Recensione: Tomb raider, Alicia Vikander veste i panni dell’archeologa Lara Croft

Chi non conosce Lara Croft, novella Indiana Jones dal seno prosperoso che, armata di pistole, è stata protagonista, a partire dagli anni Novanta, della serie di videogiochi Tomb raider?

Già tra il 2001 e il 2003 la Settima arte vi si interessò mettendo in piedi i lungometraggi Lara Croft: Tomb raider di Simon West e Tomb raider – La culla della vita di Jan de Bont, interpretati da una Angelina Jolie allora fresca di premio Oscar come per Ragazze interrotte.

Lungometraggi che non ebbero, in realtà, un riscontro notevole; tanto che soltanto ora, a terzo millennio cinematografico più che dominato dai cosiddetti reboot, si è deciso di ripartire con un film tutto nuovo che, via la Jolie, vede nei panni della Croft un’altra trionfatrice agli Academy Award: la Alicia Vikander premiata per The danish girl e vista, tra l’altro, in Ex_Machina di Alex Garland e Operazione U.N.C.L.E. di Guy Ritchie.

Una Vikander che, sotto la regia del norvegese Roar Uthaug, di cui in Italia abbiamo visto (almeno nel mercato video) soltanto il disaster movie The wave, diventa una giovane Lara Croft, scavezzacollo di città nel cui passato, però, si nasconde una storia aristocratica, caratterizzata dalle imprese dello scomparso padre  Lord Richard Croft (Dominic West).

Una Croft costretta a dover cedere il proprio patrimonio di famiglia, ma che, prima di firmare un accordo, viene a conoscenza di alcuni aspetti che la portano lontano da casa, tra oceani e le immense foreste di un’isola dispersa, correndo oltretutto il pericolo di finire uccisa da un gruppo di spietati mercenari.

Ed è la continua corsa tra barche, boschi e pareti rocciose a dominare Tomb raider, chiaramente intento a riallacciarsi ad una tipologia di cinema vecchia scuola, facendo poco utilizzo di effetti digitali (comunque non assenti, almeno nel mostrare spettacolari naufragi e fughe da insidie sotterranee) e ricorrendo ad una trama esile quanto efficace per ciò che intende regalare.

La Vikander, inoltre, eredita la parte dalla Jolie con esiti soddisfacenti (anche perché alla buona Angelina non ha detto molto bene con i suoi due anonimi cineVgame), sfoggiando un’interpretazione muscolare ricca di tour de force fisici (scalate, rincorse, tuffi e chi più ne ha, più ne metta); mentre il regista mette il proprio mestiere al cospetto di una narrazione semplice, strizzando l’occhio a quanto più materiale possibile riguardo alla celluloide d’avventura (oltre all’immancabile Indiana Jones, del quale viene evidentemente citato l’epilogo del terzo capitolo su L’ultima crociata”, qualcuno potrebbe effettuare giusti accostamenti all’Antonio Margheriti del dittico Indio).

Nel mezzo, partecipazione di volti noti per arricchire il tutto, da Walton Goggins in versione villain ad un paio di contributi minimi da parte di Kristin Scott Thomas e Nick Frost.

Non un titolo fondamentale, ma un degno spettacolo da gustare con pop corn alla mano e nulla più.

 

Mirko Lomuscio