Ci sono canzoni che non hanno bisogno di grandi eventi per lasciare il segno, perché scelgono di raccontare la straordinaria bellezza nascosta nella quotidianità. È il caso di “A cena”, il nuovo singolo dei tuttotace, un brano che trasforma un momento semplice e universale come quello di una tavola condivisa in un viaggio fatto di affetto, ricordi e connessioni autentiche. Con una scrittura capace di coniugare leggerezza e profondità e un sound che intreccia influenze africane, indie e alternative, la band costruisce un racconto sincero che mette al centro il valore delle relazioni umane. Abbiamo intervistato i tuttotace per parlare della nascita del brano, del loro percorso artistico, della ricerca sonora e del modo in cui i ricordi continuano a ispirare la loro musica. Ecco cosa ci hanno raccontato.

“A cena” parla anche di amicizia e di momenti condivisi. Quanto hanno contato le persone che avete incontrato nel vostro percorso musicale?
È difficile fare una somma di tutti i diversi modi in cui i nostri vari affetti hanno influito nella nostra musica; la risposta breve è che, chiaramente, le persone attorno a noi sono forse l’elemento più determinante e più fondamentale nella nostra composizione musicale, ma è impossibile quantificare questa importanza o anche solo descriverla più accuratamente. La musica dei tuttotace ruota sempre attorno al confronto con ciò che è dentro e fuori di noi, e nel caso di “A cena” l’affetto dato e ricevuto con le altre persone è chiaramente il nucleo fondamentale.

Il brano trasmette leggerezza senza essere superficiale. Era questo l’obiettivo fin dall’inizio?
Sì, senza dubbio. Rispetto a “Questo suono”, più di difficile ascolto se vogliamo, o quantomeno un po’ più pesante, specialmente nella seconda parte, “A cena” volevamo che scorresse, che trascinasse con più spensieratezza e leggerezza. Questo non perché il tema di cui tratta sia banale, piuttosto perché descrive non più un complicato viaggio nell’introspezione, ma una scena di vita ordinaria, una cena tra persone che si vogliono bene, e il flusso di impressioni che questa occasione così comune e al contempo tanto speciale fa emergere.

Quanto tempo dedicate alla ricerca dei suoni prima di arrivare alla versione definitiva di una canzone?
È probabilmente tra le cose che ci porta via più tempo, ma per fortuna non è limitato a una sola canzone: la ricerca dei suoni, ad esempio per questo disco, è stata più che altro pensata, appunto, sul disco. Le chitarre, il basso, la batteria, le voci, hanno suoni costruiti con moltissima cura, che vengono usati in diverse occorrenre nel corso di tutto l’album: per semplificare, diciamo che creiamo un arsenale di sonorità che poi utilizziamo e incastriamo accuratamente di brano in brano.

C’è un artista che vi ha ispirato particolarmente durante la realizzazione di questo brano?
Abbiamo rubacchiato da una serie di riferimenti per trovare il giusto sound, inizialmente in area centroafricana, pescando un po’ da Bombino, Modu Moctar, o da Ali Farka Touré, poi tornando anche in Italia, banalmente con gli I Hate My Village, la cui presenza si sente sicuramente moltissimo, nel risultato finale. Le influenze però non sono state solo di musica africana, ma abbiamo lasciato che ci finissero dentro anche altri piccoli spunti, provenienti dai nostri gusti musicali personali più “classici”, come l’emo, il folk, il grunge, il post rock insomma, il solito pacchetto.

Il videoclip è costruito attorno ai ricordi. Quanto vi piace raccontare il passato senza cadere nella nostalgia?
Ah si può fare questa cosa? Dici proprio senza nostalgia? (ridono) Allora, siamo contenti sicuramente che possa emergere questo sano equilibrio nel nostro rapporto con i ricordi, ma probabilmente non è così. Però non è un male, alla fine. La nostalgia presuppone che alle nostre spalle ci sia qualcosa per cui valga la pena provare un po’ di dolore pur di riviverne di nuovo un pezzetto. Non sarà chissà quanto gioioso, ma sembra qualcosa di molto bello.

Avete mai pensato che “A cena” potesse diventare uno dei brani simbolo del vostro repertorio?
È il nostro secondo singolo uscito, quindi sì, assolutamente sì. Vero è che forse è uno dei nostri brani un po’ più “particolari”, al momento. Nel senso, se si volesse avere un’idea sul sound dei tuttotace e si ascoltasse solo “A cena”, probabilmente sarebbe un po’ fuorviante, ci si finirebbe per aspettarsi somiglianze che negli altri brani non si troverebbero. Certo che, in effetti, questo è ciò che normalmente succede quando si ha così poco materiale fuori. Ma questo non ci dà pensiero: abbiamo ancora un sacco di musica da far uscire!

Quale emozione vi piacerebbe vedere negli occhi del pubblico mentre la ascolta?
Coinvolgimento. Risposta molto neutra, lo sappiamo, oltretutto il “coinvolgimento” non è neanche un’emozione, è solo un contenitore vuoto che significa “ciò che io dico, tu lo senti dentro di te”. Però alla fine si gioca tutto nell’ambiguità della prima parte della frase: non c’è la pretesa di dire qualcosa di univoco, nella nostra musica, vorremmo che ciascuno sentisse profondamente, nella propria anima, il senso che evince per sé dalla musica che ascolta. Non abbiamo paura di essere fraintesi, perché alla fine ciò di cui parliamo può essere talmente diverso, a seconda di chi lo accoglie, che non avrebbe senso puntare su una sola specifica atmosfera.

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