Tony Driver: un barese in America… e poi in Italia

Restituire la sostanza del vivere, che come sottolinea l’esperta ed erudita regista romana Wilma Labate ne La mia generazione, risulta una cosa più degna rispetto all’orrido vissuto, non è certo una passeggiata di salute. Lontano dall’attitudine ad appaiare forza significante ed estrema sintesi, l’esordiente Ascanio Petrini suda sette camice con il documentario Tony Driver.

L’esito conclusivo, pur non essendo il frutto più succoso dell’albero del cinema di poesia, sembra ingentilire le platee aliene ad approfondimenti psicologici ed entusiastiche ricerche dell’alterità. La ricerca di qualcosa dapprincipio d’ignoto, che in zona Cesarini acquista un carattere familiare sulla nota falsariga degli stilemi caldeggiati dalla geografia emozionale, innesca una discreta correlazione tra il protagonista e l’habitat preso in esame. L’intenzione di coglierlo dal vivo, senza l’ausilio degli attori professionisti ed ergo dell’arte di fingere e contraffare, non basta tuttavia ad acquisire subito, per diritto implicito, l’opportuno timbro d’autenticità. Che, frammisto alla poesia, affronta l’ignoto a regola d’arte. Giacché snuda l’anima degli uomini di buccia dura, ne promuove sul campo il desiderio di ricominciare da capo, dopo errori commessi neanche in buona fede, scorge l’antidoto al male insito nel territorio eletto a location scevra da mere alterazioni, nonché dalla furbizia levantina delle fiction tipo Elisa di Rivombrosa, elude il rischio del poeticismo grazie all’elaborazione in chiave mitologica di un evento altrimenti nudo e crudo.

Tony Driver cosa e dove ha realmente colto nel segno oltre che dal vivo? Lontana mille miglia dalle moine delle soap opere, in una o due stagioni, la tenuta stilistica mandata a effetto mette subito in cantiere il valore indiscutibile della mitopoiesi. Qualcosa di meglio ovviamente dell’utopico sforzo di evocare un’atmosfera adatta a suggerire versi idilliaci. Poca roba invece di fronte all’espressione metaforica di luoghi in grado di riflettere sul serio dolcezza e crudezza. In medio stat virtus? È dunque un’opera prima virtuosa o virtuosistica questo Tony Driver? Ai commercianti di parole forse non piaceranno i silenzi eloquenti, con il barese Pasquale, trapiantato nel Nuovo Mondo, che fuma mentre per le strade, riprese in campo lungo, per ridare linfa alla necessità espressiva dei film western, sfrecciano i camion e altri automezzi pesanti. L’intrinseco lavoro di sottrazione, al contrario, impedisce all’avventizio artefice di costruire vani castelli di carta, lo tiene coi piedi per terra e gli consente d’innescare un’arguta penetrazione della vicenda narrata. Verrebbe voglia di assistere alla visione di un film di finzione, con tutto ciò che consegue, dedicato alle traversie del connazionale reo di aver arrotondato il magro stipendio di tassista a Yuma trasportando dal Messico immigrati indesiderati. Pensare ad altri tipi di pellicole – da Per una vita migliore di Chris Weitz e Il corriere – The mule dell’indomabile leone Clint Eastwood – lascia, nondimeno, il tempo che trova. Il buon Ascanio Petrini non è un franco tiratore del grande schermo. E non c’è dato neppure di sapere se lo diventerà mai.

Di sicuro il momento in cui Pasquale apostrofa la conduttrice televisiva che informa gli spettatori in merito alle destinazioni turistiche di Donald Trump nella natìa Puglia non trae partito da nessun illustre antesignano. Ed è un’indiscutibile nota di merito. L’alienazione del loser che parla da solo, nel buio della propria stanzetta, in inglese, coi rumori disturbanti della viabilità stradale, lungi dal fermarsi di notte, possiede una discreta sostanza drammatica. L’immediato prosieguo abbassa l’asticella cercando inani sfaccettature. Trascurare determinati spunti, non privi d’ironia stemperante, appare un tallone d’Achille. Che, sebbene non pregiudichi il bisogno di colorire i caratteri, limita la prerogativa di trascendere le solite modalità programmatiche ed esplicative aliene al controcanto naturalistico. L’incontro di Pasquale, assorto sulla panca della chiesa limitrofa, con don Gaetano, quantunque non esente dal ridicolo involontario rinvenibile nei riferimento allo stereotipo di Italiani brava gente, ridona vigore all’assunto. Tony Driver non è comunque un war movie autoctono basato sulla molla dell’azione, congiunta alle offensive dei soldati dello Stivale sulla sponda del Don: è un documentario che attraverso l’aura contemplativa vuole toccare il cuore. Contemplare la pace, al posto della guerra, è sufficiente a raggiungere l’obiettivo prefisso? Il viaggio in Messico, partendo dal Bel Paese, per non avvertire più lo strazio della nostalgia e ricongiungersi alla famiglia, attiva l’illusione dell’avventura. E lascia ben sperare.

I timbri figurativi garantiti dall’ottima fotografia dell’attento Mario Bucci sono accresciuti dal mutamento di rotta, ma non assorbono mai le tecniche dei precursori capaci d’imprimere risalti introspettivi. Il mancato approfondimento in tal senso non svilisce in ogni caso gli scorci commoventi. L’interazione tra interni ed esterni, una volta raggiunta l’ambìta meta, al bancone di un bar, con i profili di Venere che passano dalla teoria alla prassi, non va oltre l’essenzialità della messa in scena. La scelta di arricchirla con diversi angoli prospettici stenta ad accrescere l’inopinato risvolto sentimentale. Sostenuto, viceversa, dall’idonea musica intradiegetica. I tagli di luce provenienti da fuori precedono le immagini distanti ma empatiche che, a differenza delle riprese cartolinesche, comunicano tantissimo. La tentazione dell’iperbole è bandita. Le forme cromatiche unite ai modi asciutti giustificano il ricorso successivo al piano-sequenza. Con il pedinamento d’ascendenza zavattiniana di Pasquale in chiave cool. A quel punto Tony Driver preferisce il segno d’ammicco alle ambizioni trascendentali. Il pertugio che Pasquale individua lungo il tragitto, per capire la maniera con cui uscire dall’impasse nel quale si è cacciato da solo, manca del dovuto risalto antropologico ed etnologico. Ciò che per gli sbarbatelli è figo, per chi sa dove il diavolo tiene la coda è superficiale. L’acerba conclusione del paesaggio western riconquistato, col cappello di cowboy in testa, sulle note dell’alternanza conclusiva tra canzoni diegetiche ed extradiegetiche, non è un frastuono superfluo. Lo struggimento non si discute. Il polso del regista alle prime armi si può affinare. Ad alleggerire l’ansia, e forse anche la monotonia, provvedono le buone intenzioni e la schiettezza degli slanci del cuore. Ad maiora.

 

 

Massimiliano Serriello