Un lavoro che nasce da un dialogo profondo tra parola e musica, dove il Sud diventa immagine, memoria e tensione emotiva. Marco Della Gatta costruisce un progetto artistico raffinato, capace di trasformare versi complessi in esperienza sonora viva, mantenendo sempre una forte identità personale.

Ciao Marco, “Tu non conosci il Sud” parte da un universo poetico molto preciso. Quando hai iniziato a lavorarci, hai pensato prima alla musica o ai versi?
Fare musica sui testi di grandi poeti è stata una sfida che ho affrontato nel corso di diversi mesi, meditando su scelte e stile con coraggio, ma anche con un pizzico di incoscienza e di rischio che dovrebbe essere alla base di chiunque si occupi di pensiero artistico e musicale. Bodini, Pagano, Toma e Comi, con la loro arte, incarnano aspetti di grande rilevanza nel panorama poetico della mia terra e della letteratura italiana del Novecento ed è stata mia cura interpretarli con il massimo rispetto, fornendo una mia lettura da musicista. La fase creativa è nata non solo dalla ripetuta lettura e ricerca del suono della parola, ma soprattutto dal respiro melodico e dalla costruzione delle frasi. Una creatività apparentemente istintiva, dettata piuttosto da un personale e intimo background e da un profondo vissuto musicale. Un processo traducibile, probabilmente, come “atto” oltre l’azione.
Nel brano “Tu non conosci il Sud” emerge una tensione molto forte tra luce e durezza, come nei versi “le case di calce… il sole morde”. Come hai trasformato questa immagine in suono?
Il Sud di Bodini è il Salento del suo tempo, i suoi forti contrasti, il sole accecante riflesso dalla calce sui muri, il nero degli abiti , le feste di piazza tra luminarie, processioni e bande,i santi e le madonne, l’odore acre del tabacco, gli immensi silenzi e le grida dalle case e nei bar della briscola. Suoni e voci che da toni bassi si trasformano in immagini gestuali e verbali sempre più forti, un crescendo che nasce da situazioni di vita, dove tutto diventa suono, disarticolazione, dispersione del senso e della forma. Scoprire e seguire questa direzione scolpita nel mondo da cui provengo è stato al tempo stesso naturale ma anche sofferto, un grido che si eleva a cominciare dal lungo “luccicare sordo” per espandersi, festosamente straziante, mentre “morde nella gola il palmizio della Chiesa del Rosario”.
C’è un momento, in “Ballo / Festa”, in cui la musica sembra trattenere qualcosa che vuole esplodere ma non lo fa del tutto. È una scelta consapevole o è venuto così, lavorando sul materiale?
Il linguaggio sonoro e formale dell’album esprime un’intensità interiore che nasce dall’equilibrio di tutte le componenti musicali e liriche, nel pieno rispetto per l’arte di Bodini, Toma, Comi e Pagano. In particolare, in questo brano, proprio gli ultimi versi inducono a un maggiore atteggiamento riflessivo, quasi staccato e sognante, avulso dal contesto che, però, si interrompe destato da “ma la fiamma mi brucia i polpastrelli”. Preciso che scelta timbrica del trio pianoforte, sax (Marco Chiriatti) e contrabbasso (Stefano Rielli) ha permesso di creare un mood nel quale l’espressività della parola, pur lasciando frequenti spazi alla personalità musicale di ognuno, mantenesse il ruolo guida, il soggetto che ha fatto nascere l’idea di questo album.
Guardando a questo progetto artistico, pensi che il tuo futuro continuerà su questa linea di dialogo tra poesia e musica o senti il bisogno di cambiare direzione?
Ritengo che questo contatto creativo non abbia una soluzione di continuità. Le possibilità offerte dalle grandi personalità dei poeti sono stimoli continui quanto la loro infinita conoscenza. Inoltre non credo che possa esistere per un musicista o artista in generale un punto di arrivo, ogni “traguardo” raggiunto diventa sempre un lancio verso qualcosa, una connessione anche con linguaggi ed espressioni apparentemente distanti. Ma in realtà il mio obiettivo è la comunicazione di ciò che costituisce la mia interiorità, la profondità, ciò che attraverso la Musica diventa vivo e che solo per mezzo di essa può manifestarsi, modificarsi, rinnovarsi, proiettandosi in altre sensibilità. Ecco perché i linguaggi seguono un mutamento naturale che è esso stesso, alfine, il percorso. Oggi sono attratto da possibilità espressive dove far coesistere sensazioni poetiche e futuristiche con sonorità elettroniche, sentieri in qualche modo già percorsi da grandi artisti, in un’apertura artistica e musicale ancor più totalizzante. Ma è qualcosa che comunque non darei per certa.
