
Marianna Meles, al suo debutto letterario con “La stanza illuminata”, ci conduce in un viaggio profondo e toccante, esplorando temi complessi come la fragilità mentale, l’amicizia femminile e il potere della passione. L’autrice si racconta in questa intervista, svelando le ispirazioni e le sfide che hanno dato vita al suo romanzo.

“La stanza illuminata” esplora temi delicati come la fragilità mentale e il percorso di guarigione della protagonista, Nella. Cosa l’ha ispirata nella costruzione di questi aspetti?
“Il mio interesse per le dinamiche psicofisiche e gli studi che ho intrapreso mi hanno sempre spinto ad approfondire come un individuo viene influenzato dall’ambiente sociale. Ho voluto esplorare i meccanismi che si scatenano in seguito a un trauma, in particolare quelli subiti da Nella durante l’infanzia e l’adolescenza. La psichiatria ci insegna che un dolore profondo, se non affrontato, può riemergere con forza. La morte del padre di Nella fa riaffiorare i suoi traumi irrisolti, trascinandola in un vortice di indebolimento mentale che, all’epoca, aveva come unica soluzione il ricovero in manicomio”.
L’amicizia tra Nella e Maria Luisa è un pilastro portante del romanzo. Come contribuisce questo legame femminile al percorso di guarigione delle protagoniste?
“Ho voluto contrastare lo stereotipo della rivalità femminile. L’amicizia tra Nella e Maria Luisa è un legame di profonda solidarietà, empatia e fiducia. Questa sintonia emotiva le aiuta a superare i momenti di crisi, portandole a una crescita umana e sociale. La loro profonda conoscenza reciproca le mette in condizione di capirsi e, di conseguenza, aiutarsi nel profondo.”

Il titolo, “La stanza illuminata”, si presta a diverse interpretazioni. Qual era la sua intenzione e quale significato più profondo spera che i lettori vi colgano?
“Il titolo è una metafora per indicare una qualsiasi passione che motiva la vita di un individuo. Penso che ognuno di noi abbia la sua ‘stanza illuminata’, qualcosa che ci dà la forza e l’entusiasmo per affrontare la quotidianità. Per Nella è la sartoria, per Maria Luisa è il confezionare cappellini, ma può essere la lettura, un viaggio, lo studio… ogni passione che illumina la nostra vita.”
Il romanzo si inserisce in un contesto storico preciso, con i bombardamenti di Cagliari del ’43. Come ha integrato questo evento nella vicenda personale delle protagoniste?
“Avendo ambientato la storia a partire dal 1938 tra Carbonia e Cagliari, era inevitabile parlare del terribile bombardamento del ’43. Questo evento, impresso nella memoria di ogni cagliaritano, ha avuto un impatto psicologico enorme sui sopravvissuti. Per Nella e Maria Luisa, in particolare, ritrovarsi sole e senza mezzi di sostentamento le spinge a contare l’una sull’altra in modo totale. È proprio dopo questo dramma che il loro rapporto si consolida, portandole a creare insieme un laboratorio sartoriale che diventa un modo per esprimere la loro creatività e ritrovare un senso di speranza.”
Essendo il suo romanzo d’esordio, quali sono state le sfide maggiori che ha incontrato e le soddisfazioni più grandi nel vederlo pubblicato?
“La sfida più grande è stata la scrittura stessa. Credo molto nel potere delle parole, e ho impiegato molto tempo a scegliere quelle giuste per dare l’impronta che desideravo a personaggi, luoghi e atmosfere. La soddisfazione più grande, però, è il riscontro positivo dei lettori. In molti mi hanno riferito di essersi sentiti coinvolti nelle vicende narrate, e questo per me è la ricompensa più grande.”
Se dovesse guardare indietro al percorso che l’ha portata a “La stanza illuminata”, c’è un momento o un’esperienza che considera un punto di svolta decisivo?
“La scrittura mi ha sempre attratto, fin da bambina, ma non ho mai pensato di pubblicare ciò che scrivevo. La svolta è avvenuta frequentando dei corsi di scrittura creativa. Fondamentale, però, è stato l’incontro con Giorgio Binnella, l’insegnante del corso, che mi ha spinto a prendere in considerazione l’idea di scrivere un romanzo. Forse, senza il suo stimolo, ‘La stanza illuminata’ non avrebbe mai preso forma.”

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