Ultima notte a Soho: la Swinging London da incubo della “regina degli scacchi”

In maniera analoga al protagonista del suo Baby driver – Il genio della fuga, è una giovane spesso propensa ad abbandonarsi all’ascolto di vecchie hit musicali che il cineasta britannico Edgar Wright – autore, tra l’altro, de L’alba dei morti dementi e Scott Pilgrim vs. the world – pone al centro di Ultima notte a Soho.

Giovane dalle fattezze della Thomasin McKenzie di Jojo Rabbit e che, amante della Swinging London, si trasferisce nella capitale inglese intenzionata a diventare stilista riscontrando immediatamente, però, una certa ostilità da parte delle proprie coetanee.

Ma ciò rappresenta soltanto una sfumatura della oltre ora e cinquanta di visione che, se inizialmente potrebbe spingere a pensare all’ennesimo zuccheroso apologo al femminile, prende tutt’altra piega dal momento in cui la ragazza va ad alloggiare in una stanza presso l’anziana Diana Rigg, purtroppo scomparsa al termine delle riprese e meritevole di un premio Oscar come attrice non protagonista.

Perché, sulle note della bellissima You’re my world di Cilla Black, è in questa lugubre dimora che finisce oniricamente negli anni Sessanta, tra Agente 007 – Thunderball: operazione tuono programmato nei cinema e un’escursione nel celebre night club Café de Paris.

Anni Sessanta in cui, oltre ad imbattersi in un manager artistico dai connotati dell’ex Doctor Who Matt Smith, scopre di avere una misteriosa connessione con una cantante incarnata dalla Anya Taylor-Joy della mini-serie televisiva La regina degli scacchi.

Trasformando Ultima notte a Soho quasi in una sorta di Peggy Sue si è sposata di Francis Ford Coppola filtrato attraverso atmosfere da incubo proto-Nightmare, in modo da garantire il forte retrogusto horror d’inquietudine destinato ad accentuarsi man mano che i fotogrammi avanzano.

Un retrogusto ulteriormente testimoniato dalla enigmatica presenza di un Terence Stamp dal sapore dickensiano; al servizio di quello che si rivela un giallo a tinte ultraterrene dalle più o meno vaghe influenze provenienti da Roman Polanski e Dario Argento e accompagnato da una tanto ricca quanto magnifica colonna sonora comprendente, nel mucchio, World without love di Peter and Gordon, Downtown di Petula Clark, Eloise di Barry Ryan e Wishin’ and hopin’ di Dusty Springfield.

Un giallo ultraterreno che, impreziosito da una notevole cura estetica sia per quanto riguarda le scenografie che la fotografia trasudante toni caldi, coinvolge pienamente dalla prima all’ultima inquadratura, grazie in particolar modo al tutt’altro che banale script firmato da Wright stesso insieme a Krysty Wilson-Cairns.

Script atto a condurre ad un sorprendente twist ending Ultima notte a Soho, colorato ma al contempo darkeggiante inno al conseguimento dei propri sogni rientrante, senza alcun dubbio, nello stuolo delle migliori prove di colui che ci ha regalato Hot fuzz e La fine del mondo.

 

 

Francesco Lomuscio