Tobia Lamare: quel magico suono di casa

Tobia Lamare, ovvero Stefano Todisco che da anni è in scena in veste di musicista e cantautore ma anche come dj di 45 giri. Una figura di spicco nel Salento ed è proprio in questa terra, a casa dove ha sede la sua Lobello Records, che nasce l’estetica e il suono di questo nuovo disco scritto anche in giro per il mondo durante i suoi tour. Si intitola “Songs for the present time”, disponibile anche in vinile (ovviamente). Canzoni di radici folk rock, canzoni di radici in generale pensando a quello scenario che dalla ruggine di Dylan conduce al rock di Springsteen passando per tantissime contaminazioni di genere. Un disco dal sapore di casa, come a rifugiarsi dal rumore e dalle tante superflue distrazioni. Un lavoro prezioso per questa scena indie che cerca sempre più l’omologazione commerciale nei suoni digitali. Ed il mastering fatto a Nashville è solo uno dei tasselli internazionali che sono presenti tra queste nuove dieci scritture di Tobia Lamare. Nello spirito prima che agli occhi si fa vivo quel senso primo di bellezza che noi inseguiamo da tempo…

Noi parliamo spesso di bellezza sfacciata, quella da esibire, quella sexy… ma anche di un concetto spirituale di bellezza. Per te cos’è la bellezza?
Fossimo a cena probabilmente si farebbe alba per rispondere a questa domanda. Provando a essere sintetici partirei dicendo che “Il ritratto di Dorian Gray” è uno dei miei libri preferiti. Quindi ci sono di mezzo l’amore per il senso estetico di Oscar Wilde e il risultato eccentrico che in musica si è ottenuto dalla sua evoluzione cioè Ziggy Stardust, mentre in arte la pop art. Mi piacerebbe dire di essere un tipo alla moda, ma in realtà vesto in infradito e pantaloncini per otto mesi l’anno. La bellezza la trovi sia in un’anima acerba che è alla scoperta di se stessa ma anche nella consapevolezza e nella maturità emotiva. Si nasce tutti belli, il problema è che a un certo punto, a volte, si decide di essere stronzi.

E dunque, parlando di estetica nella composizione, quanto questa influisce sulle tue scelte musicali? In che modo?
Credo che la composizione sia più qualcosa di viscerale. Le composizioni che si preoccupano del valore estetico sono più vicine a degli esercizi di stile. Non significa che poi una canzone che nasce da qualcosa di profondo poi sia più bella di una che nasce per gioco. Una grande dose di spontaneità serve in tutte le forme d’arte ad abbattere i canoni estetici e crearne di nuovi. Non tutti però dobbiamo per forza farci carico di questo. Non siamo tutti Prince insomma. Io mi limito a provare a tenermi lontano dalle “estetiche sonore stagionali” e provo a pensare come vorrei che suonasse il primo disco da mettere sul giradischi la mattina.

Ecco una bella frase che ho letto in una tua intervista in cui, a grandi linee, dicevi che il bello di lavorare in America è che li sanno già tanto su tantissimi artisti. Come a dire che da noi c’è tanta ignoranza o tanta omologazione?
Il problema per me è che in Italia non siamo omologati ai Beach Boys. Il pop e il rock italiano ha un suo suono, rispettabile ma anche non condivisibile. La voce troppo avanti, e le batterie definite con tutti i suoni degli strumenti intorno ben distinti. Sono tutti molto bravi a farti avere questo sound. Non ha però senso prendere 50 anni di discografia e spiegare il perché delle tue scelte a chi lavora sul tuo mastering. E’ molto più semplice fare ascoltare il tuo disco a uno studio americano, che lo troverà esotico perché non suona americano, ma che darà il suo tocco e così avrai un ibrido che è vicino a un concetto di un sound, senza credersela troppo, inedito.

Fotografie del tempo passato per queste canzoni del tempo presente. Un gioco interessante e significativo. Perché questa scelta? Perché immortalare il passato?
Mi sono capitate tra le mani. Le foto che si trovano in copertina mi hanno colpito per la loro profondità dei loro ritratti e per il loro mistero. Ho fantasticato sulle loro storie e sulle dediche che erano sul retro. Mi hanno fatto pensare a un tempo, quello della prima metà del novecento, in cui ci sono state rivoluzioni e guerre. Ci sono state vite sacrificate per la nostra libertà, e storie d’amore strazianti e a volte sopravvissute ai conflitti. E’ quello che succede in altri parti del mondo adesso. Pensa all’Africa nera, al popolo curdo o alla Palestina e Israele. Le vittime dei conflitti fuori Europa vengono sempre trattati come numeri e statistiche. Dietro ogni vita spezzata c’è una madre, un figlio, una relazione, un amico, una tragedia. La verità è che alla maggior parte degli italiani non se ne frega niente perché ha già dimenticato il suo dolore.

Secondo te dal passato quante cose possiamo prendere per capire il presente?
La chiave è sempre nel passato, guardando ai nostri errori e ai nostri successi. E’ impossibile costruire un futuro senza conoscere la storia. Ma è l’indifferenza verso la conoscenza che mi spaventa. Oggi tutti hanno voce in capitolo su tutto e nella maggior parte dei casi sono delle capre. Siamo oltre al sonno della ragione, mi sembra che qui ci sia una narcolessia globale.

E questo suono che hai prodotto, quanto è figlio del passato? Io lo trovo molto anni ’70…
I miei dischi preferiti sono degli anni settanta come molti degli strumenti che abbiamo usato. E’ il nostro suono. Adoro i dischi di Carole King, Jackson Browne, James Taylor, Springsteen prodotti nei ‘70s. Hanno qualcosa di puro e un suono caldo. Sono suonati da band che avevano una grande coesione e molte delle loro radici si trovavano nel blues.

A chiudere… da dove siamo partiti: questo disco rappresenta la bellezza che avevi di dentro o senti che sei ancora nel pieno di una metamorfosi?
Direi che quando l’album è uscito la metamorfosi è conclusa. Adesso siamo in una parte più divertente del viaggio: quella dei concerti e della promozione. Non c’è fretta ma so che un nuovo viaggio da bruco non tarderà ad arrivare.