Esistono canzoni che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. “A domani” appartiene a questa categoria: un brano che trova la propria forza nella semplicità, nella cura dei dettagli e nella capacità di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe della quotidianità. In questa intervista Valentina Indelicato parla della nascita del singolo, del dialogo tra musica e parole, della sua esperienza come violinista, cantante e autrice e di quel legame speciale che ogni artista sogna di costruire con chi ascolta le proprie canzoni.
La tua canzone sembra ricordarci che anche i piccoli gesti possono avere un valore enorme. Da dove nasce questa sensibilità?
Credo nasca semplicemente dal mio modo di guardare le cose. Ho sempre avuto una certa attenzione per i piccoli momenti e per quei gesti che, anche se sembrano semplici, spesso riescono a dire molto. Nella vita di tutti i giorni sono proprio la presenza, le attenzioni e il modo in cui ci prendiamo cura delle persone a fare la differenza. Forse è anche per questo che quando scrivo mi viene spontaneo partire da emozioni che conosco e da situazioni in cui qualcuno possa ritrovare un pezzetto della propria storia.
Scrivere “A domani” ti ha insegnato qualcosa anche su te stessa?
Scrivere questo brano mi ha aiutata proprio a riflettere sul vivere il presente senza pretendere di controllare ciò che accadrà. “A domani” nasce anche dall’accettazione di una certa fragilità, che non va necessariamente vissuta come una mancanza o un limite, ma può diventare un punto di forza. Imparare a stare dentro ciò che accade, senza cercare sempre di anticipare o controllare il futuro, è un esercizio complesso ma prezioso. Forse la canzone mi ha ricordato che non tutto ciò che è fragile è destinato a spezzarsi: a volte è proprio nella delicatezza delle cose che si trova il loro valore più autentico.
Quanto è importante per te che testo e musica raccontino la stessa emozione?
Penso sia proprio fondamentale. Ci sono stati momenti di confronto e di ricerca, sia nelle parole che nella parte musicale, perché volevamo che ogni elemento fosse coerente con quello che il brano intende raccontare. La scrittura di “A domani”, realizzata a quattro mani con il cantautore Mario Puglisi, è avvenuta in modo naturale: non c’è stato bisogno di spiegare prima cosa raccontare o quale direzione prendere. Abbiamo seguito un flusso comune, lasciando che fosse la musica stessa a creare un dialogo e un legame tra noi, senza che nessuno invadesse lo spazio dell’altro. Dentro il brano convivono tracce di esperienze individuali in parti uguali, che si sono mescolate fino a diventare qualcosa di nuovo. Abbiamo poi cercato una melodia che potesse dialogare con le parole, valorizzandone le sfumature e accompagnando il senso più profondo del brano. L’intenzione era creare un equilibrio tra essenzialità ed emozione, lasciando che ogni elemento musicale contribuisse a raccontare quella dimensione di delicatezza e autenticità. Insieme a Riccardo Samperi, produttore del progetto, e al team di TRP Vibes, abbiamo infine intrapreso, in fase di realizzazione, una lunga ricerca sonora per ultimare lo stile e le atmosfere sonore più adatte alla canzone, trasformando le intuizioni autoriali iniziali in un paesaggio musicale capace di valorizzarne il messaggio.
Hai una routine particolare quando componi?
Di solito tutto nasce da un’emozione, da qualcosa che sento l’esigenza di raccontare, e spesso da qualcosa di concretamente molto piccolo: una riflessione appuntata su una chat Whatsapp (spesso quella con me stessa, lo confesso!), un’immagine, una sensazione che rimane addosso e chiede di essere raccontata. Prima ancora delle parole o della melodia c’è un’urgenza espressiva che chiede di trovare una forma. Poi entrano in gioco gli accordi, le note e la metrica, che diventano gli strumenti attraverso cui quell’emozione prende corpo. E, spesso, tutto questo prendere concretezza arriva di notte: è il momento in cui amo di più creare e dialogare con me stessa.
Essere contemporaneamente violinista, cantante e cantautrice ti permette di guardare la musica da prospettive diverse?
Sì, sicuramente. Il violino mi ha dato una sensibilità particolare verso il suono, il respiro e le sfumature della musica, mentre la scrittura mi permette di dare voce a quello che sento e alle storie che voglio raccontare. Essere anche interprete, oltre che autrice, mi permette di vivere la musica da più punti di vista e questo è molto prezioso anche nelle collaborazioni: riuscire a mettermi al servizio di un brano, ascoltare le idee di altri artisti, autori e compositori e trovare insieme il modo migliore per far emergere un’emozione sono tutti procedimenti preziosi, di nutrimento. Sono percorsi diversi che nel tempo si sono incontrati e che hanno costruito il mio modo di vivere la musica.
Qual è la più grande soddisfazione che questo percorso ti ha regalato finora?
La più grande soddisfazione è vedere come, passo dopo passo, questo percorso abbia preso forma. Ogni riconoscimento ricevuto ha avuto un significato importante, perché rappresenta il lavoro, la dedizione e le esperienze che mi hanno portata fin qui. Allo stesso tempo, ciò che mi emoziona profondamente è vedere che una mia canzone riesce a entrare nella vita di qualcuno, quando una persona mi racconta di essersi ritrovata in una mia frase o in una mia melodia. Credo che siano due aspetti che si completano: i traguardi danno valore al percorso fatto, mentre l’incontro con chi ascolta dà un senso ancora più profondo alla musica che scrivo.