Unfriended: Dark web, o del ritorno del multiscreen

Nel 2014 usciva Unfriended di Levan Gabriadze: un horror canonico dietro una messa in scena peculiare e quasi sperimentale. È chiaro che oggi tutto sembra già detto e già fatto. Nell’horror, poi, genere principe per la sperimentazione dove si può declinare tutto e il contrario di tutto in mille e uno modi e nel quale l’attualità più necessaria confluisce in maniera quasi naturale, è sempre più difficile trovare nuove forme d’espressione.

Eppure, quel piccolo, inconsueto filmetto che è passato per lo più inosservato, sommerso dal mare magnum della produzione orrorifica da sala e straight to video, aveva in sé una potenza narrativa ed espressiva pressoché infinita, come infinite sembravano le possibilità d’incastro del suo inusuale modo di narrare la storia: lo schermo del cinema diventava lo schermo di un pc e la narrazione procedeva attraverso telefonate skype, video su pc, messaggi ricevuti o inviati, obbligando prima di tutto l’autore a reinventare tecniche di messa in scena, e, conseguentemente, lo spettatore ad avere una soglia di attenzione decisamente più alta della media per seguire lo svolgimento dei fatti attraverso le moderne forme di comunicazioni declinate e “costrette” nella gabbia di un monitor.

Arriva quindi adesso Unfriended: Dark web, che con il precedente capitolo poco o, anzi, nulla ha a che fare, se non la condivisione della messa in scena. La sfida del regista Stephen Susco è perciò doppia: si aggiunge infatti lo sforzo di declinare una storia nella quale la principale novità – l’approccio visuale – era già esaurita con il lungometraggio di Gabriadze, contando anche che nel frattempo la fusione tra spavento e nuovi device è stata oggetto di altri filmetti (Bedevil – Non installarla su tutti, ma anche Nerve, giusto per citare i due più significativi).

Allora, si parte dalla trama- che è abbozzata e minimal, ad esser buoni: studente universitario trova e ruba un laptop, lo porta a casa, ma quando inizia ad usarlo insieme ai suoi amici connessi sul web via skype quello che sembra essere il vero proprietario li contatta, e trova il modo di impedire ai ragazzi di disconnettersi. Da qui in poi, lo sviluppo segue in maniera pressoché pedissequa lo schema di Unfriended: uno slasher che ha paura del sangue, un survival che non sfrutta gli spazi, un teen che non approfondisce.

Da qualunque punto di vista lo si voglia vedere, Unfriended: Dark web è un film interrotto, un continuo vorrei ma non posso che parte pure da un deja-vù. E stupisce prima di tutto che ci sia dietro la -altrove- genialità creativa della Blumhouse, complice di un misfatto dove si citano malamente The Blair witch project – Il mistero della strega di Blair e Hostel, ma in cui, soprattutto, il còte minimal non è accompagnato da un sostrato teor(et)ico neanche a pagarlo.

Per onestà, va detto che il giochino multi-screen e pop-up diverte (almeno all’inizio) e lo screenlife movie è sempre un oggetto, almeno finora, divertente; ma, seppur stuzzicante e vagamente funzionale, Dark web, alla lunga, semplicemente stufa e non c’è nessun appiglio che possa giustificare un tale spreco di materia bruciata dalla fiamma del cliché.

 

 

GianLorenzo Franzì