Un altro mondo: Stéphane Brizé e la legge di Lindon

Presentato in occasione del festival dedicato al Nuovo Cinema Francese Rendez-Vous, Un altro mondo di Stéphane Brizée è un film carico di rabbia che segna una nuova tappa nella Settima arte del regista francese insieme al monumento nazionale Vincent Lindon, dopo La legge del mercato e In guerra.

L’attore veste stavolta i panni di Philippe, un dirigente alle prese con la fine del suo matrimonio e un grossa crisi aziendale.

Un dirigente che ha speso gli ultimi sette anni della propria vita trascurando gli affetti familiari e dedicando anima e corpo allo stabilimento del gruppo industriale Elsonn. Ma la pressione del prossimo divorzio, con cui si apre il lungometraggio, e quella di dover comunque raggiungere risultati tagliando al contempo il personale lo costringono ad un vera e propria discesa all’inferno all’interno dei suo pensieri. La storia quindi, segue quella dei due citati titoli precedenti, in cui Lindon era dall’altra parte della barricata.

Qui, invece, è appunto il manager responsabile che deve mediare tra i suoi dipendenti e i suoi superiori, i quali chiedono solo maggiori profitti e meno costi. E Brizé descrive in modo a dir poco realista tutti i problemi reali e attuali dell’universo del lavoro, tanto che viene quasi voglia di effettuare un accostamento allo scomparso manager Fiat Marchionne, il quale aveva operato in un modo simile. Oltre alla dimensione aziendale, il regista tocca in Un altro mondo quella familiare, con il rapporto in crisi tra Philippe e la moglie, resa da una bravissima Sandrine Kiberlain, lo stato di salute del figlio più piccolo e l’altro, più grande, il quale afferma che presto lavorerà per Facebook perché ha parlato di persona con il suo CEO Mark Zuckerberg.

Tutto gira nella testa di Philippe, dalle foto del passato felice ai brevi momenti di incontro con la consorte in un anonimo parcheggio, dove cerca disperatamente di ricucire il rapporto, ma nel cinema di Brizé, come sempre, è una lotta disperata tra famiglia, pubblico e privato a regnare. Mentre tutto si fonde in un fosco quadro che tocca qualsiasi cosa, e come la sua macchina da presa che non si ferma mai e ci mostra ogni dettaglio. Anche lo spettatore scende nella testa di Philippe con l’intensità della tragedia umana. Non è un cinema di evasione quello di Brizé, ma contiene una forza inesauribile nel toccare la vita reale, ovvero ciò che manca da tanto tempo ai nostri film. Un aspetto che rende invece il cinema francese un faro nel panorama attuale. Non a caso, l’Oscar 2022 se lo è aggiudicato il remake statunitense di un piccolo film d’oltralpe dedicato ai sordomuti.

 

 

Roberto Leofrigio