ed empatia soggettiva ricavando linfa dall’esperienza patita sulla propria pelle di vivere nel campo profughi di Ain al-Hilweh, prima di fare fagotto in direzione dell’Europa, adesso l’aspirante autore con la “a” maiuscola affida soprattutto allo spettacolo secondario della recitazione il compito d’impreziosire le scelte espressive maturate dietro la macchina da presa.

Suggerite più dalla maestria stilistica di rinomati antesignani, tipo l’arguto ed estroso John Schlesinger in Un uomo marciapiede, bravissimo ad approfondire le contraddizioni dell’Università della strada di New York facendo tesoro dei cavalli di battaglia del Free Cinema inglese, che dall’effettiva conoscenza intima del tema trattato. Intento a scandagliare diverse faccende meritevoli in ogni caso d’approfondimento correlandole tra loro. Dall’afflizione di sentirsi stranieri ovunque alla microcriminalità connessa alle condotte devianti che strabordano nelle aree svantaggiate. Dalla spirale della droga, i cui fattori di rischio cementano la dimensione profonda ed evocativa della classica tragedia greca adattata ai disturbi cronici imperanti oggigiorno, alla scoperta dell’alterità contemplata dalla geografia emozionale. Attraverso i paesaggi riflessivi emersi in luoghi dapprincipio respingenti. Dai sotterfugi escogitati sfruttando lo status d’esuli, col reato di favoreggiamento a supporto dell’ingresso alla chetichella nelle mete agognate, al lavacro purificatore attribuito in senso figurato all’utopico raggiungimento dell’agognato traguardo. Il sibilo iniziale del vento, l’effigie dello spazio attivo con la panchina sugli scudi dove avvengono gli scippi, giustificati sulla base dell’attanagliante indigenza, la tendenza a veicolare l’attenzione degli spettatori in alcuni dettagli carichi di significato, per mezzo dell’apposita correzione di fuoco, tradiscono l’insistito ricorso all’inidoneo timbro intellettualistico.

Assai distante, per via dell’estrema autoreferenzialità volta a regredire il rilievo contenutistico in merito alla sofferenza che impartisce lezioni cruciali ad affrettata esaltazione formalistica, dall’opportuno carattere d’autenticità. Scevro dalla deleteria egemonia delle modalità esplicative ad appannaggio delle opere programmatiche sui fecondi silenzi congiunti al lavoro di sottrazione d’ascendenza bressoniana. In sostituzione degli sguardi tirati sino allo spasimo, che comunicano meglio dei vari segni d’ammicco legati tanto alla scrittura per immagini quanto alla compiaciuta destrezza di scrivere con la luce i modi machiavellici di reagire agli intoppi dettati dalla voluttà d’imboccare una lieta inversione di tendenza, prendono piede nell’inesausta interazione tra habitat anaffettivi ed esseri umani scalpitanti degli escamotage assai trascurabili. Tipo gli interni claustrofobici pervasi dal fumo di sigaretta, che assume quasi una valenza scenografica ed emblematica sulla falsariga di quello imperante in All that jazz di Bob Fosse, senza equipararne l’idea di nebulosità correlata all’ambiente ritratto sul grande schermo, e le inquadrature di quinta congiunte al costante senso d’angoscia frammisto agli espliciti scenari sgranati.

Mentre la lodevole spontaneità di tratto riscontrabile nella performance vibrante ed epidermica del misconosciuto ma bravissimo Mahmood Bakri nel ruolo dell’inquieto Chatila, che morde il freno per levare le tende, ricongiungersi con moglie e figlio, confinati in Patria nell’ennesimo campo profughi, tenere il labile cugino Reda lontano dagli spacciatori amici del giaguaro nonché sedurre un’immalinconita milf locale, schiava della bottiglia, allo scopo di persuaderla ad aiutarli nello sbarco occulto nei porti ritenuti sicuri, sopperisce ai passaggi romanzeschi, riassunti nel sequestro di persona avvenuto sulla scia dei contesti di prevaricazione esacerbati dall’applicazione dell’adagio latino “Mors tua vita mea”, la misura modesta degli echi in filigrana dell’amaro ed erudito affresco sociale anglosassone In questo mondo libero di Ken Loach trascina persino lo scrupolo di scavare sui volti di vittime e carnefici colti nella reciproca vulnerabilità del sonno nel gioco preso troppo sul serio degli spostamenti introspettivi a corto di contrappunti sagaci. Ed ergo adatti a impedire all’accidia degli spunti decisivi attinti agli inarrivabili maestri d’oltremanica di mostrare la corda. Evidenziata dal copia e incolla del funesto epilogo di Un uomo da marciapiede col surplus, ai limiti del ridicolo involontario, del trapasso dal buio nel tunnel dell’autobus incanalato nell’ardua svolta all’ingannevole bagliore profuso fuori dal simbolico sottopassaggio. Addentrandosi nell’ottenebrazione morale bisognosa di riscatto, To Land a unknown rileva l’imperizia di cogliere la microfisionomia dei gesti rivelatori nella platealità delle brame di rifioririmento in una distesa estranea a qualsiasi fronzolo pleonastico od orpello ampolloso con l’enfasi di maniera che spara principalmente a salve.

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