Il regista Alfredo Lo Piero realizza un docufilm con un’impronta molto peculiare dal titolo Un viaggio per incontrare Mimì.
Il protagonista è Giancarlo Giannini, in itinere attraverso la Sicilia per arrivare a Catania, dove nel lontano 1972 tutto ha avuto inizio con il capolavoro firmato da Lina Werthmüller Mimì metallurgico ferito nell’onore.

L’opera di Alfredo Lo Piero non è solo un omaggio all’ immensa cineasta romana, ma propone una riflessione sulla Settima arte, sui cambiamenti urbani e sociali che immergono lo spettatore in un’atmosfera sospesa tra sogno, memoria e realtà contemporanea. La voce di Giannini racconta prevalentemente a bordo di un’auto anni Settanta guidata da un autista silenzioso aneddoti che lo riguardano; durante il tragitto che lo conduce fin sulle strade di Catania, che furono il set della pellicola del 1972. Il poliedrico attore ruba la scena, ammaliando con la sua voce e con la sua istrionica presenza, aprendo idealmente un portale temporale che unisce passato e presente. Questa percezione viene esaltata dall’ottima trovata del regista, che fa seguire Giannini da due figure: Claudio Musumeci, figlio del Tuccio che nella pellicola del ’72 interpretò Pasquale, e il Mimì portato oggi in scena, in veste di alter ego, da Enrico Terrana.

I due allegoricamente incarnano un piano temporale diverso, mentre entrano nella Catania odierna seguendo il protagonista narrante; e, col suo sguardo attento e poetico, idealmente e in modo molto suggestivo Alfredo lo Piero ripercorre un pedinamento zavattiniano dal sapore neorealista, che intende farci godere appieno delle parole e delle azioni che Giancarlo Giannini compie in una quotidianità ritrovata, lasciandosi andare anche a divagazioni improvvisate, riassaporando piatti tradizionali, attraverso un caleidoscopio di colori e profumi. Sensazioni che vengono percepite mentre il regista indugia su uno splendido mare blu per virare su pietanze a base di pesce, mentre il protagonista continua il suo racconto di quando fu scelto dalla Werthmüller per interpretare un personaggio del proletariato siciliano, lui ligure che non conosceva la lingua sicula, tantomeno il dialetto catanese. Rammenta sul sedile posteriore della vecchia auto, parlando all’autista silente, di quando giunse per la prima volta in Trinacria, portando con sé una cinepresa super-8 per catturare i movimenti e le gestualità delle persone, specialmente colte nell’atto di accendere una sigaretta, poiché, come spiega nel suo incedere, questo ti cambia sia l’atteggiamento che il portamento.

Uno studio certosino che lo portò ad essere un siciliano DOC. Il suo itinerario infatti non fu breve prima di giungere a Catania, dove si sarebbero svolte le riprese di Mimì metallurgico ferito nell’onore. Ripercorre qui il suo viaggio elencando così anche tutti i cambiamenti urbanistici e artistici. Egli arrivò prima a Palermo, e in Un viaggio per incontrare Mimì lo osserviamo mentre sì addentra nel mercato della Vucciria, proseguendo alla volta di Corleone, passando nella Valle del Belice, devastato dal terremoto del 1968. Lo seguiamo incamminarsi nelle volte del museo a cielo aperto di Gibellina, il piccolo borgo tra i più colpiti, modellato dall’artista Alberto Burri nel 1984, conosciuto nel mondo come il “Cretto di Burri”. E dulcis in fundo l’arrivo a Catania, ove il regista mescola sequenze del suo Un viaggio per incontrare Mimì a spezzoni del film della Werthmüller, ripercorrendo strade che nel montaggio odierno di Antonio Todaro sovrappongono due epoche diverse. Grazie alla sensibilità di Alfredo Lo Piero si percepisce poi anche la presenza animica della regista romana, il tutto esaltato dalla bellissima colonna sonora di Salvo Legname che rievoca influenze del maestro Ennio Morricone.