Con “JaydeeQ”, il trio elettronico firma un esordio che mette al centro l’emozione prima della perfezione. Un album che rifiuta la pulizia artificiale di molta produzione contemporanea per abbracciare un approccio più istintivo e umano, fatto di registrazioni in presa diretta, imperfezioni lasciate volutamente intatte e una continua tensione tra controllo e spontaneità.

Nel corso delle tracce convivono energia e malinconia, groove e sperimentazione, in un equilibrio che non cerca mai la soluzione più facile. I JaydeeQ costruiscono un universo sonoro personale, dove l’elettronica dialoga con una sensibilità da band e con una scrittura attenta alla melodia e all’impatto emotivo. Il risultato è un disco vivo, capace di trasmettere calore e autenticità senza rinunciare alla ricerca sonora.

Ne abbiamo parlato con i JaydeeQ in questa intervista, approfondendo il processo creativo dietro l’album, il valore delle imperfezioni, il rapporto tra improvvisazione e composizione e la loro visione di un’elettronica che torna a essere esperienza collettiva e coinvolgente.

Quanto è stato importante per voi rendere “JaydeeQ” un disco emotivamente vivo e non soltanto tecnico o atmosferico?
Per noi è stato fondamentale. Per essere chiaro: ovviamente anche noi amiamo gli aspetti tecnici della produzione, però anche se sappiamo che oggi molta elettronica sembra puntare più sulla perfezione tecnica che sull’impatto emotivo abbiamo scelto di sbilanciare tutto sull’emotività.
JaydeeQ non è perfetto, il suono spesso è sporco, ci sono addirittura degli errori di esecuzione, alcuni voluti altri no; o meglio, alcuni errori di esecuzione sono capitati durante la registrazione live (perché il disco è stato registrato tutto in presa diretta con solo qualche overdub) e abbiamo deciso di non correggerli.

Questa è stata una scelta consapevole, ma non da subito. In corso di lavorazione abbiamo deciso di assecondare una direzione che stavamo prendendo naturalmente senza accorgercene, in qualche caso l’abbiamo anche estremizzata. Non sono sicuro del perché sia andata così. Forse noi JaydeeQ siamo degli “animali” un po’ strani nella savana dell’elettronica, probabilmente perché veniamo tutti da esperienze diverse, dalla musica più “tradizionale” (qualunque cosa voglia dire questo termine). Produciamo elettronica ma vogliamo comunque scrivere delle canzoni: curiamo molto la melodia e il testo, pensiamo ad arrangiamenti che aiutino l’ascoltatore a inserirsi nell’emotività del pezzo o (al contrario) che siano all’estremo opposto, per spiazzare l’ascoltatore e creare un senso di straniamento che è comunque una reazione emotiva, e anche piuttosto forte.

Nel lavoro emerge spesso una tensione tra caos e controllo. Vi riconoscete in questa dualità anche fuori dalla musica?
Tantissimo. Tutti e tre abbiamo lottiamo ogni giorno questa specie di battaglia interiore e spesso lottiamo anche fra di noi. Perché se è vero che ognuno di noi vive un equilibrio instabile fra caos e controllo è anche vero che questi equilibri sono diversi: in me – Diego – il controllo spesso vince sul caos, in Jacopo e Salvatore è il contrario (ma questo c’è da aspettarselo considerando che io sono ai drum pads e loro ai sintetizzatori…). E poi questi equilibri sono anche variabili. Insomma, la risposta semplice è sì: siamo un gran casino e tutto ‘sto casino si percepisce perfettamente in JaydeeQ.

Le distorsioni e le imperfezioni sembrano diventare parte integrante del linguaggio del disco. Perché avete scelto di non “ripulire” il suono?
In fase di registrazione dell’album abbiamo deciso di lavorare in presa diretta. L’album di fatto è stato registrato come si registrerebbe un disco punk o rock o jazz: abbiamo collegato gli strumenti e abbiamo suonato tutti insieme le parti principali facendo solo alcuni overdub. Secondo noi questo approccio garantisce un’iniezione di umanità a brani che altrimenti sembrerebbero più musica da dj o produttori, figure professionali che stimiamo molto, ma semplicemente non siamo così: siamo dei punk che suonano elettronica. È ovvio che lavorando così il risultato non sarà perfetto. Certo, si sarebbe potuto sistemare in postproduzione, ma abbiamo deciso di non farlo perché secondo noi le imperfezioni rendono il disco umano, più caldo e più coinvolgente. E chissenefrega se non è perfetto.

Avete la sensazione che oggi il pubblico abbia ancora bisogno di vivere l’elettronica come esperienza fisica e collettiva?
Noi pensiamo di sì ma con una precisazione. Noi crediamo che il pubblico abbia “di nuovo” bisogno di vivere l’elettronica come esperienza fisica e collettiva. Non “ancora” ma “di nuovo”. Perché pensiamo che il pubblico si sia rotto le palle della house sui rooftop.

Quanto conta il dialogo tra voi tre nella costruzione finale dei brani?
Moltissimo. Non abbiamo utilizzato un solo approccio al processo creativo, abbiamo usato modalità compositive differenti e spesso i confini fra di esse non sono così netti. Alcuni pezzi, per esempio, sono stati scritti in solitaria, ma sono poche eccezioni. La maggior parte del lavoro è nato dall’improvvisazione in interplay. Andiamo in studio, colleghiamo gli strumenti al mixer, avviamo la registrazione e cominciamo a suonare. Di solito quando iniziamo abbiamo poche idee e confuse, giusto un mood, un beat e una tonalità. Io comincio a suonare il beat in loop e Jacopo e Sal improvvisano sui sintetizzatori; quando comincia a esserci qualcosa di concreto io adatto il beat e così via. Dopo una decina di minuti interrompiamo la registrazione e ascoltiamo. Questa è la fase decisiva perché la registrazione per lo più è un casino ma dentro spesso ci sono degli embrioni di buone idee: il gioco sta nel trovarle. Ascoltare attentamente e intuire qual è quel pezzetto di riff o di linea vocale o di groove di basso che ha potenzialità e può essere sviluppato

Nel disco convivono energia e malinconia. Quale delle due componenti vi rappresenta maggiormente in questo momento?
Ho appena guardato l’orologio: sono le 15:46 del 16 giugno 2026 e sento che è l’energia a rappresentarmi di più. Ma prova a richiamarmi stasera e potrei risponderti malinconia. Se stasera sei impegnato e mi chiami domani sera invece potrei risponderti di nuovo energia.

Ci sono artisti o dischi che vi hanno insegnato a pensare l’elettronica in modo meno convenzionale?
Sono molti ma per non dilungarmi in chiacchiere noiose ne cito solo due: Fisherspooner e Stereo Total.

Qual è stata la parte più difficile nella realizzazione di questo album d’esordio?
Non lo dico con presunzione ma… nessuna. Fare questo disco è stato facile. L’abbiamo fatto senza pensieri, o meglio, pensando soltanto a fare qualcosa che ci piacesse. Non ci siamo preoccupati delle tendenze del momento e della vendibilità del prodotto. Ci è venuto naturale e ci siamo divertiti.

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