Parigi, Antibes, il Sud-est asiatico segnato dalla guerra: i luoghi de “Il riflesso della Chimera” non sono semplici scenografie, ma veri e propri depositi di memoria. Ogni spazio sembra trattenere tracce invisibili che agiscono sui personaggi.

Bentrovato, Corrado. Quanto è stato importante aver vissuto personalmente i luoghi che descrivi nel romanzo?

Ho vissuto parecchio tempo in Thailandia, ed ho girato in lungo in largo il Sudest asiatico, ma non è quella l’Asia che descrivo nel romanzo, quella che ho vissuto io personalmente dal 2000 in poi.

Ciò che vede Xavier è un mondo sepolto in un passato che non dovrebbe neppure esistere.

Parigi l’ho girata parecchio in diverse occasioni, l’ultima nel 2022, subito dopo la pandemia.

Avevo ripreso a tornare in Asia ma il volo Milano Bangkok era tra quelli svaniti nel nulla. Così ho fatto tappa a Parigi sulla via del ritorno da Bangkok per dedicarmi esclusivamente a visitare i luoghi di cui ho scritto, nell’ottica e nella consapevolezza del romanzo.

Ho camminato in ogni strada di cui parlo, cercando di non dare nulla per scontato e di fatto scoprendo che pur non essendo in senso stretto un romanzo storico in una metropoli del genere in venti, trent’anni tutto cambia.

Non esiste più il Museo così come lo conosceva Xavier, così come molte cose sono radicalmente cambiate, e documentarmi in merito non è stato banale.

A volte mi sembravano ricerche fine a sé stesse ma in realtà l’ambientazione ed il suo mutare si è incastrato perfettamente nel del cambiamento dei personaggi.

In che modo Parigi e l’Asia rappresentano due visioni opposte, o complementari, dell’identità di Xavier?

Parigi è essa stessa un personaggio, così come a suo modo lo è l’Asia. Parigi cambia, agisce prepotentemente nella storia. Gli anni ’90 cedono il passo al secolo nuovo che avanza, insieme ai pericoli e alle minacce che oggi conosciamo e che cominciarono ad affacciarsi in Europa all’ora.

Xavier comprende benissimo, a differenza di molti, il vero perché degli attentati che insanguinarono la città nel ’95. Ed è proprio quel passato, la condanna del colonialismo francese senza appello, a fornirgli le risposte.

Ma se nel romanzo Parigi è reale e tangibile, l’Asia è terra incognita in cui Xavier non è mai stato ma da cui si sente attratto inspiegabilmente. Viene richiamato a sé.

La guerra, pur non essendo sempre visibile, permea l’intero racconto: come hai lavorato su questa presenza indiretta?

Devo essere onesto, inizialmente era decisamente qualcosa in secondo piano, solo un’ombra sul personaggio ma non era tangibile. È stato il mio editor a darmi lo spunto per scrivere una storia dentro la storia, per renderla davvero viva reale: la giungla del Vietnam diventa a tratti più viva della stessa Parigi. In questo caso ho seguito il suo consiglio (dopo averle chiesto se era impazzita). Ho quindi nell’ultima stesura tagliato parti sovrabbondanti ed inserito ex-novo la storia nella storia.

Aveva ragione, e io volevo esattamente quello, volevo che il lettore sentisse gli odori, il fango, il caldo, gli spari, il terrore. Davvero si è trasformata nella chiave di volta su cui tutto si appoggia e regge. Una marcia in più rispetto alla versione iniziale. A questo serve un buon editor, a spingerti oltre i limiti che ti eri prefissato.

Credo che i luoghi abbiano una memoria propria: è un’idea che condividi anche come autore?

Assolutamente sì, quando vai in certi posti non puoi non sentire quello che è successo.

Dopo la mia prima volta in Thailandia mi sono allontanato dalla mia zona di confort. In Cambogia, nel lontano 2001, ho visitato non solo Angkor Wat ma anche Phnom Phen e i teschi ancora impilati a Choeung Ek frutto dei massacri di PolPot. Oggi nessuno ci va, la gente vuole solo dimenticare ed i turisti ammirare la bellezza.

Dopo Malesia e Birmania ho affrontato l’ultimo tassello del mosaico. In Vietnam sono stato a visitare quanto rimane della base americana a Khe Sanh, ho camminato tra i viali assolati di Huè, la città imperiale distrutta e ricostruita; e ancora non so come, ma ho trovato la forza per arrivare sino al sito del massacro di My Lay.

Perché alla fine si torna sempre, e a maggio 2025 sono arrivato via treno in Laos a Luang Prabang a porgere omaggio alla tomba del famoso esploratore Henri Mouhot di cui si erano perse le tracce, e di cui spesso Xavier parla.

https://www.lafeltrinelli.it/riflesso-della-chimera-libro-corrado-prever/e/9791224044277

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