La violenza sugli uomini esiste, ma troppo spesso rimane invisibile. Violenza psicologica, separazioni conflittuali, false accuse, padri, stereotipi e difficoltà nel chiedere aiuto. Lo scrittore Pasquale Fierro affronta con Uomini Invisibili un territorio capace di dividere l’opinione pubblica. Lo abbiamo intervistato senza evitare le domande più scomode

Non una battaglia contro le donne e neppure una competizione tra vittime. Fierro rivendica il diritto di parlare anche della sofferenza maschile e avverte: «Se diciamo che ogni vittima merita ascolto, allora quella parola — ogni — deve valere davvero.»

Ci sono argomenti sui quali è facile prendere posizione.

E ce ne sono altri nei quali persino formulare una domanda può diventare motivo di scontro.

La violenza subita dagli uomini appartiene ancora alla seconda categoria.

Pasquale Fierro ha deciso di entrarci con Uomini Invisibili – Storie vere di violenze negate e del coraggio di chiedere aiuto, pubblicato da Bruno Editore.

Scrittore, militare dell’Esercito Italiano e studente di Psicologia, Fierro racconta storie e dinamiche legate alla violenza psicologica, economica e relazionale, alla difficoltà maschile nel riconoscersi vittima e ad alcune delle situazioni più dolorose che possono emergere nelle relazioni e nelle separazioni.

Un terreno delicato.

Perché parlare della sofferenza degli uomini può essere interpretato come un tentativo di ridimensionare quella delle donne.

Fierro respinge questa lettura.

«Non voglio spostare l’attenzione. Voglio allargarla.»

Ed è proprio partendo da questa frase che abbiamo deciso di rivolgergli anche le domande che un autore, forse, preferirebbe non ricevere

L’intervista: le domande che fanno discutere

Pasquale, partiamo senza giri di parole. Nel 2026 abbiamo davvero bisogno di un libro sugli uomini vittime?

Sì. Per una ragione semplicissima: perché esistono.

Riconoscere la sofferenza di un uomo non significa sottrarre attenzione a quella di una donna.

Abbiamo compiuto passi fondamentali nel riconoscimento della violenza contro le donne e dobbiamo continuare a farlo. Ma se affermiamo che ogni vittima merita ascolto, allora quella parola — ogni — deve valere davvero.

Esistono uomini umiliati, controllati, ricattati economicamente, manipolati, isolati. Esistono padri che attraversano separazioni devastanti. Ed esistono uomini che non raccontano nulla perché sono cresciuti pensando che un uomo debba stringere i denti e andare avanti.

È lì che nasce l’uomo invisibile.

Qualcuno potrebbe risponderti: «Con tutto quello che accade alle donne, adesso dobbiamo preoccuparci degli uomini?»

È esattamente il ragionamento che vorrei superare.

Io non voglio spostare l’attenzione. Voglio allargarla.

Non dobbiamo scegliere quale vittima meriti compassione.

Se per ascoltare un uomo devo smettere di ascoltare una donna, abbiamo fallito.

Ma abbiamo fallito anche se, per difendere giustamente una donna, arriviamo a convincerci che un uomo non possa essere vittima.

La sofferenza non è una competizione.

Allora perché chiamare il libro Uomini Invisibili? Non è comunque una scelta di campo?

È una scelta di argomento, non una scelta contro qualcuno.

Il nemico del libro non è la donna.

Il nemico è la violenza. E, ancora prima, il silenzio che spesso la protegge.

Esiste poi una questione culturale specificamente maschile: per molti uomini dire «ho paura»«sto subendo qualcosa»«ho bisogno di aiuto» rappresenta ancora una sconfitta.

Dobbiamo cambiare questa idea.

Chiedere aiuto non rende un uomo meno uomo. A volte è il più grande atto di forza che possa compiere.

Nel libro entri anche nel terreno delle separazioni. Stai sostenendo che il sistema discrimina gli uomini?

No. E sarebbe irresponsabile trasformare situazioni individuali, anche gravissime, in una condanna indiscriminata del sistema.

Non tutte le madri sono manipolatrici. Non tutti i padri sono vittime. Non tutti gli operatori, gli avvocati o i magistrati sbagliano.

Ma attenzione: rifiutare una generalizzazione non significa negare un’ingiustizia quando accade.

Quando un genitore viene ingiustamente privato del rapporto con un figlio, a me interessa relativamente che sia uomo o donna.

Mi interessa quel bambino.

Un figlio non dovrebbe mai diventare un’arma, una ricompensa o uno strumento di vendetta.

Arriviamo alle false accuse. Non temi che parlarne possa indebolire le vere vittime?

È uno dei temi sui quali occorre maggiore responsabilità.

Una persona che denuncia una violenza deve essere ascoltata e presa seriamente. Non possiamo creare una società nella quale una vittima abbia paura di denunciare.

Ma esiste contemporaneamente un principio irrinunciabile: un’accusa deve essere accertata.

Dobbiamo riuscire a tenere insieme tutela della possibile vittima e garanzie della persona accusata.

Rifiuto entrambi gli estremi: pensare che chi denuncia stia necessariamente mentendo e considerare automaticamente colpevole qualcuno prima che i fatti siano accertati.

La giustizia è difficile proprio perché non dovrebbe avere bisogno di scegliere una tifoseria.

Qualcuno ti accuserà di alimentare il vittimismo maschile.

Probabilmente sì.

Ma a quella persona farei una domanda: se un uomo racconta di essere stato umiliato, minacciato, manipolato o economicamente controllato, dobbiamo valutare ciò che racconta oppure prima stabilire se il suo genere gli consenta di essere una vittima?

Io non sto chiedendo privilegi per gli uomini.

Sto chiedendo pari dignità nell’ascolto.

Sono due cose profondamente diverse.

Usi parole come violenza psicologica, economica e relazionale. Non rischiamo però di chiamare “violenza” qualsiasi relazione finita male?

Sì. Il rischio esiste.

Ed è per questo che bisogna essere rigorosi.

Una relazione difficile non è automaticamente violenta. Un litigio non è necessariamente abuso. Una decisione giudiziaria sfavorevole non diventa automaticamente una violenza.

Dobbiamo distinguere il conflitto dalla sopraffazione, il disagio dal controllo sistematico, una discussione dalla manipolazione.

Se chiamiamo violenza qualsiasi cosa, finiamo per fare un danno proprio alle vittime della violenza vera.

Nel libro racconti anche storie vere. Cosa ti ha colpito maggiormente?

Il tempo.

Il tempo trascorso prima che certe persone riuscissero a parlare.

Dietro una persona che conduce apparentemente una vita normalissima può esserci una guerra che nessuno vede.

Da quando questo progetto è diventato pubblico, ho iniziato a ricevere testimonianze, messaggi, racconti.

E alcune persone non mi colpiscono soltanto per quello che raccontano.

Mi colpiscono quando dicono:

«Non ne avevo mai parlato.»

Magari dopo anni.

E allora comprendi che il problema non è soltanto ciò che una persona ha subito.

È anche tutto il silenzio costruito intorno a quella sofferenza.

Non rischi però, attraverso i social, di diventare una sorta di punto di riferimento per persone che avrebbero invece bisogno di professionisti?

Questa responsabilità la sento moltissimo.

Ed è proprio per questo che devo conoscere i miei limiti.

Sono uno scrittore. Posso raccontare, sensibilizzare, ascoltare e contribuire a far nascere consapevolezza.

Non sono e non devo sostituirmi allo psicologo, all’avvocato, alle forze dell’ordine o agli altri professionisti competenti.

Il mio obiettivo non è far dipendere qualcuno da Pasquale Fierro.

È l’esatto contrario.

Vorrei che una persona trovasse anche attraverso una pagina o un libro la forza per compiere il passo successivo verso chi può concretamente aiutarla.

Nel libro proponi il metodo delle “4P”. In cosa consiste?

In quattro passaggi:

Pausa. Prove. Persone. Piano.

Pausa: fermarsi e comprendere lucidamente ciò che sta accadendo.

Prove: quando necessario, raccogliere e conservare correttamente ciò che può documentare i fatti, sempre nel rispetto della legge.

Persone: uscire dall’isolamento e costruire una rete affidabile.

Piano: evitare reazioni impulsive e decidere come agire e a chi rivolgersi.

Non è una formula miracolosa.

È un modo per ricordare a chi si trova dentro una situazione distruttiva una cosa fondamentale: non devi necessariamente affrontarla da solo.

Adesso la domanda probabilmente più scomoda: stai cavalcando un argomento controverso per vendere libri?

Se avessi cercato un argomento facile con il quale vendere libri, probabilmente ne avrei scelto un altro.

Sapevo che Uomini Invisibili avrebbe ricevuto consensi, ma sapevo anche che avrebbe provocato critiche.

Le accetto.

Non pretendo che tutti siano d’accordo con me.

Pretendo da me stesso qualcosa di diverso: essere capace di sostenere ciò che ho scritto guardando negli occhi sia un uomo sia una donna vittima di violenza.

E posso farlo.

Perché Uomini Invisibili non ha bisogno di trovare un nemico.

Ha bisogno di trovare persone disposte ad ascoltare.

Quindi Uomini Invisibili non è un libro contro le donne?

Assolutamente no.

E trovo già significativo che, parlando della sofferenza di alcuni uomini, questa precisazione sembri ancora necessaria.

Se una donna subisce violenza, sono dalla sua parte.

Se un uomo subisce violenza, sono dalla sua parte.

Dov’è la contraddizione?

La violenza non diventa più o meno grave in funzione del sesso della persona che la subisce.

Però la frase “la violenza non ha genere” viene contestata da chi sostiene che possa cancellare le caratteristiche specifiche della violenza contro le donne.

Le specificità esistono e devono essere studiate.

Dire che una vittima merita ascolto indipendentemente dal genere non significa affermare che ogni fenomeno abbia identica diffusione, dinamiche o conseguenze.

Sono due piani differenti.

Quando dico che la violenza non ha genere esprimo innanzitutto un principio:

il genere di una persona non può stabilire quanta dignità meriti la sua sofferenza.

Possiamo riconoscere le differenze senza creare una classifica del dolore.

Qual è, allora, il vero nemico di questo libro?

Il silenzio.

E forse ancora di più l’indifferenza.

Quell’istante nel quale ascoltiamo una storia e decidiamo che non può essere vera perché non corrisponde all’immagine che abbiamo già costruito della vittima e del carnefice.

Vorrei arrivassimo a giudicare prima i comportamenti e poi, eventualmente, tutto il resto.

Un abuso rimane un abuso.

Una manipolazione rimane una manipolazione.

Una vittima rimane una persona.

Il libro sta facendo parlare e le persone cominciano a raccontarti le proprie esperienze. È questo il successo che cercavi?

Qui voglio essere molto chiaro.

Quando si parla di questi temi, il successo personale conta poco.

Non misuro il valore di Uomini Invisibili soltanto nelle copie vendute, nelle visualizzazioni o nelle persone che conoscono il mio nome.

Il successo sarà un uomo che dopo anni riesce finalmente a dire: «Ho bisogno di aiuto.»

Sarà una donna che leggerà questo libro senza sentirsi accusata.

Sarà un padre che capirà di non doversi vergognare delle proprie lacrime.

Sarà qualcuno che riconoscerà una dinamica distruttiva prima che sia troppo tardi.

Esiste un mondo sommerso che molti non conoscono e che altri preferiscono non vedere.

Se riusciremo ad accendere una luce anche soltanto su una parte di quel mondo, allora potrò parlare di successo.

Non del mio. Del messaggio.

E dopo Uomini Invisibili?

Il libro non vuole rimanere chiuso dentro le proprie pagine.

Da questa esperienza sta prendendo forma Le Ferite Invisibili, un progetto che vuole trasformare le parole in occasioni di ascolto, consapevolezza e prevenzione, attraverso incontri e collaborazioni sul territorio.

Perché credo che il momento più bello nella vita di un libro arrivi quando quel libro smette di appartenere soltanto al proprio autore.

Quando produce domande.

Quando genera confronto.

Quando persone che normalmente starebbero su fronti opposti riescono almeno a sedersi allo stesso tavolo.

È lì che la scrittura diventa qualcosa di più.

Ultima domanda. Davanti a te c’è un uomo che sta vivendo tutto questo ma continua a ripetersi: “Sono un uomo. Devo resistere da solo”. Cosa gli dici?

Gli direi: non devi dimostrare a nessuno quanto dolore sei capace di sopportare.

La forza non consiste nel rimanere immobili mentre qualcosa ci sta distruggendo.

A volte essere forti significa fermarsi.

Capire.

Parlare.

Chiedere aiuto.

E, quando necessario, ricominciare.

Perché ho imparato una cosa lavorando a questo libro:

il contrario dell’essere invisibili non è diventare protagonisti.

È essere finalmente visti.

Per seguire Pasquale Fierro, i suoi progetti e gli aggiornamenti su Uomini Invisibili, è possibile visitare la pagina facebook ufficiale https://www.facebook.com/share/1BoLHr2mPr/

Uomini Invisibili sceglie dunque un equilibrio tutt’altro che semplice: raccontare la sofferenza maschile senza trasformarla in un processo contro quella femminile.

E probabilmente sarà proprio questo a generare la discussione.

Possiamo parlare degli uomini vittime senza togliere nulla alle donne vittime?

Possiamo mettere in discussione vecchi stereotipi senza crearne di nuovi?

Possiamo ascoltare una testimonianza prima ancora di decidere quale genere abbia diritto di pronunciarla?

Pasquale Fierro ha scelto la propria risposta.

Il lettore potrà condividerla, contestarla o discuterla.

Forse è proprio questo il punto.

Perché Uomini Invisibili non sembra chiedere necessariamente di essere d’accordo.

Chiede di smettere di voltarsi dall’altra parte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner