Una donna promettente: Carey Mulligan imprevedibile Lady Vendetta made in USA

Interprete vispa ed energica, capace di aderire con notevole verve alle pose muliebri dell’astuta Camilla Shand nella serie tv inglese The Crown, sceneggiatrice sempre per il piccolo schermo di Killing Eve, basato sul controspionaggio del Regno Unito visto attraverso lo stream of consciousness di una perspicace spia in gonnella, l’ambiziosa Emerald Fennell debutta al cinema dietro la macchina da presa nel revenge movie Una donna promettente, confermando l’estro versatile.

Il passaggio dalla Perfida Albione alla Città degli Angeli l’esorta ad appaiare in cabina di regìa l’ingegnosa summa dei lavori precedenti, la contaminazione dei generi, sulla scorta dell’ammiccante pensiero postmoderno, e l’urgenza etica dei film di denuncia. Dirigendo palmo a palmo Carey Mulligan nei panni di un’imprevedibile Lady Vendetta made in USA.

Ce n’è quindi per ogni gusto. E per tutti i colori: dalla black comedy all’opera d’impegno civile; dal noir al mélo romantico; dal giallo all’horror spurio. Senza mai lasciare sospeso il giudizio sugli uomini in apparenza rispettabili e premurosi che celano l’animo del rapace. Pronto ad approfittarsi delle prede femminili annebbiate dall’alcol. Fingendo lì per lì di volerle soccorrere. Per poi soddisfare l’impulso libidico. Incurante degli ineluttabili danni arrecati alle vittime. Definitivamente distrutte dall’inane rimozione o dal suicidio. L’incipit, contraddistinto dai corpi sensuali che si dimenano in discoteca a suon di musica e dal rilievo figurativo di Cassandra Thomas detta Cassie, seduta in attesa dell’ennesimo avvoltoio da punire al momento buono, trascende i risaputi stilemi degli apologhi femministi. Merito del lavoro di sottrazione, eletto ad antidoto contro qualunque piega scontata ed enfatica, e dei match-cut in grado di giustapporre diverse ottiche nell’ordine ora dell’inquietudine formale ora dello spessore contenutistico. Mentre le tecniche di straniamento colgono nel segno quando Cassie riceve in dono una valigia dai genitori che la spingono così ad abbandonare il nido, divenuto un infecondo rifugio dopo aver interrotto gli studi di medicina, in seguito all’ignominia perpetrata ai danni dell’amica del cuore Nina, la capacità di scrivere con la luce cementa l’icasticità del rapporto tra immagine e immaginazione.

Il ricorso all’esplicita gamma cromatica, sull’esempio de Il favoloso mondo di Amélie, l’angolazione sbilenca dei dolci in vetrina, nella caffetteria dove l’amareggiata protagonista col viso d’angelo e la capigliatura bionda campeggia come cameriera, lo speculare contrasto garantito dall’affabile ed espansiva proprietaria afroamericana, con la battuta perennemente in canna, assicurano l’idoneo supporto al riverbero introspettivo. Il tessuto narrativo, seppur sorretto dall’avvertito copione redatto dalla stessa Fennell e dall’ottimo montaggio di Frédéric Thoraval, stenta a incastrare le variazioni sul tema in ballo assieme all’abbattuto sarcasmo degli appelli poetici e all’abilità di confezione delle pellicole a tema dai risvolti pulp. Scongiurati comunque gli squilibri di cui soffre chi mette troppa carne al fuoco, con la polivalenza del calore umano sotteso al gelo dello scandaglio psicanalitico, l’aguzzo senso dell’ironia caustica sbeffeggia a dovere gli ipocriti di turno. La missione dell’incupita Cassie, che intende punire pure l’ignavia della gente insensibile alle sorti altrui ma sensibilissima al suo orticello, non concede banalità. Semmai sfocia in scoppi d’umorismo acre. Corretti dal gioco geometrico delle soggettive disturbanti, tirate a lucido per accrescere il processo d’identificazione con l’insolita femme fatale, dalla cura degli elementi ambientali, conformi agli esami comportamentistici dei nuovi mostri d’oltreoceano, e dall’aura contemplativa che avvolge in filigrana le tenebre della metropoli.

La funzione consolatoria delle frecce di Cupido, l’egemonia transitoria sulla rabbia coltivata step by step, le premure dell’impacciato e tenero chirurgo pediatrico Ryan, avvezzo a nascondere parecchi scheletri nell’armadio, lo svelamento decisivo dell’arcano, con qualche sincero sussulto di coscienza frammisto alla cronica incoscienza della maggioranza, ieri chiassosa, oggi silenziosa, conferiscono una marcia in più al dosaggio dei compositi ingredienti. L’esito, ben lungi dal toccare l’inutile vetta dell’iperbole sulla falsariga degli shocker privi dell’acume ad appannaggio dei maestri del brivido, antepone allo spettacolo dell’effetto superficiale la profondità della molla dell’azione. Che scatta sbaragliando i paraocchi del prossimo. I nodi che vengono al pettine, alla stregua dell’autentica pietas del padre di Cassie (un Clancy Brown da affissione) e del ravvedimento dell’azzeccagarbugli tornato a Canossa, non svelano dilemmi sotterranei. Né contribuiscono a segnare una tappa della storia del cinema. Tuttavia strappano risate catartiche, chiudono il cerchio a una vicenda intrisa di omissioni e ammissioni ed emanano l’anelito della giustizia. La Mulligan (Cassie) domina la scena grazie alla toccante mimica. Aliena, sia in prassi sia in spirito, all’agilità meccanica delle attrice a corto di pathos. Una donna promettente ne riflette invece la fierezza dei tratti alla Audrey Hepburn, le angosce improvvise, l’empatica passionalità e il piglio coriaceo. Se i parametri di giudizio dell’Academy scenderanno dal piedistallo, anziché premiare roba da chiodi, l’Oscar come miglior attrice non le sfuggirà.

 

 

Massimiliano Serriello