Passando dall’ancoraggio alla realtà locale scandagliata esordendo sul grande schermo dietro la macchina da presa nell’arguto apologo sul condizionamento ambientale Amparo, con Medellín, capitale di Antioquia, assurta ad attante narrativo carico di senso conforme all’osservazione antropologica impreziosita dalla profonda conoscenza del tema in ballo, alla prevalenza della critica sociale avviata dalla vicenda individuale, a dispetto dell’opportuna geografia emozionale, specie per approfondire l’interazione tra realtà familiare ed egemonia statale, l’ambizioso regista colombiano Simón Mesa Soto cerca col successivo affresco intimo dai risvolti mordaci Un poeta di rendere universale attraverso l’algida precisione del tono sarcastico l’elemento circostanziale degli esami comportamentistici congiunti all’influenza identitaria.
Occorre capire ai fini d’un attenta disamina, che non dà nulla per scontato, se si tratta d’un netto cambio di rotta rispetto al film del debutto, mai allo sbaraglio comunque in quanto impreziosito dalla progredita dimestichezza nell’incollare la camera a mano al volto in perenne tensione della caparbia madre decisa a tenere il figlio al riparo dalla coscrizione militare per sancirne l’assoluta urgenza personale sgradita all’autoritarismo sociale, oppure se l’innesto grottesco in filigrana agevola l’abitudine ad afferrare ogni aspetto dell’umana imperfezione, impedendo agli spettatori di distogliere lo sguardo, per trarre linfa sotto l’aspetto stilistico ed espressivo dalla rappresentazione dell’incongruenza morale degli organismi gerarchici e dei circoli elitari chiusi.

Ravvisabili nell’autoreferenzialità degli ambienti esclusivi inclini ad assumere l’alterigia delle congreghe di pochi privilegiati che tengono le briglie del settore ghettizzando gli artisti a corto di sponsor e anfitrioni. Ritenuti parassiti senza spina dorsale dagli alfieri della moralità economica ai danni del valore culturale ed emotivo garantito dalla capacità poetica di razionalizzare l’assurdo. Sancito dal pensiero al riguardo di Dostoevskij per cui, anche se due per due fa sempre quattro, quanto sarebbe bello se almeno in un’occasione facesse cinque. Al poeta in bolletta Oscar Restrepo, con ormai cinquantotto primavere alle spalle, i conti non tornano affatto. L’affare a lungo termine suggeritogli dall’ennesima mosca da bar, avvezzo a raccontare panzane in merito alla volontà del presidente degli Stati Uniti di sbloccare alcuni fondi sottoposti invece ad azioni di congelamento con buona pace delle speranze riposte nell’accesso ai mercati internazionali, si rivela una bufala. Il premio conferitogli dalla casa della cultura autoctona è ormai un lontano ricordo. Le buone intenzioni rintracciabili al termine del secolo scorso negli spazi d’incontro e nei centri d’identità per la promozione dell’arte in casa, nel suolo patrio, pagano adesso dazio all’apatia catturata sui volti annoiati dei promotori di fronte alla facondia di Oscar. Ex storico dell’Università di Antioquia che nei panni del perpetuo sognatore, smanioso di seguire le orme del sommo José Asunción Silva, uno dei maggiori esponenti del Modernismo letterario ispanoamericano, provoca parecchi sbadigli anziché andare al sodo. L’inidoneo manierismo, già dietro l’angolo in Amparo nonostante la solerzia esibita nel catturare le emozioni slogate care al nostro compianto saggista Enzo Siciliano inserendo il particolare nel generale, ed ergo la frammentazione della realtà disarticolata nell’ampia riflessione antropologica concernente le dinamiche disfunzionali dei paria senza santi in paradiso col potere costituito, prende subito piede per mezzo di alcuni compiaciuti segni d’ammicco nell’ottica autoriale.

Dal tormentone dei movimenti di macchina a schiaffo da un soggetto all’altro, più per mettere in risalto la prevalenza dell’alienazione a spese dell’empatia ché per garantire la debita continuità visiva, sino ad arrivare agli estetizzanti crash zoom con l’aggiustamento del quadro perennemente sugli scudi. Lo scopo risiede lapalissianamente nel trascinare il pubblico, anche meno propenso, nell’intensità psicologica dell’abbrutito Oscar. L’immersione emotiva, ribadita dall’interazione tra musica diegetica ed extradiegetica, in chiave jazz, chiama in causa una prevedibile galleria di piani d’ascolto. La reazione mimica imperniata soprattutto sul predominio programmatico del cinico disincanto sul romantico incanto lascia una traccia piuttosto labile. Giacché svilisce la fisonomia disturbante di un ambiente privo della scoperta dell’alterità. Necessaria a convertire palmo a palmo lo straniamento nel coinvolgimento concesso in teoria dalle calcolate provocazioni. Veicolate allo scopo di trascendere la mera rassicurazione dei mélo sprovvisti di nervature riflessive. All’atto pratico, quando Oscar è impegnato obtorto collo a spiegare gli slanci poetici dei giganti della letteratura a una classe svogliata e persino derisoria per l’eloquio perentorio regredito nell’impasse dell’omino stretto d’assedio dal ridicolo involontario rinvenibile nel contegno bizzarro ed eccentrico, le irruzioni nel quotidiano d’un guru triste, che vorrebbe sciorinare componimenti con l’argento vivo addosso sulla scorta d’uno slancio straordinario, stentano ad assemblare risvolti canzonatori degni di rilievo. L’interesse riservato dal docente trasandato e beone alla dicente sovrappeso ed eminentemente sagace nel dar vita a versi toccanti suggella l’esplicativo passaggio dalla fisionomia concernente l’interazione di Oscar con l’habitat respingente alla microfisionomia. Focalizzata, da copione, sul mix di rassegnazione e rabbia repressa dipinta sugli sguardi dimessi frammisti agli empiti d’indignazione connessi agli spasmi muscolari.

Avvicendati dallo spiraglio di speranza venutosi a creare, al contrario dell’incomunicabilità che impedisce a Oscar di far breccia nel cuore della risentita figlia, grazie alla possibilità d’iscrivere la studentessa prodigio Yurlady al prestigioso festival della poesia. L’effigie del misero appartamento dove vive insieme al nutrito nucleo familiare la quindicenne ombrosa, ma prolifica nel riempire il diario di parole piene cariche di significato, sposta l’attenzione dalla risaputa discrepanza tra ciò che i personaggi dicono e ciò che realmente provano alla voice over avvezza a svelare i pensieri celati dai frequenti silenzi. Sopraggiunge così la sensazione di déjà vu legata alle idee attinte all’estro altrui. Dalla crudezza oggettiva a braccetto dell’aguzza ed energica ironia popolaresca di Ken Loach alla sensibilità soggettiva dispiegata mediante l’aura contemplativa dal pervicace Terrence Malick. Di conseguenza l’incrociarsi dell’antiretorica sanguigna, che ghermisce l’altalena degli stati d’animo nel disadorno convivio domestico di Yurlady, e del cinema agli antipodi, unanimemente definito sconfinante, invece di favorire l’auspicata palingenesi del linguaggio per immagini in salda poesia, trascina le battute conclusive nelle secche dell’enfasi di terz’ordine. Col fratello impulsivo di Yurlady che dapprincipio scazzotta Oscar, per aver trascinato la ragazza nelle bevute a profusione dei poeti allo sbando, per poi sottrarlo alle ritorsioni dei principali intenzionati a monetizzare la fragranza delle tribolazioni schiette. Le ridondanti conclusioni, mandando a carte quarantotto l’austera efficacia degli input sardonici in sfida alle norme dei ritratti introspettivi zeppi di fronzoli od orpelli vari e privi d’acume, decretano l’occasione perduta da Simón Mesa Soto per alzare l’asticella. Il punto di convergenza tra gesti impercettibili ed eclatanti trapassi d’umore, tra mesti soggetti-limite ed enigmi farseschi, tra tedium vitae e amor vitae va dunque a caccia di grilli. Al pari della prova sopra le righe dell’attore non professionista Ubeimar Rios nel ruolo del protagonista. Che sbalestra Un poeta dalla trasfigurazione del vero nel sublime all’involuzione della contemplazione dell’estrema sincerità, dell’ansia di riscatto e dell’infeconda concitazione reclamata dalla razionalizzazione dell’assurdo.
