Tre piani: Nanni Moretti racconta il solipsismo contemporaneo e il bisogno di comunità

Analizzare Tre piani, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, può fornire l’occasione per tentare di elaborare una breve riflessione sul cinema degli ultimi vent’anni di Nanni Moretti.

Se Caro Diario (1993) e il successivo Aprile (1998) possono essere considerate opere interlocutorie e spartiacque, è con La stanza del figlio (2001) che il regista muta sensibilmente registro, togliendo di scena il suo celebre alter ego – quel Michele Apicella, irriducibilmente antagonista e minoritario, amatissimo dai morettiani del primo periodo – e dando spazio a storie e personaggi più universali, rinunciando in parte alla forza critica del passato e a quel caustico umorismo che tanto aveva inciso nell’immaginario collettivo. Insomma, Nanni si defila, soprattutto dal punto di vista attoriale, concentrandosi sullo specifico cinematografico, puntando ogni volta di più all’essenziale, eliminando il superfluo e tutto ciò che pure gli era appartenuto precedentemente.

Se con Io sono un autarchico (1976), Ecce bombo (1978), Sogni d’oro (1981), Bianca (1984), La messa è finita (1985) e Palombella rossa (1989) si assisteva a un vero corpo a corpo dell’autore con il mondo che lo circondava, filtrato da uno sguardo amabilmente deformante, nel nuovo millennio la prospettiva si fa più verosimile, meno personale, probabilmente perché lo scorrere del tempo ha mitigato la vena polemica più impulsiva in favore di un approccio cauto che, anziché emanare sentenze, solleva dubbi e domande. Il passaggio avviene comunque per gradi, laddove ne Il caimano (2006) e in Habemus Papam (2011) persistono, seppur in forma assai ridotta, alcuni residui del passato, che scompaiono completamente in Mia madre (2015) e, forse ancor di più, Tre piani. L’ultimo film si apre con un’inquadratura fissa sul palazzo in cui si svolgono le vicende narrate, mentre scorrono i titoli di testa, consentendo allo spettatore una lettura agevole, senza distrazioni. Poi si accende la luce di una finestra in un montaggio interno che dà il via all’azione. Lo stile è generalmente sobrio, in sottrazione, sebbene non manchino alcuni passaggi in cui la macchina da presa, con alcuni movimenti più intensi o con improvvisi stacchi, sottolinea i momenti cruciali, quelli in cui si tocca il culmine emotivo e diegetico, come quando la piccola figlia di Lucio e Sara (Riccardo Scamarcio ed Elena Lietti) si ritrova suo malgrado davanti a un’automobile che ha sbandato, penetrando nel piano terra dell’appartamento in cui vive.

Già in questa scena si segnala piuttosto chiaramente quanto l’esterno possa improvvisamente irrompere anche laddove ci si sente più al riparo. Con tale suggestivo prologo cominciano ad alternarsi tre storie, che vedono protagonisti alcuni condomini dello stabile in questione. Monica e Giorgio (Alba Rohrwacher e Adriano Giannini) sono alle prese con un bambino appena nato e i problemi della distanza dovuta al lavoro; Vittorio e Margherita (Nanni Moretti e Margherita Buy) vivono un rapporto complicato con il figlio. Nanni Moretti, Federica Pontremoli e Valia Santella sceneggiano il film con grazia, senza forzare la materia emotiva, pur non mancando di addentrarsi in situazioni assai drammatiche. La fotografia sobria di Michele D’Attanasio e le musiche suadenti di Franco Piersanti scandiscono adeguatamente il dipanarsi di ciascun racconto, accompagnando lo spettatore in una piacevole visione di quasi due ore. Senza entrare nel dettaglio della trama, ciò che può essere senz’altro detto è che Tre piani denuncia quanto oggi il dolore sia sempre più relegato a una dimensione privata, all’ambito famigliare, il che non può far altro che provocare una maggior difficoltà nella sua gestione: l’isolamento rende la percezione dei problemi ancora più allarmante, innescando un cortocircuito emotivo che può anche degenerare in tragedia. La frammentazione sempre più diffusa e la rivendicazione spesso orgogliosa di una sventolata asocialità amplificano a dismisura i malesseri individuali, giacché viene a mancare qualunque forma di sostegno esterno.

La digitalizzazione dell’esistente e la progressiva sparizione degli spazi di condivisione produce un atteggiamento evitante, che culmina nell’impossibilità di segnalare qualunque aspetto della vita che non sia in sintonia con quel debole ideale di perenne godimento imposto dalla logica del consumo a oltranza. Mostrare il disagio è divenuto un gesto censurabile, anti etico, poiché nulla deve turbare il grande banchetto delle democrazie capitaliste. Ridere, sempre e comunque, ostentare soddisfazione, apparire a tutti i costi vincenti: una grande menzogna a cui ci si sta sempre più sottomettendo, proprio perché la sofferenza terrorizza, non è compatibile con l’entusiasmo del progresso tecnologico e dello sviluppo economico, pertanto è destinata a un perenne fuori campo. A mancare è, quindi, la comunità, quell’essere l’uno-per-l’altro che precede l’individuo eticamente e ontologicamente. Il Da-sein heideggeriano di Essere e Tempo, l’essere-nel-modo, contemplava come suo controcanto il Mit-sen, il con-esserci (essere con l’altro). È solo all’interno dell’intersoggettività che può riprendere corpo quell’orizzonte di senso da tempo smarrito. In questa prospettiva, dunque, considerando la piega generale che sempre più stanno prendendo i rapporti interpersonali, l’ultimo film di Nanni Moretti diviene un grido di dolore nella notte che ci convoca disperatamente a ricollocarci rispetto all’altro, a rincontrarci, a dialogare e ad accoglierci.

 

 

Luca Biscontini