Settembre riapre le porte delle scuole e insieme alle classi tornano programmi, verifiche, valutazioni, obiettivi da raggiungere e aspettative che spesso cominciano ancora prima della prima campanella. È proprio in questo momento dell’anno che il tema affrontato da Maria Teresa De Donato e Horst Költze in “TU e Il Tuo Alunno: Tutta la verità sulla scuola” acquista un significato particolare, perché dietro la normalità del ritorno sui banchi si nasconde una domanda molto meno semplice di quanto sembri: la scuola sta accompagnando ogni ragazzo verso la conoscenza oppure sta chiedendo sempre più spesso agli studenti di adattarsi a un modello prestabilito di apprendimento?

Il problema non riguarda l’esistenza delle verifiche, delle regole o di programmi comuni, indispensabili in qualsiasi sistema scolastico organizzato. La questione diventa più delicata quando il risultato misurabile assume un peso tale da rischiare di trasformare l’apprendimento in una prestazione e lo studente nella persona chiamata a produrla. Nel libro, gli autori utilizzano una metafora volutamente dura, quella della scuola come “fabbrica dell’apprendimento”, e collegano questa trasformazione anche all’influenza esercitata dai sistemi internazionali di valutazione e confronto promossi dall’OCSE.

Pensare all’istruzione attraverso risultati comparabili permette certamente di individuare carenze, differenze e punti di forza dei diversi sistemi scolastici, ma apre anche un problema che non può essere liquidato con una classifica. Un bambino non è un insieme di competenze da collocare dentro una tabella e un insegnante non può diventare soltanto la persona incaricata di portarlo fino a un risultato previsto. Tra ciò che uno studente sa riprodurre durante una prova e ciò che sta realmente imparando esiste uno spazio molto più vasto, fatto di curiosità, intuizioni, domande, difficoltà, interessi personali e perfino errori che possono diventare parte essenziale della crescita.

Proprio l’interesse spontaneo verso ciò che non conosciamo rappresenta uno dei punti più affascinanti della riflessione. Prima ancora di incontrare un programma scolastico, un bambino osserva, domanda, sperimenta e cerca spiegazioni. Vuole sapere perché qualcosa accade, prova a costruire, smontare, imitare, immaginare. Questa spinta verso la scoperta non nasce da un voto e non aspetta una verifica per manifestarsi. Il vero paradosso educativo compare quando una persona naturalmente curiosa comincia a percepire l’apprendimento soprattutto come qualcosa che deve fare per raggiungere un risultato stabilito da altri.

In mezzo a questa tensione si trova l’insegnante, al quale viene chiesto contemporaneamente di seguire programmi, rispettare scadenze, valutare competenze e riconoscere l’unicità di ragazzi molto diversi fra loro. Uno dei passaggi più duri richiamati nel libro riguarda proprio una docente che decide di lasciare il proprio lavoro perché non riesce più ad accettare il modo in cui sente di dover trattare gli studenti, percepiti come costretti a raggiungere obiettivi attraverso strumenti didattici standardizzati. Al di là della singola esperienza raccontata, il punto tocca una questione enorme: quanto spazio possiede davvero un insegnante per insegnare alla persona che ha davanti e non soltanto all’alunno previsto dal programma?

Da qui nasce inevitabilmente il rapporto tra istruzione e libertà, che gli autori affrontano spingendo la riflessione anche sul terreno filosofico, da Søren Kierkegaard fino ad Aristotele. Parlare di libertà nella scuola non significa immaginare aule senza regole nelle quali ogni studente possa scegliere arbitrariamente cosa fare. Significa domandarsi se l’educazione possa rispettare l’individuo senza ridurlo a un modello uniforme, lasciando che l’apprendimento conservi anche una componente personale, critica e autentica.

Kierkegaard ha posto l’individuo e la scelta personale al centro di una parte fondamentale del proprio pensiero, mentre il confronto con Aristotele porta inevitabilmente verso una domanda ancora più antica: quale idea di essere umano sta dietro al nostro modo di educare? Ogni sistema scolastico, anche quando parla apparentemente soltanto di programmi e competenze, contiene infatti una propria risposta. Stabilire ciò che un ragazzo deve imparare significa anche decidere quali capacità consideriamo importanti e quale rapporto desideriamo che abbia con la società nella quale crescerà.

Il ritorno a scuola può allora diventare qualcosa di più della ripresa di una routine. Può essere il momento giusto per ricordare che educare non significa riempire una persona di contenuti fino al raggiungimento di una serie di obiettivi, ma offrirle gli strumenti necessari per comprendere, scegliere, interrogarsi e continuare a cercare.

Una scuola capace di misurare ciò che uno studente ha imparato è utile. Una scuola capace di evitare che perda il desiderio di imparare è indispensabile.

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