Una domanda al giorno: 7 domande ai Poison Blackout

poison blackout 2

Una domanda al giorno è un rubrica che vuole scoprire i suoi ospiti intervistati lentamente… con calma, giorno dopo giorno. Ecco, nello spazio di un’ipotetica settimana proponiamo pertanto sette domande, una al giorno, con l’intento di conoscere meglio coloro che ci donano risposta: oggi si raccontano i Poison Blackout, attraverso il frontman Federico Carbone.

I Poison Blackout sono una rock band italiana, attiva nella scena musicale da diversi anni. La loro è stata un’evoluzione musicale ricercata e degna di nota, riconosciuta inizialmente solo nel territorio lombardo, per poi sdoganare i confini regionali ed estendersi in tutta Italia e nel mondo. Federico Carbone, frontman e songwriter, sforna una serie di singoli che diventano primi in classifica su diverse radio e raggiungono ottimi risultati sulle maggiori piattaforme di streaming. I brani della band spaziano dal pop rock all’alternative, fino al post-hardcore, con paesaggi sonori dominati da sintetizzatori che richiamano la musica ambient e chill, rendendo di fatto la band unica nel suo genere.

 

La prima domanda è la più banale, ma necessaria: perché Poison Blackout?

Il nome non significa nulla di estremamente particolare, ha semplicemente passato, al tempo che fu, il periodo di prova atto a capire se il nome per una band può funzionare. È un nome “forte”, accosta l’idea di veleno e di blackout, due sostantivi accomunati dal mistero, dal pericolo, dal non ordinario. I Poison Blackout nascono da un desiderio di trasgressione e, allo stesso tempo, di libertà: il poter esprimere sé stessi senza venire giudicati dai canoni imposti dalla società, e avere un mezzo a disposizione (la musica) per poter gridare e diffondere questi pensieri.

poison blackout 3

 

Come vi definite musicalmente? Quali sono i vostri riferimenti?

Direi liberi. Non badiamo troppo al rispettare generi e filoni, comanda sempre il mood del brano, non importa se suonerà più rock o più pop, l’importante è che esprimerà al meglio ciò che deve trasmettere. All’interno della band veniamo tutti da scuole e formazioni molto differenti, ed è molto bello per questo motivo: ognuno, anche indirettamente, mette un po’ del suo stile all’interno della canzone finale, questa peculiarità si nota soprattutto nelle performance live.

 

Dietro a Not Fair vi è una storia drammatica. Come è stato scrivere quel brano? Volete raccontarlo?

Not Fair è un brano che originariamente non doveva nemmeno far parte della tracklist, perché in realtà per l’album stesso avremmo dovuto cominciare le sessioni di registrazione durante Marzo 2020. Tutto era in pausa, ma per il momento andava “tutto bene”, eravamo tutti chiusi in casa e aspettavamo ingenuamente di poter tornare alla vita di tutti i giorni. È stato proprio durante quel primo lockdown, quello vero che si ricordano tutti, che ho saputo della scomparsa di questo mio carissimo amico. Conoscente in realtà poi di tutta la band. Mi è venuto istintivo sfogarmi scrivendo della musica, non potevo fare altro, ero chiuso in casa e passavo già diverse giornate tra pc e pianoforte. Not Fair è nata così, ed è poi entrata a gamba tesa nella tracklist.

 

Che ruolo ha la musica nella sfera emozionale? La musica è il vostro “Inner Shelter”?

I brani presenti in Inner Shelters And Starry Skies hanno una peculiarità: tutti trattano una specifica emozione. Come la sopracitata Not Fair parla della perdità, One Love parla dell’amore, The Others parla della determinazione, e così via. Questo “concept”, se così vogliamo definirlo, scorre naturalmente nell’essenza dell’album. Utilizzando la musica come valvola di sfogo, ho ritenuto quasi logico che i testi parlassero dei miei stati d’animo, dei miei pensieri a riguardo di tematiche, eccetera. Quindi posso totalmente confermare che la dimensione dove scrivo la musica è il mio “Inner Shelter”.

poison blackout 1

 

Parliamo dell’album. Cosa vi avete riversato dentro?

Dentro c’è tutto ciò di cui parlavo poco fa. Mi sono letteralmente messo a nudo. L’album comincia con questa traccia molto darkwave, con sonorità retrò, e subito ecco il benvenuto all’ascoltatore all’interno del mio cuore. Da lì segue un drop strumentale che porterà al brano successivo. Nei testi, in ogni singola nota, o effetto, o rumorino di sottofondo, c’è il 100% della passione di una persona che sta cercando di emergere con la sua musica, e insieme a me anche la presenza dei miei musicisti, molto emotivi ed empatici, che hanno colto alla perfezione il mood di ogni brano.

 

Come avete vissuto da musicisti la pandemia? È stato un utile momento di riflessione o una pausa forzata?

Essendo una cosa fortemente soggettiva, risponderò solo per me, poiché comunque si ricollega al ciclo di scrittura dell’album. Il primo lockdown, col senno di poi, forse è stata l’unica positiva della pandemia. È stata una pausa forzata dalla spirale quotidiana di tutti i giorni, che ci teneva un po’ tutti risucchiati nelal routine ordinaria. Tutti quei “lo faccio dopo”, quelle ore a esercitarsi letteralmente mangiate dalle ore lavorative (quando andavo ancora a scuola, passavo ogni giorno ore alla tastiera a suonare. Adesso, se va bene, riesco a starci per brevi periodi la sera quando torno dalla giornata, oppure nel weekend). È stato un momento per prendere consapevolezza, prendere in mano la propria vita e dire “devo farlo adesso”.

 

Il vostro messaggio per chi ci leggerà e per chi vi ascolterà.

Per chi ci ascolterà raccomandiamo il massimo supporto seguendoci sui principali social network, specialmente di questi tempi per una band emergente significa tanto! Interagite con noi e diteci cosa ne pensate della nostra musica. Sentitevi liberi di inviarci messaggi, senza vergogna, un po’ come quando si suona dal vivo e c’è sempre quel gruppetto di ragazzi che sta un po’ in disparte perché hanno vergogna a scatenarsi. La vita è una, siate voi stessi, e fregatevene se qualcuno vi dirà che siete scoordinati a ballare! Grazie ancora per lo spazio dedicatoci.

 

 

Dario Bettati