Undine – Un amore per sempre: geografia emozionale ed empiti romantici

L’emblematico ed evocativo rapporto tra cinema e territorio permea l’ambiziosa tenuta stilistica esibita dall’esperto regista tedesco Christian Petzold in Undine – Un amore per sempre.

Il colpo di fulmine dell’incipit trae partito infatti dalla correlazione della sofferta protagonista femminile e dell’ambiente circostante. Il ricorso alla garbata musica extradiegetica, che – pur non toccando particolari vette espressive – impreziosisce le debite note intimiste, cadenza l’alternanza d’interni claustrofobici ed esterni vagheggiati.

Mentre il Märkisches Museum di Berlino dove l’immusonita Undine spiega ai visitatori l’iter artistico della città attraverso i laboriosi modellini paga dazio ad alcune programmatiche modalità esplicative, aliene alla virtù della geografia emozionale di riverberare l’altalena degli stati d’animo, l’interludio panteistico di un’imprevedibile ripresa subacquea trascende l’impasse delle mere sottolineature. La piega visionaria in soggettiva, in mezzo alle bolle di azoto dovute agli affanni respiratori, e l’emersione in seconda battuta creano un rapporto di coalescenza con gli spettatori. La credibilità del racconto, incentrato sulla variazione moderna dell’antica leggenda dell’ondina, intenta ad assaporare il gusto della vendetta per lo scoramento dovuto all’amore respinto, beneficia dello spazio attivo, ed ergo riflessivo, garantito dagli elementi plastici delle scrupolose inquadrature. L’enigmatico lago, lungi dal restare uno sfondo inerte, travalica in tal modo l’inane convenzione del realismo descrittivo. Ad aprire ulteriori prospettive, ed estendere la cupa mitologia teutonica dell’inquieto afflato acquatico colmo d’acredine alle tecniche di straniamento in grado di allargare gli spazi dell’immaginazione, avrebbe dovuto provvedere l’opportuno impasto d’estro e poesia. Petzold, all’opposto, memore del previo mélo La donna dello scrittore, sprovvisto dell’aura contemplativa, pesca nell’ovvio.

L’ampio margine d’enigma iniziale, con il premuroso sommozzatore Christoph che sembra lenire gli schiaffi del destino subiti da Undine, perde così verve. Man mano l’insistito vezzo di associare i respiri muliebri all’ordine naturale delle cose, dando luogo a foschi presagi nel cuore della notte, finisce per spingere il pedale dell’enfasi. Tralignando l’ambìta poesia in infecondo poeticismo. Le successive immersioni perdono quindi l’alone di mistero precedente sovraccaricando i rintocchi cupi congiunti ai presunti risvolti della trama. Il paesaggio che sfreccia attraverso l’immancabile finestrino del treno cerca nell’eleganza formale un antidoto contro la mancanza di reali contenuti. La valenza densa e necessaria dei luoghi eletti a location diviene allora cartolinesca ed esornativa. L’ostentata ricercatezza di certi match-cut, che ricollegano le fugaci suggestioni del viaggio alle architetture in miniatura della galleria d’arte, stentano a raddrizzare la barra. La vanagloria di raggiungere il diapason attraverso l’intrinseca effigie dell’eterna lotta di Thanatos ed Eros all’interno dell’alcova della coppia risulta viziata di prassi manieristiche. Che scimmiottano i numi tutelari al pari dei nani aggrappati sulle spalle degli inarrivabili ciclopi. L’esercizio calligrafico, con lo skylight di Berlino attinto alla maestria del guru Wim Wenders nel cogliere l’anima delle persone in rapporto all’habitat, certifica l’inidonea tendenza a cadere nell’accidia delle idee prese in prestito.

La voluttà dunque di misurare lo spessore dei sentimenti, scandagliando l’origine dell’anatema per mezzo delle ragioni d’incertezza affidate secondo copione all’ordinaria suspense, va a farsi friggere. Lo squilibrio comportato dai ricalchi e dalle scelte personali prive di brio, quantunque sostenute dal compiaciuto segno d’ammicco dell’intrigo tipico dei film gialli, ci consegna l’ennesimo apologo svilito dalla velleità di cercare patenti di nobiltà sull’arcinoto suolo della doppiezza. Il cast d’alto rango riesce talvolta a tirare la coperta dalla parte del linguaggio dei corpi. Con Paula Beer che impreziosisce gli eloquenti silenzi. Tuttavia Petzold non arriva nemmeno alla caviglia di Nagisa Ōshima nel cult Ecco l’impero dei sensi e il contributo recitativo, benché efficace, senza l’appropriata guida di un autore con la “a” maiuscola, si disperde in ghiribizzi ed empiti isolati. Undine – Un amore per sempre, anche se non trascina gli spettatori nel turbamento dello spirito e della materia insieme alla cura geometrica contrapposta alla baraonda della forza generatrice, timbra ugualmente il cartellino. Mantenendo in fondo la promessa fatta dapprincipio di tenere comunque tutti col cuore stretto, le orecchie appizzate e gli occhi ben aperti.

 

 

Massimiliano Serriello