Un giorno di pioggia a New York: Timothée Chalamet ed Elle Fanning fidanzatini per Woody Allen

In Un giorno di pioggia a New York l’impalpabile capacità di rinnovamento trascina persino una sorta di monumento vivente all’umorismo cinematografico della levatura di Woody Allen nella melassa romantica ad appannaggio dei mestieranti impegnati ad appaiare lacrime e risate per la gioia degli spettatori dai gusti semplici.

L’eloquio spiritoso ed erudito dei personaggi, i tocchi comici sparsi qua e là, quel tanto d’identificazione, unita al bisogno di approfondire gli interstizi esistenziali di bergmaniana memoria, insieme all’arguzia parodistica, contribuiscono ad alzare il tiro solo rispetto alle leziosità delle soap opere.

Per il resto, l’involuto regista, che individua il proprio alter ego sul grande schermo nel belloccio Timothée Chalamet, diametralmente opposto alla figura dell’intellettuale uguale a un lombrico coi vestiti, ma dalla battuta sempre in canna, si perde in ricreazioni linguistiche prive dei soliti punti di forza.

L’assenza più rimarchevole, con le disavventure dei fidanzati Gatsby e Ashleigh (lei è Elle Fanning) dipanate attraverso stimoli derisori ed effimeri controcampi bozzettistici, risulta qui l’insito spessore mitopoietico dei luoghi.

L’atteso, benché risaputo, scandaglio dell’amata Manhattan resta sullo sfondo. Anche la descrizione del mondo della Settima arte vista dall’interno, con l’avvenente giornalista in erba Ashleigh travolta dagli imprevisti, è piuttosto esornativa.

Ad apparire meno sommaria è la propensione al gioco d’azzardo del deluso Gatsby, scalzato agli occhi dell’instabile promessa sposa da un divo spagnolo avvezzo alle mascherate. L’indubbio spirito di verità ivi congiunto si va, però, ad amalgamare con altri elementi assai più arzigogolati.

L’appuntamento saltato, l’immancabile divertimento dovuto agli equivoci, l’incontro con una conoscente che antepone le frecciatine alle carinerie, le visite al Museo dove le tombe egizie non permettono di adulterare la verità contemporanea, destinata a venire ineluttabilmente a galla, compongono un quadro bislacco ed estraneo, quindi, alle prodezze stilistiche di Wim Wenders nel rendere gli ambienti il contrassegno di una salda urgenza espressiva.

La scarsa verve, che si evapora del tutto nei siparietti in penombra, con i volti sfocati di proposito, cede poi il passo a un intenso monologo rivelatore. L’intrinseco cambio di marcia, analogo, sotto certi aspetti, al primo piano predisposto dall’avveduto Zhang Yimou nel finale della sobria ed emozionante parabola sulla diffidenza e sull’accordo inatteso La storia di Qiu Ju, resta un vano squarcio nel buio.

Senza l’idoneo rapporto di causa ed effetto, indispensabile per riuscire ad amalgamare gli affondi amari alla spontaneità di tratto, l’esito artistico va a carte quarantotto. Dopo le forzature caricaturali, accostate alla bell’e meglio ad alcuni intuiti elegiaci, il bisogno di autonomia dai vincolanti privilegi sociali e dagli abbagli dell’amore fittizio fa un buco nell’acqua.

A dispetto dell’uso virtuoso della steadicam per le riprese maggiormente dinamiche, stabilite al fine d’impreziosire l’intarsio evocativo d’interni lussuosi ed esterni metropolitani, il valore drammatico dei movimenti di macchina e l’immagine costante della città del cuore sotto la pioggia sembrano costruire unicamente vani castelli di carta.

L’happy end al parco, preferito infine ai vicoli tirati a lucido dall’acquazzone perpetuo, eletto sin dalla notte dei tempi ad allegoria dell’amore smanceroso, nonché al bonario cinismo di una Giulietta sui generis, molto diversa dalla campagnola Ashleigh, aliena all’appeal dei polmoni verdi attigui ai marciapiedi, sigilla la caduta nel ridicolo involontario di Un giorno di pioggia a New York. Un’autentica disdetta per chi è divenuto celebre vincendo la sfida dell’intelligenza con il dono terapeutico del motteggio.

 

 

Massimiliano Serriello