Un affare di famiglia: un disperato bisogno d’amore

Dopo la più che meritata Palma d’oro conquistata lo scorso maggio alla settantunesima edizione del Festival di Cannes, Un affare di famiglia (Shoplifters) di Hirokazu Kore-eda è finalmente approdato nelle sale italiane.

Il lungometraggio del cineasta nipponico è l’ennesima folgorazione sulla via di Damasco di una filmografia che, al momento, conta pochissimi bassi e molti alti, alcuni dei quali impressi a caratteri cubitali nella mente del pubblico e degli addetti ai lavori come acuti indimenticabili (su tutti Father and son).

L’ultima fatica dietro la macchina da presa di Kore-eda, pur non toccando le vette dei precedenti lavori, si rivela un autentico colpo al cuore, capace di accarezzarlo e schiaffeggiarlo in modalità randomonica, ma anche di far brillare gli occhi inumidendo le guance e di strappare furtivi sorrisi. Le emozioni cangianti e il modo in cui queste si riversano senza soluzione di continuità sullo schermo sono il motore portante e l’anima del plot, ma anche del disegno dei singoli personaggi che popolano un film che fa della coralità il suo biglietto da visita.

In Un affare di famiglia il regista e sceneggiatore giapponese ci catapulta senza rete di protezione al seguito di Osamu (Lily Franky) e di suo figlio (Sôsuke Ikematsu), che, dopo l’ennesimo furto in un supermercato, si imbattono in una ragazzina (Miyu Sasaki) in mezzo ad un freddo glaciale. Dapprima riluttante ad accoglierla, la moglie di Osamu (Sakura Andô) acconsente ad occuparsi di lei dopo aver appreso le difficoltà che la aspettano. Benché la famiglia sia così povera da riuscire a malapena a sopravvivere commettendo piccoli reati, sembrano vivere felici insieme finché un incidente imprevisto porta alla luce segreti nascosti che mettono alla prova i legami che li uniscono.

La lettura della sinossi e la sua trasposizione dichiarano apertamente il ritorno del cineasta asiatico al dramma a sfondo familiare di stampo ozuniano, con il quale ha avuto l’occasione di riprendere in mano alcuni dei temi a lui cari come il confronto generazionale, il bisogno epidermico di tessere relazioni umani, la crisi esistenziale e qui anche lavorativa ed economica, oltre al dualismo tra legami biologici e non.

Tutti i protagonisti sono alla perenne ricerca di affetto, chi lo insegue e chi, al contrario, prova a donarlo a coloro che gli o le stanno vicino. Kore-eda ci porta con la dolcezza, l’amore viscerale nei confronti dei singoli personaggi e la complicità dello sguardo che da sempre contraddistinguono il suo cinema in un microcosmo casalingo di pochi metri quadri, dove gli abitanti a fatica trovano il loro spazio e dove provano a sopravvivere alle difficoltà della vita quotidiana. E lo fa con una storia minimalista e lineare che ha nel suo dna narrativo e drammaurgico i geni di una favola metropolitana destinata a tramutarsi in altro quando tutte le carte sono state finalmente svelate al fruitore.

Ciò che resta è un film a tratti intenso, che regala alla platea di turno una storia che non ha bisogno di fare la voce grossa, tantomeno di cavalcare l’onda dello stereotipo e dei sentimenti a buon mercato per strizzare l’occhio allo spettatore. Un affare di famiglia parla al destinatario con la sincerità e l’onestà di chi un certo tipo di materia sensibile è abituato da decenni a maneggiarla con rispetto e intelligenza. La stessa che il più delle volte viene meno in opere analoghe.

 

 

Francesco Del Grosso