Tutti per 1 – 1 per tutti: Moschettieri del re – La penultima missione parte 2

Il diritto alla fantasia sta decisamente a cuore al cast di Tutti per 1 – 1 per tutti, in prima assoluta dal 25 Dicembre 2020 su Sky e in streaming su Now Tv, disponibile anche on demand. Soprattutto a Pierfrancesco Favino. Che individua nei panni farseschi del celebre moschettiere D’artagnan un fulgido veicolo di meraviglia fiabesca frammista al sempiterno valore terapeutico dell’umorismo.

“Questo ruolo permette di connettersi con il lato fanciullesco che alberga in ciascuno di noi. Giacché trascende i diktat del probabile e del possibile. La linea demenziale che contraddistingue il film è un inno alla vitalità dell’ironia stemperante. Ovvero la voglia di prendersi gioco del grigiore dell’esistenza. Il valore dell’immaginazione, necessario ad anteporre la fantasia alla crudezza oggettiva, lenisce il dolore quotidiano ed è fondamentale oggi come oggi. L’elemento dell’improbabilità, intesa come la virtù di cogliere gli spettatori di sorpresa e di saperli allietare, va oltre il mero tran tran. Ed è la ragione per cui svolgo il lavoro dell’attore” dichiara durante la videopresentazione del lungometraggio alla stampa.

Non c’è dato sapere se realmente Favino ritenga l’egemonia del fanciullino del Pascoli rispetto allo spettacolo accigliato del cinema d’impegno civile, che l’ha visto protagonista in Hammamet, un’autentica risorsa. Anziché una semplice variante. All’insegna dell’intrattenimento disimpegnato. Valerio Mastandrea, che impersona un Porthos attempato ma sempre fedele alla vigoria del guascone duro nella lotta e leale nell’animo, pone l’accento sulla ricchezza poetica, congiunta nel bozzetto, dei desideri individuali frammisti all’utopia di favorire lo spirito alla materia. “Molto spesso l’ideologia è considerata quasi una parolaccia. Invece avere degli ideali non è per niente male. Specie se consente di compiere scelte altruiste. Il momento storico che stiamo vivendo divide il mondo in due persone: quelle che pensano solo ed esclusivamente a sé stesse e quelle che pensano a sé stesse in mezzo agli altri”. Rocco Papaleo, confermato da Giovanni Veronesi nella parte di Athos, dapprincipio restio ad abbandonare l’incarico di difendere la monarchia e i relativi interessi politici, poi sedotto dall’indefessa illusione dell’avventura, introduce nella conferenza stampa un tono scherzoso: “Io sottoscrivo appieno le dichiarazioni di Pierfrancesco, estremamente lucido, e qualcosa di Valerio. Di cui non condivido affatto l’inclinazione alla retorica: frantuma. Anche se l’apprezzo. Al di là degli scherzi, mio figlio piccolo sostiene che la fantasia lo consola tantissimo. Ritengo che, oltre a spingere sul pedale sarcastico, sia giusto continuare ad alimentare a dovere il diritto alla fantasia”.

Veronesi, in cabina di regìa, ha voluto rendere omaggio alle facoltà magiche della fabbrica dei sogni con l’incipit a sorpresa: “Non avevo intenzione di accennare al contesto pandemico. Tuttavia l’immagine dei bambini sul set, accompagnati dai genitori, con indosso la mascherina, è stata fonte d’ispirazione e d’improvvisazione. Catturare subito i loro occhi sognanti mi ha permesso d’introdurre in chiave diversa, ed ergo fantasiosa, una notoria storia del passato”. L’ennesimo adattamento sul grande schermo del romanzo storico di Alexandre Dumas, ritenuto dallo stesso Veronesi una lettura impegnativa, se non pesante, riesce a garantire ai sentimenti romantici, temprati dagli scherzi sulla falsariga di Amici miei, l’idonea levità? La dote, tipica della commedia all’italiana, di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente cede il passo a un alto tasso di saccarosio. Alieno, in prassi e in spirito, all’arguzia parodistica che rilegge le cadenze classiche per evitare alla rievocazione dell’epoca picaresca di cadere nelle secche dell’enfasi di maniera. Al contrario sono proprio le componenti manieristiche a prendere piede insieme ad alcuni coefficienti spettacolari, garantiti alla bell’e meglio dal fiacco dinamismo dei movimenti di macchina, che stentano ad assicurare alla partenza l’indubbio sprint di Harry Potter. Contemperare lo sguardo dell’innocenza, il viaggio di scoperta della geografia emozionale, che connette il turbinio degli stati d’animo con i luoghi eletti a location, e l’opportuno zelo scenografico richiederebbe inoltre un estro scevro dall’accumulo degli effetti.

L’innesto dei soliti tagli di luce nell’interazione tra interni, ora lussuosi ora disadorni, ed esterni panteisti, zeppi di prevedibili riverberi, non basta certo ad appaiare alla replica dei luna park hollywoodiani la trasformazione degli insistiti motivi pittori in appropriati ragguagli psicologici. Incompatibili d’altronde con la comunicativa immediata delle sortite clownesche. Rinvenibili in particolare nell’eloquio zeppo di strafalcioni del simpatico D’Artagnan. A differenza di Ed Harris in Appaloosa, che seppe unire con un’ottima veridicità di sfumature i tempi comici ai tocchi malinconici, Favino pesca nell’ovvio. L’interregno degli accenti, a discapito dei semitoni affidati alle reazioni mimiche della brava Margherita Buy nelle vesti regali di Anna d’Austria, non va troppo per il sottile. Il sequel di Moschettieri del re – La penultima missione condensa così nella coroncina d’imprevisti al cardiopalma ed episodi giocondi trovatine piuttosto scontate, con Athos che paga dazio alla labirintite negli attimi cruciali, e labili figure lunari. La perizia professionale dei costumi e l’apporto delle musiche sembrano giovare alle tessere del mosaico che intende arricchire di prospettive fuori dell’ordinario l’attitudine all’illustrazione. L’assoluta mancanza di compattezza strutturale, a ben guardare, provoca viceversa brusche battute d’arresto. Mandando a carte quarantotto le esche, sparse in ogni dove, per gli spettatori affezionati ai consueti capitomboli coloriti. La velleità di salvare capra e cavoli, per non venir meno anche alle attese di un pubblico vasto, attratto dalla libertà della favola, farcita di suggestioni attinte con deleteria evidenza a Il signore degli anelli, si arena nelle buone intenzioni. Simili alle letterine dei piccini a Babbo Natale. Tutti per 1 – 1 per tutti diluisce infatti gli intermezzi elegiaci nel tentativo d’impastare compiuti ritagli d’esistenza ed eroici soprassalti senza il dono della sintesi. Né l’ingegno di convertire le prolisse sequenze in un gioco infinito di echi e controechi.

 

 

Massimiliano Serriello