Jacques Tourneur è stato un grandissimo regista francese, che ben presto da Parigi si trasferì in America per lavorare ad Hollywood al fianco del padre Maurice, anche lui regista. Sebbene non abbia assolutamente diretto soltanto film horror, è con questo genere che si farà conoscere e raggiungerà la notorietà presso il grande pubblico, con una tripletta prodotta dalla celebre casa di produzione statunitense RKO Pictures del grande Val Lewton negli anni Quaranta: Il Bacio della Pantera, suo capolavoro indiscusso del 1942, che avrà addirittura un remake nel 1982 diretto da Paul Schrader e interpretato da Nastassja Kinski, nel ruolo che nell’originale fu dell’attrice francese Simone Simon; Ho Camminato con uno Zombie del 1943, che lega la tradizione zombesca ai rituali del folklore haitiano; L’Uomo Leopardo, uscito sempre nel 1943, forse il meno conosciuto dei tre. Dopo questa terza pellicola Tourneur si discosta un po’ dall’horror per dirigere drammi, noir, western e film di guerra, per poi riapprodare di nuovo al genere che noi prediligiamo nel 1957, con lo splendido La Notte del Demonio (Night of the Demon). Girato in un suggestivo bianco e nero, e carichissimo di fascino orrorifico, La Notte del Demonio ci porta nella grigia e misteriosa Inghilterra, nel mondo che gira intorno alla parapsicologia che tanto ruolo ha avuto ed ha tutt’oggi nell’universo horror. La solida e ben strutturata sceneggiatura sulla quale si impernia la vicenda è stata elaborata da Charles Bennett, penna celebre per aver scritto alcuni dei più noti film di Alfred Hitchcock, tra i quali ricordiamo L’Uomo che Sapeva Troppo, originale del 1934 e remake a opera dello stesso Hitch del 1956. Rimasto leggendario è il Demonio a cui è dedicato il titolo, realizzato dalla brava Wally Weavers che raggiungerà la fama grazie al successivo 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick del 1968, anche perché sia Tourneur che Bennett non ne volevano sapere di mostrare al pubblico il mostro, puntando invece su un tipo di paura più psicologica e d’atmosfera, ma tante e tali furono le pressioni del produttore, Hal E. Chester, che alla fine il Demonio fu inserito nella pellicola all’insaputa dello stesso regista. La storia prende spunto dal racconto L’incantesimo delle rune (Casting the Runes, 1911) del noto scrittore e storico inglese Montague Rhodes James, studioso di paleografia ed archeologia, ricordato per i suoi racconti vittoriani di fantasmi. Il titolo originario del film venne poi cambiato, all’uscita negli Stati Uniti, in The Curse of the Demon.

Lo scienziato americano John Holden, molto scettico e critico nei confronti della stregoneria e del paranormale, arriva in Inghilterra per partecipare a un congresso di parapsicologia, dove dovrà incontrarsi col professor Harrington: appena sceso dall’aereo, però, viene a sapere che il professore è morto in circostanze misteriose, dopo esser stato a fare visita al famigerato e controverso Dr. Karswell, che vive in una grande villa insieme all’anziana madre, ed è additato da tutti come in possesso di facoltà paranormali, alle quali però Holden non crede. Lo stesso Harrington, nel suo diario, scriveva di temere Karswell, e questo verrà scoperto da Holden grazie alla nipote del professore, Joanna, che desidera ardentemente collaborare con lui per capire cosa sia successo all’amato zio. Dopo essere stato quindi a trovare Karswell, nel fermo proposito di ridicolizzare lui ed i suoi cosiddetti poteri, ed aver assistito ad un suo sortilegio, Holden riceve da lui la profezia che troverà la morte dopo tre giorni, ed insieme ad essa una pergamena con sopra delle strane scritte runiche, che pare vivere di vita propria. Pian piano tutto il castello di certezze di Holden comincia a sfaldarsi, sotto i fatti sempre più strani che gli vanno accadendo.

Questo, a mio parere, è uno dei pochissimi casi in cui il vedere il mostro fin dalle prime sequenze non rovina in alcun modo la suspense del film, perché il Demonio qui non è il protagonista, bensì semplicemente uno strumento nelle mani di qualcuno che, evocandolo e maneggiandolo con evidente scaltrezza e perfidia, riesce a farlo agire a proprio vantaggio. Ritenuto a ragione uno dei capolavori del cinema satanico, ben undici anni prima dell’osannato Rosemary’s Baby di Roman Polanski, La Notte del Demonio riesce a rendere con arguzia e senso di minaccia la quotidianità del Male e del Sovrannaturale. Attraverso elementi all’apparenza banali e normali, Tourneur riesce a creare una suspense snervante, dando così alla luce un horror implicito e particolarmente inquietante, penetrante ed accattivante.

Protagonista, nel ruolo di John Holden, l’attore americano Dana Andrews, che sposa con enorme e visibile dedizione la causa propostagli da Tourneur, pur attraversando, nella vita, un evidente declino artistico a causa di problemi di alcolismo: renderà man mano palese il percorso di sgretolamento delle certezze di uno scettico totalitario davanti a fatti che la sua mente completamente razionale non riesce a spiegarsi, a causa del suo rapporto sempre più stretto con l’altro protagonista, il satanista Julian Karswell, interpretato mirabilmente, nelle sue mille sfaccettature, dall’attore irlandese Niall MacGinnis, specializzato in ruoli di personaggi storici, ma assolutamente efficace anche come interprete horror, decisamente convincente nel mostrarci le sue due facce, quella affabile e gentile quando organizza feste per bambini a casa sua, dove si veste da clown per intrattenere i piccoli ospiti, e quella demoniaca, crudele e beffarda con cui predice la morte ai malcapitati che tentano di farlo desistere dai suoi folli propositi. Duplice e torbidamente ambiguo risulta anche il personaggio della madre di Karswell, interpretata dall’attrice inglese Athene Seyler, che ha col figlio un legame affettuoso ma che nasconde, tra le pieghe, un che di sudditanza quasi spaventata, poiché ella è ovviamente informata dei loschi traffici del suo unico rampollo.

15 anni dopo il suo capolavoro indiscusso, Il Bacio della Pantera, Tourneur dimostra che la sua abilità nel creare atmosfere tese e paurose, fondate sul potere dell’inconscio più che sul vero e proprio soprannaturale, è ancora ugualmente forte, e molto difficilmente eguagliabile. A tal riguardo resta memorabile la sequenza in cui Holden si reca a casa di un uomo che è stato rinchiuso in manicomio, dopo aver dato cenni di evidente follia essendo entrato in contatto con Karswell: la famiglia, numerosissima, guidata da una virago più spaventosa di tutti gli uomini lì riuniti, sembra quasi un esercito schierato contro lo scienziato, fermamente convinta a impedirgli di scavare, indagare quali siano le vere cause che hanno portato all’internamento del loro congiunto. Qui le passioni di Tourneur per la psicologia, il paranormale ed il sovrannaturale vengono prepotentemente a galla, rendendo questa scena una delle più potenti ed oppressive del film, che mi ha ricordato una pellicola italiana di poco successiva, Il Mulino delle Donne di Pietra del 1960, per la quale il regista Giorgio Ferroni pare essersi ispirato alle atmosfere sulfuree del film in questione. Stesso clima di ineluttabilità hanno le sequenze girate tra le brumose lande di Stonehenge, tra i monoliti di pietra che vogliono sottolineare il forte legame tra il satanismo di Karswell, che si avvale delle rune, e gli antichi riti celtici druidici, che tra le architetture di questo cromlech pare trovassero compimento nel tempo che fu. E sarà proprio sul conflitto tra la fede nel soprannaturale e la ragione della psicologia che il regista impernierà tutta la narrazione di questa sua opera, per l’epoca, peraltro, piuttosto originale, perché l’elemento demoniaco non era di per sé molto usuale in quegli anni. Fin dalla prima scena Tourneur pare suggerirci che in tale conflitto lui abbraccia senz’altro il primo dei due contendenti, rendendoci palese il suo punto di vista: “la magia esiste, e guai a chi lo nega ed addirittura se ne fa beffe”. Sul finale, come in buona parte della pellicola, sarà quindi l’immaginario orrorifico a prendere il sopravvento, mostrandoci, d’altro canto, come le forze magiche che esistono in natura non possano mai essere conosciute, padroneggiate ed ingabbiate completamente dall’uomo, neppure con tutti i volumi di esoterismo possibili ed immaginabili.

Le location usate per il film perfettamente si adattano alla tipologia di storia che Tourneur aveva in mente: boschi lugubri, case immerse nel buio di una notte spessa e quasi palpabile, campagne abbandonate alla mercè di demoni, corridoi immersi nell’ombra: l’Inghilterra mostra qui la sua faccia più selvaggia, più inospitale, in cui l’arcaico si muove serpeggiando in maniera invisibile, come lasciato libero dai druidi di Stonehenge ed ancora perfettamente a suo agio anche nella modernità di grattacieli e università. Per una certa concezione di un abisso di orrore inspiegabile e superiore all’uomo, di lui molto più antico ed immortale, la narrazione de La Notte del Demonio sembra uscita da un qualche racconto di Lovecraft, ed in effetti non pochi sono i punti di contatto tra l’opera del Solitario di Providence e quella di Montague Rhodes James. Questo coacervo di elementi, orrorifici e psicologici al tempo stesso, rende il film di Tourneur uno dei più spaventosi del suo tempo, ed ancora oggi, a distanza di quasi settant’anni, riesce a perturbare lo spettatore entrandogli sottopelle, suggerendogli che certe cose è meglio non conoscerle, ignorale, lasciare che facciano il proprio corso perché non entrino in conflitto con la quotidianità dell’essere umano. La Natura riuscirà sempre a schiacciare l’Uomo, che egli lo voglia o no, e ci saranno sempre dei limiti che la mente umana, anche la più arguta e scettica, non riuscirà a sorpassare, oltre i quali, come suggeriva lo stesso Lovecraft, è meglio non spingersi. Il Soprannaturale è Oggettivo, sembra dirci Tourneur, che ci si creda o meno. La Notte del Demonio rimane ancora oggi un film unico ed inimitabile, che passa dal B-movie da drive in, con le apparizione del Diavolone del titolo, al raffinato thriller, fino a toccare gli elementi della Ghost Story, sbatacchiando lo spettatore di qua e di là, senza fargli intuire minimamente dove il tutto andrà a parare. Il finale, mastodontico, credo sia stato non poco di spunto a Sam Raimi per quello del suo Drag me to Hell del 2009, che si svolge proprio sui binari di un treno, dove un bottone si sostituisce ad una pergamena, a sottolineare come l’importanza di questo gioiello sia arrivata intatta fino ai nostri giorni.
Il film è attualmente disponibile sulla piattaforma CHILI, ed in dvd e blu-ray Sinister Film.
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