Oltre le luci della ribalta e le narrazioni patinate, Mattia Manetti si mette a nudo in “Volevo solo cucinare”. Un dialogo sincero che parte dalle fragilità di un uomo che ha visto il suo mondo andare in pezzi e ha trovato nella scrittura la forza per rimettere insieme i frammenti della propria identità.

Ciao Mattia, leggendo il passaggio “Non sono nemmeno l’ombra dell’uomo che ero… devo rimettere insieme i pezzi di uno specchio che si è frantumato”, quanto è stato difficile trasformare questa fragilità in scrittura senza proteggerti?

Devo dire che la vera difficoltà è stata sopravvivere al momento in cui la mia vita ha cambiato direzione in modo così drastico e repentino. Non ho avuto alcuna difficoltà a mettere nero su bianco la mia fragilità, poiché tutto il libro è un grido disperato di rabbia e voglia di vendetta nei confronti di una vita che si è ingiustamente accanita e che è riuscita a togliermi l’unico motivo per cui, secondo me, valesse la pena vivere…. e più è profonda l’introspezione e più prende forma e vigore il grido disperato di un’anima bersagliata dagli eventi. Non mi aspetto compatimento e pietà, ma partecipazione nel profondo del dolore e rispetto per essere ancora qui in grado e con la voglia di testimoniarlo. Sarebbe stato troppo facile girarsi alla vita e chiudersi la porta alle spalle.

Nel libro si percepisce una continua tensione tra fuga e ricerca: secondo te oggi la letteratura ha ancora il coraggio di raccontare questa verità senza filtri?

Credo fermamente che il problema della verità senza filtri appartenga più a chi la riceve piuttosto che a chi la scrive. Io sono un fiero membro ed esponente della Generazione-X. Sono cresciuto in un periodo storico in cui le cose venivano dette per come erano, l’ironia era segno d’intelligenza e la satira politica era all’ordine del giorno. Oggi siamo vittime del politically correct e la nostra libertà di pensiero e parola deve essere vagliata da una commissione in grado di censurala, prima che possa arrivare al grande pubblico. Pubblico formato prevalentemente da generazioni che si reputano “offese” semplicemente perché non hanno un background etico-socio-culturale che li protegga da sé stessi e che li porti a riflettere. Di conseguenza anche la letteratura con fini principalmente economici si deve adeguare ai nuovi lettori. In un mondo di Karen è più facile essere un Ken piuttosto che un “Ciro, figlio di Target”, nessuno ha più il coraggio di raccontare la verità perché è più facile essere etichettato come omologato piuttosto che dare voce ai propri sogni supportati dalle qualità innate di ciascuno di noi. Io mi sono ritrovato ad essere uno zero cosmico, pronto a buttarmi giù dalla finestra e non mi sento assolutamente a disagio a dirlo e a raccontarlo. Le mie esperienze hanno formato l’uomo che sono oggi e il non avere il coraggio di esprimerle significherebbe semplicemente rinnegare me stesso e questo non è accettabile solo per piacere a qualcun altro.

In alcuni momenti il racconto sembra quasi rallentare per fermarsi dentro il dolore: è una scelta narrativa oppure un bisogno emotivo che non potevi evitare?

L’unica scelta narrativa che ho fatto riguarda esclusivamente gli argomenti trattati e la volontà di riportarli nella loro integrità e verità. Io parlerei piuttosto, del “saper stare nel dolore” e questo si riflette direttamente nella metodologia di scrittura. Noi non sappiamo di essere felici finché non subentra il dolore; infatti, ci ricordiamo i momenti più difficili della nostra vita e non quelli più felici. Il dolore va rispettato, analizzato e fatto proprio, altrimenti non si andrà mai avanti; è nel dolore che ci mettiamo in contatto con la nostra anima, e quando questo succede bisogna prendersi il tempo necessario per trasformare quell’energia in nuova linfa vitale. La capacità di analisi del dolore fa parte della complessità della vita, la felicità non è altro che un attimo fuggente di cui si perde traccia. Non per niente ci ricordiamo gli anniversari dei morti e non le date in cui con quelle stesse persone ci siamo ammazzati di risate.

Guardando al tuo futuro, immagini di continuare su questa linea così intima o senti il bisogno di esplorare nuove forme narrative?

Sono convinto che questo tipo di scrittura mi appartenga fin dai tempi dei temi in classe alle scuole elementari. Mi piace scrivere in prima persona, coinvolgendo tutto me stesso e soprattutto prendendomi piena responsabilità dello scritto…. Forse potrei provare con la poesia in endecasillabi, ma la mia Odissea e Divina Commedia hanno già preso vita. Sarà più difficile trovare un argomento su cui espormi senza filtri, ma sono sicuro che grazie alle mille sfaccettature della mia personalità coglierò una delle tante occasioni che la vita mi proporrà. Basta semplicemente vivere e riconoscere la propria realtà senza farsi distrarre da inutili bombardamenti mediatici.

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