Un figlio di nome Erasmus: in viaggio coi papà

Diretto dall’Alberto Ferrari occupatosi, tra l’altro, de La terza stella con Ale e Franz, Un figlio di nome Erasmus parte da quattro amici quarantenni cui giunge una inaspettata notizia.

La ragazza che amarono tutti e quattro contemporaneamente quando facevano l’Erasmus in Portogallo non fa più parte del mondo dei vivi e, inaspettatamente, ha anche lasciato un figlio che appartiene, a quanto pare, a uno dei quattro.

Rispettivamente architetto prossimo alle nozze, agente artistico, guida alpina per manager in cerca di ispirazione e alto prelato del Vaticano, Daniele Liotti, Ricky Memphis, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu partono quindi per andare a conoscere il frutto oggi ventenne del loro passato amore, e, in attesa dei risultati del test del DNA, intraprendono un rocambolesco viaggio affiancati da una giovane che si offre di aiutarli e alla quale concede anima e corpo Filippa Pinto.

Un viaggio destinato non solo a rivelarsi il pretesto attraverso cui delineare quella che è, a suo modo, una commedia on the road, ma anche a rappresentare quello metaforico e profondo che effettuano dentro se stessi i protagonisti, oltretutto contornati da un’infinità di personaggi spazianti dal severo manager interpretato da Andrea Bonella alla Erika di Giulia Galiani, passando per l’organizzatore di matrimoni omosessuale dalle fattezze di Gabriele Carbotti.

Personaggi che, però, la sceneggiatura di Un figlio di nome Erasmus – a firma del regista stesso insieme a Gianluca Ansanelli – sceglie di valorizzare al minimo, offrendo un piccolo spazio in più esclusivamente alla veterana e ancora bellissima Carol Alt nei panni di una professoressa.

Man mano che, tra imprevisti assortiti e la intramontabile Pensiero dei Pooh a fare da colonna sonora, la totale mancanza di fantasia e di desiderio di offrire qualcosa di realmente originale è avvertibile sia nell’uso della immancabile e stucchevole voce narrante (stratagemma sfruttato in almeno il 90% delle produzioni cinematografiche italiane d’inizio terzo millennio), sia nel fatto che la tipologia di operazione messa in piedi non possa fare a meno di richiamare alla memoria l’Ovunque tu sarai di Roberto Capucci che comprendeva nel cast, tra gli altri, proprio Memphis.

E, piuttosto lungo (si supera l’ora e quarantacinque di visione), fiacco e noioso nonostante l’abbondanza di movimento, non riesce neppure nell’impresa di strappare risate Un figlio di nome Erasmus, che, tanto per ricorrere a meccanismi triti e ritriti, non dimentica neppure di giocare prevedibilmente la carta del sentimento durante la sua fase conclusiva.

 

 

Francesco Lomuscio