Un eroe: about Iran

L’applaudito apologo sul senso d’appartenenza Un eroe è in odore di Oscar. Per il regista Asghar Farhadi sarebbe il terzo, dopo i due conquistati nella categoria di miglior Film in lingua straniera con Una separazione e Il cliente.

Sulla coerenza umana di Farhadi non si può dire nulla. Al limite bisogna togliersi il cappello. Riconoscendogli che quando realizza un film – al di là della pedissequa qualifica di “internazionale” con cui i membri dell’American Academy of Arts and Sciences hanno rettificato la competenza in merito dell’uso di una lingua non inglese, iraniana nel caso preso in esame, da parte dell’intero cast – non paga mai dazio all’impasse delle prese di posizione pro o contro. Anzi trae linfa dall’esatto opposto: la capacità di esibire il pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana.

Per quanto concerne la coerenza della tenuta stilistica in cabina di regia, il discorso cambia: il miglior film girato sinora da Farhadi è senz’alcun dubbio About Elly. Per una ragione apparentemente semplice: l’inizio è volutamente ingannevole; i rapporti tra moglie e marito in comitiva sembrano prendere le mosse da Il grande freddo di Lawrence Kasdan; e quindi ne segue la falsariga. Imperniata sulla complicità, sull’amicizia, sulla nostalgia dell’età verde, sul desiderio di rinverdirla nell’età adulta. Poi, quando prende piede l’ampio margine d’enigma connesso al giallo, all’arcano da svelare, emerge la vera condizione della donna in Iran, col passaggio dalla capitale, Teheran, alle ingannevoli rive del Mar Caspio. La vacanza diventa un incubo e i nodi che vengono al pettine. Ed è la geografia emozionale il vero motore della storia. Il pluralismo dei punti di vista resta, al limite, qualcosa di consequenziale. In Una separazione avviene apparentemente l’inverso. Anche se, a ben guardare, ad animare il copione è ancora una volta la correlazione tra habitat ed esseri umani e tra interni ed esterni. Per questa ragione il finale di Una separazione raggiunge la meta dell’aura contemplativa. Senza la quale la poesia traligna in poeticismo. Quindi l’aspetto caro a Jean Renoir ne La regola del gioco (“il tragico della vita è che tutti hanno ragione”) acquista nuova linfa grazie alla forza significante degli interni evocativi e degli esterni riflessivi. Che con Il cliente si vanno ad appaiare al richiamo citazionistico. Rappresentato al chiuso, nell’interno del teatro di posa, dalla celebre pièce Morte di un commesso viaggiatore. E fuori dai consorzi domestici e dalle tavole del palcoscenico da un mondo in fermento. Al servizio del crescendo e dell’ennesimo arcano da svelare. Ma quando Farhadi “toppa” di brutto? Quando fa un buco nell’acqua? Quando gira lontano dai posti che conosce profondamente.

Ed è inevitabile che girando in posti conosciuti per sommi capi che la sua cifra stilistica, basata sull’intrigo, sul mistero, sul confronto di modi d’intendere la vita agli antipodi, perda colpi. Risulta, appunto, superficiale. È successo due volte ad Asghar Farhadi, campione di linearità sul piano umano che in About Elly era riuscito ad approfondire il carattere alienante della freddezza sciovinista che svilisce il calore dei rapporti fondati sull’intesa anziché sui malintesi: Il passato e Tutti lo sanno. Entrambi girati lontano dall’Iran. Il primo in Francia, il secondo in Spagna. Anche Woody Allen, ironico, colto, profondo, sorprendente quando gira a Manhattan, lontano dalla sua confort zone gira a vuoto. La spia al calo d’estro la fanno soprattutto Vicky Cristina Barcelona e To Rome with Love. Il punto adesso è comprendere se col ritorno in patria Farhadi abbia riacquisito la verve smarrita nelle infelici trasferte battendo, stringi stringi, sempre sullo stesso chiodo, fatta eccezione per le varianti incentrate sulla ricerca ora del crescendo ora dell’alterità, oppure mutando segno. Senz’alcun dubbio è mutata la location. Non più Teheran. La capitale dell’Iran. Che conosce molto e stima poco. Bensì Shiraz. La capitale morale dell’Iran. Che conosce meno ed ergo idealizza di più. L’idealizzazione, sia essa sentimentale o artistica, e finanche ambedue le cose, può risultare incisiva sul piano dell’approfondimento, del crescendo, dell’irrinunciabile contemplazione. O risultare un peso.

Sul versante della contemplazione, idealizzandola, avviene casomai un aumento d’intensità. E non il contrario. L’eroe per Farhadi è chi non sfugge dalle sue responsabilità. Chi non sfrutta il prossimo, inclusi i familiari. Chi affronta il pericolo. Senza spingere i propri detrattori a rinunciare al proposito di fargliela pagare per questa o quell’altra ragione. In Iran il debito è una ragione più che buona, almeno per la gente intenta ad anteporre la materia allo spirito, per inchiodare alla sbarra l’individuo inadempiente. Ritenuto ancora più colpevole se è un conoscente o peggio un amico. Peggio che mai un parente. L’esame comportamentistico innescato dal bisogno di riscatto crea nel pubblico la classica situazione d’attesa. E lì Farhadi riserva ben poche sorprese. Il ché è una sorta d’impasse. Se non una vera e propria contraddizione in termini considerando lo scopo della rappresentazione. Che è quello di sorprendere. Le qualità poetiche sciorinate in About Elly spiazzando la percezione dello spettatore con echi e controechi diversi appaiano distanti anni luce. Tuttavia nella vicenda che dapprincipio costeggia l’humus della contemplazione attraverso la scoperta dell’alterità, ovvero di ciò che all’inizio è altero, diverso, la sfida è trasformarlo, strada facendo, in qualcosa di familiare. È così che gli spettatori divengono cinenauti. L’incipit è certamente colmo di fascino. Shiraz costituisce per ogni iraniano che si rispetti la Terra dei Re. Dei Padri. Simile a quella cantata dai fautori dell’egemonia dello spirito sulla materia in Il domani appartiene a noi. Per Farhadi il problema è che il presente è brutto. Mentre il passato è bello. Il valore della tradizione iraniana riposto nella storia e nel monito che si è andato perso alza subito il tiro rispetto a tutti i film girati in precedenza. Incluso About Elly.

Nondimeno il prosieguo non è all’altezza di questa suggestione. Intendiamoci: la profondità introspettiva che risiede nel ritratto dell’(anti)eroe di turno, impersonato con notevole incisività dall’ex campione di tennis Amir Jadidi, divenuto un campione d’umanità mettendo l’avvenenza custodita nel gioco fisionomico al servizio dei gravi motivi d’insicurezza del thriller meditabondo, offre parecchie garanzie sulla buona riuscita dello spettacolo. Orchestrato con effetti di prim’ordine dal punto di vista del talento di scrivere con la luce. Chiaroscuri a parte, necessari comunque per comprendere se la buona azione compiuta dall’eroe sia dettata dall’altruismo o suggerita dall’egoismo ed ergo dalla falsità e dalla furbizia, la creatività tecnica latita. L’eroe che vuole evitare la galera perorando la sua causa, con la famiglia al seguito e l’interesse massmediatico, non riesce ad assicurare al film il dinamismo fisico ed emotivo sperato. La geografia emozionale perde colpi. E la premessa, così azzeccata mischiando in chiave metaforica l’urgenza espressiva stabilita dalla ricerca dell’alterità, accresce il rimpianto. Per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. La descrizione d’ambiente timbra il cartellino e nulla di più. L’irreparabile miseria dell’egoismo, della diffidenza, dell’incomunicabilità (il tratto distintivo di About Elly) avrebbe acquisito parecchia linfa tramite il carattere complesso dello spaccato storico-sociale legato alla fascinazione del passato, all’incubo del presente e alla speranza nell’avvenire. Serviva lo spessore specifico di una poesia liberatrice congiunta al territorio eletto ad attante narrativo. Ma l’idealizzazione gioca brutti scherzi. Ad Asghar Farhadi la critica sociale lo ispira maggiormente. Teheran, criticata, va in profondità. Shiraz, prima contemplata ed evocata, convince. Idealizzata poi veleggia sulla superficie. Un eroe rappresenta quindi un’altra battuta d’arresto. Ad Maiora.

 

 

Massimiliano Serriello