Dopo aver firmato nel 2024 la commedia Gli addestratori, Andrea Jublin torna sul set per dirigere ancora una volta Lillo alias Pasquale Petrolo, che presta il volto a Bruno in Tutta colpa del rock.
Bruno è un chitarrista che vive per la musica, ma, soprattutto, è un fanatico del rock e si esibisce con la sua band, gli Entry Level, al Roma Sonica, un concorso che mette in palio un cospicuo premio in denaro.

Dopo la performance, cercando di emulare le leggende del rock nel distruggere la sua chitarra, provoca un grave incidente che gli costa anche la cacciata dal gruppo. Indomito non si arrende e, passati otto anni, cerca rivalsa con un nuovo progetto musicale, ma è costretto per sbarcare il lunario a suonare alle feste di compleanno per bambini. Nel frattempo ha promesso a sua figlia Tina di portarla negli Stati Uniti per fare un rock tour, ma, come spesso gli capita, non riesce a mantener fede alla parola data. Le cose volgono al peggio, poi, quando, rabbioso per il successo della sua ex band, cerca di sabotargli il concerto causando un incendio nel palazzetto dove si stavano esibendo… ed è così che finisce in carcere. Tutta colpa del rock vorrebbe incarnare lo spirito ribelle e il grido di libertà ispirato dalla musica. Oltre questo dovrebbe anche far ridere, non lesinando inoltre di trattare tematiche sociali. Si ha l’impressione invece che si metta troppa carne al fuoco, perdendo di vista proprio il lato della commedia divertente, in cui anche le battute appaiono sottotono fino a scadere nel puerile o nel banale.

Esili i personaggi portati in scena da Massimo De Lorenzo, nei panni di un politico fanatico del rock, e da Carolina Crescentini, che incarna la direttrice del carcere in cui è detenuto Bruno e che cerca di fare disperatamente carriera. Bidimensionali anche il compagno di cella di Bruno, cui presta il volto Maurizio Lastrico, e “il professore” che ha le fattezze di Elio (all’anagrafe Stefano Roberto Belisari), nonché il balzano “Osso”, ovvero Massimo Cagnina. Bizzarro il sovrintendente Santarosa, che possiede i connotati di Valerio Aprea, il quale appare visibilmente alienato per la vita passata in prigione, anche se in qualità di sorvegliante, tematica di rilevante importanza che vede questi operatori spesso vittime di depressioni pericolose. Inoltre Valerio Aprea si esprime con un eloquio forbito che ricorda il Mattia Argeri di Smetto quando voglio di Sydney Sibilia. Il regista conferma il desiderio di dare una connotazione anche sociale al lungometraggio, tentando la carta della violenza domestica subita da Eva alias Agnese Claisse a causa di problemi con il padre. La giovane viene inserita in un programma voluto da una direttrice ambiziosa: quello di istituire un laboratorio di musica rock che sia inclusivo.

Lei batterista arrabbiata, picchia forte sulla grancassa per riversare idealmente tutta la sua rabbia contro la figura paterna. Le gag che la vedono confrontarsi con Bruno mancano di quella ilarità immediata, poiché intrise di un significato politico e sociale che, alla lunga, si sovrappone in maniera sbilanciata ai toni della commedia. Dispiace per Elio, che in Tutta colpa del rock suona il basso e, sebbene ce la metta tutta anche con un omaggio suggestivo a Bronson di Nicolas Winding Refn grazie alla sua proverbiale arte del trasformismo, non basta per risollevare le sorti di un film che non decolla. La musica in egual misura, che dovrebbe farla da padrona, si rivela blanda e non trascina, seppur la colonna sonora goda della supervisione di Francesco Motta, che è anche co-autore della canzone portante della pellicola: Nato nel posto sbagliato, cantata da Naska. Quest’ultimo, al suo debutto cinematografico incarna K-Bone, un ex trapper introverso e malinconico finito in carcere ed entrato a far parte del laboratorio musicale capeggiato da Bruno. Il film, soprattutto nella figura del protagonista impersonato da Lillo, si rifà chiaramente a School of rock di Richard Linklater, ma Jack Black era travolgente al pari della commedia in cui la musica riusciva a coinvolgere e trascinare lo spettatore, conservando quel ritmo selvaggio che, insieme a situazioni brillanti, ne hanno fatto un cult. E, se il lungometraggio di Andrea Jublin, invece, non convince, possiamo almeno dire che non sarà tutta colpa del rock.
