
Se pensate che il futuro sia fatto di schermi, Irene Luccioni vi convincerà che il domani è, in realtà, un’enorme scatola parlante dove la privacy è un concetto trascurabile. “UtopiA.I.”, il suo nuovo romanzo, è da togliere il fiato per la sua capacità di rendere “normale” un sistema di vita mediata dagli algoritmi. La velocità di risposta del sistema, quegli 0.0003765 millisecondi che appaiono all’inizio, sono il ritmo di una società che corre verso il declino dell’Io. La storia di Margherita e Alessandro è un viaggio dentro le crepe di una perfezione insopportabile. Ciò che ho amato di più, personalmente, è l’uso dei sensi per immergersi nella lettura: da un lato l’azzurro etereo e immateriale della realtà aumentata, dall’altro l’odore della carta, il sapore della polvere, il contatto fisico che il sistema cerca di anestetizzare nella sua interezza. Alessandro rappresenta quel “bug” necessario, quel dubbio che incrina la facciata di Utòpia. Lo stile di scrittura è sublime: Irene Luccioni riesce creare tensione senza bisogno di grandi esplosioni, lavorando sui silenzi, sulle assenze e su ciò che i personaggi non possono dire ad alta voce. Leggendo le vicende di Ilaria e dei protagonisti, ci si ritrova a guardare il proprio smartphone con una punta di inquietudine, che porta a chiedere quanta parte della nostra realtà sia ormai filtrata da un codice quasi incomprensibile. È un libro, certo, ma è anche il riflesso della società intorpidita, che ha bisogno di recuperare le proprie menti pensanti.
