Under the Shadow è un film coprodotto da Iran, Giordania e Qatar, arrivato in Italia coi titoli alternativi Il Diavolo nell’Ombra e L’Ombra della Paura. In sovraimpressione scorre, prima dei titoli di testa, la contestualizzazione storica del racconto “La guerra Iran – Iraq, dal 1980 al 1988, è considerata la più lunga guerra convenzionale del XX secolo. Durante il conflitto, l’Iran subì rapide transizioni interne, politiche e culturali: eredità della sanguinosa rivoluzione iraniana del 1979. Verso la fine del decennio, l’Iraq ha effettuato bombardamenti strategici sulle città iraniane. L’Iran ha risposto allo stesso modo. La vita delle persone piombò nell’oscurità mentre ansia e paura si diffondevano”. Nel frattempo scorrono immagini di repertorio di questo sanguinoso conflitto, nelle quali spicca il volto dell’allora presidente iracheno Saddam Hussein, che, desideroso di imporre la leadership irachena nel Medio Oriente, attaccò l’Iran approfittando della destabilizzazione interna causata proprio dalla rivoluzione iraniana. Già da questo incipit drammatico si capisce quindi il taglio che verrà dato a questa pellicola del 2016, primo lungometraggio del regista britannico-iraniano Babak Anvari, che usa la patina horror per regalarci una pungente critica alla società iraniana, ancora oggi, dopo oltre 40 anni dai fatti narrati, decisamente retrograda sotto certi aspetti, soprattutto per quel che concerne il ruolo della donna.

Teheran, 1980. Shideh è un’ex militante politica della sinistra radicale, che aveva interrotto per questo i suoi studi presso la facoltà di medicina. Quando decide di completare il suo percorso, il rettore le fa notare che “tutti gli errori hanno delle conseguenze” e che quindi ella dovrà pagare per i disordini politici che ha provocato venendo espulsa definitivamente dall’università, senza possibilità di tornare indietro. La donna è affranta e demoralizzata, e le cose non migliorano quando il marito, medico, viene inviato a lavorare nelle zone di guerra ed ella è costretta a badare da sola alla figlia Dorsa, in una città costantemente preda della paura dei bombardamenti. Quando un missile colpisce il palazzo in cui vivono madre e figlia, rendendolo insicuro, le famiglie ivi residenti iniziano man mano a trasferirsi altrove, finché nel grande edificio resteranno solo Shideh e Dorsa. Ma presto si accorgeranno che non sono sole, un’entità soprannaturale ha preso di mira la bambina, e le persecuzioni sembrano non avere mai fine.

Si parla di Djiin, nella sceneggiatura scritta dallo stesso Babak Anvari, creature citate nel Corano, entità soprannaturali che hanno per lo più carattere maligno: sembra che sia proprio una di queste entità a minacciare la vita della piccola Dorsa e di sua mamma. La caratteristica dei Djiin è quella di presentarsi sotto molteplici aspetti esteriori, elemento che dà loro, quindi, estrema mutevolezza e totale inafferrabilità, e che può portare all’insorgere di notevoli disturbi, mentali o fisici, in chi da essi viene preso di mira. Sebbene nel Corano si specifichi che i Djiin hanno avuto origine dal fuoco, qui si concentra l’attenzione sul fatto che essi viaggino col vento, cosa che viene ripetuta più volte. Così questa misteriosa ed affascinante figura della cultura islamica diventa il villain di questo potente horror intervallato dalle sirene antiaeree, che Shideh, donna moderna ed emancipata, nega decisamente in favore della scienza, ma che le vicende in cui si troverà invischiata la porteranno a rivalutare. E non è un caso se a lei, che mette il velo con fatica e mal si adatta alle regole misogine iraniane, il Djiin appaia sotto forma di un essere apparentemente femminile velato e coperto completamente dal chador. Esteticamente tale villain è davvero di grande impatto, ma in tutta la pellicola c’è una potente ricerca estetica da parte di Anvari, sia nella cupa e tagliente fotografia di Kit Fraser, sia nella ricercata ed elegante regia del cineasta, che inizia la sua carriera con l’intenzione di lasciare il segno, intento che, a quanto pare, sembra aver raggiunto, guardando anche le innumerevoli recensioni positive con cui Under the Shadow è stato accolto.

Anvari ci regala così un prodotto molto elegante, che più che terrorizzarci ci fa riflettere sulla condizione delle donne musulmane in molti paesi islamici, e sulla condizione di vita delle famiglie nelle zone di guerra, dove i bombardamenti non risparmiano edifici civili, distruggendo in un attimo la vita di migliaia di persone. Shideh rischia di essere frustata a sangue per essere uscita di corsa dal palazzo con in braccio la figlia senza coprirsi a causa di uno spavento procuratole dallo spettro, e successivamente rimprovera la figlia aspramente per aver detto davanti al vetraio che la loro famiglia possiede un videoregistratore, col rischio che il governo glielo requisisca. Under the Shadow è davvero un film interessante, coinvolgente, doloroso ed educativo, che merita di essere visto, letto, e compreso nel profondo. Alcuni vi hanno visto dietro un richiamo a Babadook (2014), altra pellicola sviluppata su una coppia madre-figlio, della regista Jennifer Kent. Io vi ho invece trovato delle affinità col film messicano del 2017 Tigers Are Not Afraid, della regista Issa López, anche questo, a ben guardare, un dramma mascherato da horror, con il substrato reale che viene invaso dal fantastico. Pellicole come queste vanno dritte all’essenza della storia, senza bisogno di grandi sovrastrutture effettistiche, ma trovando il proprio fulcro sui personaggi e le loro vicende, ancorate al realismo di situazioni decisamente particolari, come la guerra o gli scontri tra bande messicane. Inoltre, Anvari dimostra di conoscere e saper usare molto bene i meccanismi della suspense, senza bisogno di chissà quali effetti. Il villain dalla lunga tunica floreale è davvero convincente, mette i brividi, così come il mostro dall’enorme bocca dentata che ad un certo punto appare sotto il letto e sembra voler ingoiare Shideh, e le due protagoniste, mamma e figlia, sono bravissime a gestire e comunicarci la tensione sempre crescente. Tensione che porterà anche a conflitti tra la madre e la bimba, proprio come accadeva in Babadook, ma che nell’ottimo finale si scioglierà nella soluzione più giusta che avrebbe potuto esserci. Il ruolo della madre, Shideh, ricorda quello della madre del film giapponese Dark Water (2002) di Hideo Nakata, anch’essa sola a combattere contro tutto, uomini e spettri, per il bene della sua bambina. Anche qui, come in Under the Shadow, il male sembra annidarsi nell’appartamento posto sopra quello delle due protagoniste.

Tanti confronti con altre pellicole quindi, dal Messico all’Australia fino al Giappone, per un’opera che resta però intrisa di una sua profonda originalità e di una forte personalità. Under the Shadow non comincia subito col botto, dal punto di vista orrorifico, ma, anzi, sembra dissimulare qualsiasi suggestione mistico – esoterica dietro i sorrisi quasi di scherno di Shideh, davanti a coloro che anche solo paventano la presenza dei Djiin. Poi arriva la bomba, e con essa si scatena il Male, metafora esoterica fin troppo chiara. Solo le donne, la madre e la figlia, ed in un certo qual modo anche la bambola della piccola Dorsa, restano vittime di questa possessione, come a voler sottolineare maggiormente che nell’Iran degli Anni Ottanta la condizione della donna fosse sempre e solo quella della sottomissione. Ma Shideh non ci sta, né davanti agli uomini, né agli spettri, e cercherà il riscatto per se stessa e per sua figlia, anche andando contro il buon senso che la spingerebbe ad andarsene da Teheran, solo perché questa è un’idea suggeritale dal marito medico con cui è perennemente in conflitto. Shideh è spesso in confusione anche coi sentimenti che prova per la figlia: è certamente il suo bene più prezioso, ma è anche, in un certo senso, l’insormontabile ostacolo alla sua realizzazione personale come donna emancipata, e il Djiin farà propria questa confusione, non facendole percepire, sul finale, quale sia la sua vera figlia e quale, invece, il clone generato per ingannarla, scavando ancora di più il solco tra madre e figlia.

Il regista Babak Anvari racconta che l’idea di fondo per la sceneggiatura di Under the Shadow proviene dalle sue radici, dalla sua infanzia: “Sono nato a Teheran, durante la guerra tra Iran e Iraq, e quando il conflitto è finito, nel 1988, avevo più o meno la stessa età della piccola Dorsa. Erano dei tempi oscuri e pericolosi, una cappa di paura premeva sulla città. Tutto era così incerto. Ho pensato che ambientare una vicenda gotica, spettrale, in quegli anni sarebbe stato suggestivo”. Dietro le manifestazioni sovrannaturali che vediamo nel film ci sono le leggende e le dicerie popolari che Anvari rammenta di aver sentito quando era piccolo, ed i personaggi che sciamano intorno a Shideh e Dorsa ricordano le persone che egli conosceva e frequentava quando viveva ancora a Teheran. Questo autobiografismo rende la pellicola ancora più intima, e perciò toccante e convincente. Dentro vi sono condensate l’orientalità delle origini del regista e l’occidentalità della sua vita londinese, che è cominciata quando aveva circa 20 anni. Purtroppo, per le molteplici difficoltà intrinseche, il film non è stato girato in Iran: gli esterni sono stati ripresi a Amman, in Giordania, mentre gli interni sono inglesi. Girato interamente in farsi, la lingua persiana, emergono ovviamente nel cast la protagonista, Narges Rashidi, cresciuta in Germania ed attualmente residente a Los Angeles, e la piccola Avin Manshadi, trovata da Anvari nella comunità iraniana di Londra, al suo esordio come attrice, e per questo maggiormente convincente.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Netflix e Apple TV ed in dvd Midnight Factory.

https://www.imdb.com/it/title/tt4273292

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