Rispetto all’esordio dietro la macchina da presa in un film di finzione avvenuto con Piccolo corpo scandagliando l’emblematica elaborazione dell’atroce lutto perinatale sulla scorta del realismo ancestrale e viscerale degli apologhi sull’immersione nella lotta per la sopravvivenza ad appannaggio del carattere d’autenticità frammisto all’egemonia dello spirito sulla materia, l’ambiziosa regista triestina Laura Samani nel mélo introspettivo Un anno di scuola muta completamente segno.
L’adattamento per il grande schermo dell’omonimo romanzo breve di Giani Stuparich, ambientato agli albori del Novecento quando Trieste oltre a costituire il preminente porto dell’Impero Austro-Ungarico era una crocevia di culture ed etnie disparate, lo mette nelle condizioni di aggiornare l’assunto narrativo all’inizio degli anni Duemila preservando l’interazione tra habitat ed esseri umani. Con il senso d’appartenenza al territorio natìo sugli scudi che cementa lo status d’autorialità benché al servizio d’una cifra stilistica ed espressiva ben diversa da quella esibita in precedenza attraverso l’avvicendamento di crudezza oggettiva, sensibilità soggettiva, immersione fiabesca ed empatia riflessiva.

Occorre nondimeno segnalare, ai fini d’una disamina attenta a distinguere il proficuo corpo a corpo dei momenti sospesi ed eterei degni di rilievo con la dura realtà dagli infecondi colpi di gomito in merito al trito focus sulla crescita adolescenziale a corto dell’assoluta capacità di scandagliare gli appositi contesti intimi e al contempo sociali con l’ausilio d’un tocco quasi magico, se, alla prova del nove, si tratta d’una evoluzione e d’una involuzione. L’incipit, scandito dalla briosa colonna sonora, dalla continuità spazio-temporale garantita dall’ammiccante piano-sequenza con tanto di carrello in avanti, ben diverso dal vibrante ed epidermico coinvolgimento ottenuto in Piccolo corpo, dall’ingresso nella scuola, lungo i corridoi, dalla ripresa divenuta di quinta della protagonista Fredrika, trasferitasi da Stoccolma a Trieste insieme al padre, “tagliatore di teste” incaricato di eseguire una serie di licenziamenti a discapito dei lavoratori autoctoni, sembra veleggiare in superficie. Sui binari del ritratto coming of age basato sulla scoperta dell’alterità. Di qualcosa, cioè, di diverso dall’ordinario destinato a divenire step by step familiare. Tipo l’intesa suggellata sui banchi di scuola tra Fredrika e tre compagni di classe dalle personalità agli antipodi, ma uniti dall’insofferenza, manifestata di soppiatto, per le convenzioni, dalla medesima visione del mondo circostante, dall’abitudine a stemperare nell’ironia la punta di spina del dolore. Ravvisabile nello straziante ricordo dell’adorato fratello morto prematuramente di Pasini. Latin lover della banda. Che nondimeno prende lì per lì il due di picche dalla nuova arrivata. Incuriosita invece dal cool guy Antero. Colto, chiuso per molti versi in sé stesso, ancora casto. A differenza del protettivo ed estroverso Mitis. Ritenuto, in virtù pure dell’imponente mole, il cane pastore del terzetto con la battuta sarcastica sempre in canna.

L’amalgama d’ameno e mesto si va subito ad appaiare alle modalità esplicative connesse agli spogliatoi, alle aree verdi, alle scalette, alle spiaggette, alle terrazze semicircolari, agli ambienti residenziali, ad altri periferici, ai luoghi come l’ex tipografia del nonno di Mitis dove inguattarsi per entrare nella zona della relazionalità lontani da occhi indiscreti. L’eros, indirizzato dapprincio all’incrociarsi secondo copione degli sguardi, anziché arricchire la trama compendiando tenui batticuori ed emozioni cosiddette slogate, care al nostro compianto saggista Enzo Siciliano, appare privo del risalto figurativo tramutabile, all’occorrenza, nel contrasto filosofico tra interiorità ed esteriorità. La geografia emozionale, al contrario, riverbera ad hoc il modo di reagire alla piega degli eventi del terzetto convertito in quartetto. Ciò nondimeno l’inane ripiego nello slow motion per accrescere la componente impressionabile al posto di quella razionale impedisce agli spazi tutt’altro che esornativi di porre però appieno l’accento sull’atmosfera quasi cronachistica. Che in Piccolo corpo cede man mano la ribalta alla razionalizzazione dell’assurdo, individuato nel vagheggiamento d’una purezza aliena a qualsivoglia deriva materialista, ed ergo all’aura contemplativa. Relativa al viaggio in direzione di Trava di Lauco, in Friuli, per raggiungere il santuario del respiro. Celebre per l’antica tradizione dei “bambini nati morti” che, riprendendo l’afflato dell’esistenza seppure nell’arco di pochi istanti, potevano ricevere l’agognato battesimo. Di conseguenza la laguna di Bibione, al pari delle montagne della Carnia e del Tarvisiano, è eletta dalla motivata Laura Samani in cabina di regìa ad avvolgente limbo dalla vigorosa ed evocativa carica simbolica. Adesso a cadenzare l’altalena degli stati d’animo dell’insolito quartetto provvedono le canzoni diegetiche ed extradiegetiche, dai brani folcloristici a Più niente dei Prozac+, la musica techno in voga nei rave del 2004, gli empiti ora di gioia ora di sdegno giustapposti alla curiosa tenacia di certi insistiti silenzi.

Alcune calcolate istigazioni, i deliberati scompensi nel ritmo, l’impressione di prendere la vita alla sprovvista, l’andamento quasi casuale delle ronde goliardiche, le bevute in allegria, i trapassi d’umore, con la cameratesca irriverenza che cede spazio all’attanagliante mestizia, ripercorrono strade, sia pure buffe e dolenti, arcinote. Arricchite comunque dalla spontaneità di tratto e dal carattere d’autenticità dell’ottima performance della sorprendente Stella Wendick nei panni di Fredrika. Innamoratasi dello studioso che perde la verginità tra le sue braccia. Ghermita dal bel tenebroso di turno che snuda i nervi scoperti. Rimproverata dal pungente compagno di classe avvezzo a proteggere gli amici per la pelle dalle frecce di Cupido. Viceversa il pleonastico tentativo di accorpare al carattere d’autenticità il carattere d’ingegno creativo in grado di approfondire i misteri dell’attrazione delle anime gemelle, di accentuare la sensazione d’alienazione dovuta ai pregiudizi divampati ai danni della nuova arrivata, considerata colpevole di aver messo in crisi il vincolo dell’amicizia, d’indurre persino al sorriso, al termine d’un racconto di formazione assurto a parabola per dare risalto alla soggettività e allo sguardo interiore dell’autrice in questione, va a carte quarantotto. Le luci livide, gli squarci di catartica nitidezza all’interno della libreria dell’istituto vittima d’una malaugurata infiltrazione d’acqua, l’intesa ricomposta traendo in salvo di buzzo buono i preziosi testi, che rappresentano l’integrità da custodire della sete di conoscenza, chiudono il cerchio in passivo. Pagando dazio all’enfasi di maniera. All’attivo resta l’esplorazione delle dinamiche di potere, di uguaglianza, di disuguaglianza, dei legami affettivi e progettuali frammisti agli orribili ed estemporanei cali di stima. Che sanciscono, alla stregua dei dettagli dell’amor vitae tallonato dalle ombre del cupio dissolvi, la centralità delle relazioni tardo-adolescenziali. Lontanissime in ogni caso dalla palingenesi dei timbri antropologici ed etnografici tramutati con Piccolo corpo in fulgidi ragguagli spirituali ed elegiaci. Un anno di scuola, in ultima analisi, trascina, al contrario, l’ennesima conversione del contesto reale in monito universale nella squillante festosità dietro cui s’annida il muso lungo del controcampo luttuoso. Conforme alla ridondante variazione sul tema d’inclusione ed esclusione che, stringi stringi, pesca nell’ovvio.
