Giornalista, scrittrice ed esperta di comunicazione, Valentina Pelliccia ha costruito una carriera consolidata tra consulenza legale, comunicazione istituzionale, finanza, marketing strategico e media relations. Laureata in discipline giuridiche, ha frequentato percorsi di specializzazione in marketing, comunicazione e affari istituzionali, affiancandovi una formazione internazionale sui temi dell’intelligenza artificiale e della trasformazione digitale.Valentina Pelliccia ha 36 anni, è romana, ha scritto per diversi anni per Il Tempo e ha firmato contributi per Il Messaggero, Economy e Harvard Business Review Italia. Nel 2024 ha ricevuto il Premio Donna d’Autore presso la Camera dei Deputati.
Dottoressa Valentina Pelliccia, diritto, comunicazione, letteratura, neuroscienze e intelligenza artificiale: come riesce a tenere insieme universi tanto diversi?
“Non li considero universi separati. Il diritto studia le regole, la comunicazione le percezioni, il marketing le decisioni, la letteratura l’essere umano, l’intelligenza artificiale il modo in cui tutto questo sta cambiando. La cultura autentica nasce dalle connessioni, non dai compartimenti stagni”.

Nonostante una carriera già consolidata, continua a studiare presso prestigiose università internazionali. Perché?
“Perché l’esperienza, senza aggiornamento, rischia di trasformarsi in consuetudine. In una società che evolve a velocità esponenziale, studiare non è un ornamento curricolare: è una responsabilità verso se stessi e verso l’organizzazione per la quale si lavora”.
È vero che ha scritto anche per la prestigiosa Harvard Business Review Italia?
“Sì, ho firmato Il valore del fallimento. È un articolo dedicato alla capacità di trasformare l’errore in conoscenza, l’insuccesso in innovazione e la caduta in consapevolezza. Nel testo richiamo un aneddoto riferito da Moustapha Safouan, allievo di Jacques Lacan: «un bravo maestro si distingue da come reagisce quando entrando in aula, prima di salire in cattedra, inciampa». Il maestro autentico non nasconde l’incidente e non punisce chi ha riso: fa dell’inciampo il tema della lezione.L’articolo è consultabile qui”:
https://www.hbritalia.it/speciale-crisi/2021/05/24/news/il-valore-del-fallimento-15058/
È questo il più importante insegnamento della sua vita?
“Sì. Non permettere che una caduta diventi una sentenza sul proprio valore. Ho imparato a trasformare le fratture in conoscenza e le esperienze dolorose in una forma più alta di consapevolezza. L’autorevolezza non consiste nel non cadere mai, ma nel sapere che cosa costruire dopo la caduta”.
Ha iniziato a scrivere molto giovane. Che cosa rappresenta per lei la letteratura?
“Ho scritto il mio primo romanzo, Zucchero filato, a diciassette anni. Il manoscritto vinse il Premio nazionale di narrativa Valerio Gentile e venne pubblicato in seguito alla vittoria. È un riconoscimento al quale sono legata perché nacque da una valutazione autenticamente meritocratica. La letteratura mi ha insegnato a interpretare ciò che il linguaggio ordinario non riesce a contenere. Amo Seneca, Goethe, Dostoevskij, Hugo, Proust, Keats, Virginia Woolf e Oriana Fallaci. Autori diversi, accomunati dalla capacità di entrare nelle zone più profonde dell’essere umano.Una precedente intervista dedicata al mio percorso letterario è disponibile qui”:

Oriana Fallaci è il suo principale riferimento giornalistico?
“Sì. Ne ammiro il coraggio, la cultura e la capacità di porre domande senza nascondersi dietro una neutralità artificiale. Il giornalismo non è stenografia del potere: è verifica, contraddittorio e responsabilità”.
Quale giornalismo d’inchiesta sente più vicino?
“Quello fondato sui documenti e sulle fonti. Penso a Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Walter Tobagi e Ilaria Alpi. Tra i contemporanei seguo con particolare attenzione Sigfrido Ranucci. L’inchiesta è essenziale perché impedisce che la superficie diventi l’unica versione disponibile della realtà”.
Il suo nome è stato spesso associato a gossip e presunte relazioni con uomini conosciuti. Perché?
“Perché una presunta storia sentimentale è più semplice da trasformare in titolo rispetto a un percorso professionale complesso. Non ho mai avuto le relazioni con uomini noti che talvolta mi sono state attribuite. La ripetizione di un’indiscrezione non la trasforma in un fatto. Raccontare una donna attraverso la prossimità a un uomo è una forma culturale ormai anacronistica. La mia identità professionale esiste autonomamente: non necessita di alcuna legittimazione per contiguità maschile”.
Le è capitato di ricevere domande giornalistiche costruite per ridimensionarla?
“Sì. Esistono domande formalmente corrette ma semanticamente orientate, concepite per confermare una caricatura già predisposta. Il giornalismo deve porre anche domande scomode, ma non dovrebbe trasformare l’intervista in un dispositivo di delegittimazione. Quando invece io intervisto una donna, cerco di valorizzarne il pensiero. Il talento altrui non ci sottrae nulla: saperlo riconoscere è una forma di sicurezza intellettuale”.
Perché proprio tra donne si manifestano talvolta forme di svalutazione tanto dure?
“Il confronto può generare emulazione oppure invidia. Quando incontra una fragilità non elaborata, diventa più facile demolire l’altra persona che lavorare su se stessi. L’invidia è umana; non può però diventare un criterio professionale o editoriale. La maturità comincia quando il successo altrui smette di essere vissuto come un’offesa personale e diventa una domanda: che cosa posso imparare”?
Lei ha detto che la società fatica ancora a concepire una donna completa. Che cosa intende?
“Una donna può essere intelligente, colta, autorevole, elegante, sensibile e consapevole del proprio corpo. Eppure viene ancora costretta in categorie elementari: bella oppure intelligente, femminile oppure credibile. Io rifiuto questa dicotomia. La completezza non consiste nel sacrificare una parte di sé, ma nell’armonizzare mente, corpo, cultura e sensibilità”.

Anche le sue fotografie e l’uso dei filtri vengono spesso commentati. La infastidisce?
“Per me i filtri possono essere un gioco creativo e uno strumento di storytelling visivo. Il problema nasce quando l’immagine modificata diventa indispensabile per sentirsi degni dello sguardo altrui. Soprattutto tra gli adolescenti serve educazione digitale: non demonizzare gli strumenti, ma spiegare i meccanismi psicologici e commerciali che li rendono così persuasivi”.
Ha raggiunto fino a quattro milioni di visualizzazioni su Instagram e centinaia di migliaia su LinkedIn. Qual è il segreto?
“La fotografia cattura l’attenzione; il contenuto deve meritare il tempo successivo. Lo storytelling visivo è coerenza tra immagine, linguaggio, identità, ritmo e pubblico. I numeri contano, ma la visibilità senza direzione è soltanto rumore. Quando è sostenuta da metodo e reputazione, diventa capitale comunicativo”.
Ha scritto anche di neuroscienze e uso prolungato dei social media. Qual è il punto centrale?
“I social non sono strumenti neutrali: sono ambienti progettati per trattenere l’attenzione attraverso notifiche, ricompense intermittenti, scorrimento continuo e personalizzazione algoritmica. Le neuroscienze spiegano come reagisce il cervello; il marketing strategico mostra come quegli stimoli vengono progettati. Comprendere entrambi permette di usare la tecnologia senza esserne inconsapevolmente dominati”.
L’articolo è disponibile sul sito: https://medicina-news.it
Titolo: Valentina Pelliccia: il ruolo delle neuroscienze nell’uso prolungato dei social media.
Sta lavorando a un nuovo libro?
“Sì, sarà dedicato ai social media, all’intelligenza artificiale e all’architettura persuasiva delle piattaforme. Non sarà un libro contro la tecnologia, ma un progetto sulla trasparenza e sulla consapevolezza digitale. La tecnologia non deve essere demonizzata: deve essere conosciuta, governata e padroneggiata”.
Ha partecipato anche a summit internazionali sull’intelligenza artificiale. Che cosa la interessa maggiormente?
“L’intersezione tra tecnologia, diritto, comunicazione, etica e comportamento umano. L’intelligenza artificiale può ampliare la conoscenza, ma anche automatizzare pregiudizi, creare falsità plausibili e compromettere reputazioni. La tecnologia ci dice che cosa possiamo fare. La cultura e il diritto devono continuare a chiederci che cosa sia giusto fare”.

Ha trasformato anche gli attacchi reputazionali in materia di studio?
“Sì. È un modo intelligente di reagire. Ho approfondito il modo in cui dossier, insinuazioni, omissioni e associazioni suggestive possono costruire un’identità pubblica diversa dalla persona reale. Ne ho parlato anche nell’articolo Valentina Pelliccia: dossier, reputazione e morti controverse. Quando una persona diventa scomoda, consultabile qui”:
Come definirebbe, infine, Valentina Pelliccia?
“Una giornalista, una scrittrice e una professionista della comunicazione che continua a studiare e a costruire connessioni tra diritto, linguaggio, tecnologia e comportamento umano. Non mi interessa apparire infallibile. Mi interessa trasformare ogni caduta in una lezione, ogni esperienza in conoscenza e ogni ferita in una forma più consapevole di libertà”.
Concludiamo questa conversazione ringraziando la Dottoressa Valentina Pelliccia per la disponibilità e per gli spunti di riflessione condivisi. In un tempo in cui il dibattito pubblico privilegia spesso la velocità rispetto all’approfondimento e l’immagine rispetto ai contenuti, il suo invito a coniugare cultura, spirito critico, formazione continua e consapevolezza digitale offre una prospettiva di particolare interesse. Il percorso professionale e umano di Valentina Pelliccia dimostra come discipline apparentemente lontane,dal diritto alla comunicazione, dal giornalismo alle neuroscienze, fino all’intelligenza artificiale, possano dialogare tra loro e contribuire a una visione più ampia della società contemporanea.
È anche questo il messaggio che emerge dalle sue attività divulgative e dai suoi canali social: ricordare alle nuove generazioni che la crescita personale non si misura soltanto dall’immagine che si proietta all’esterno, ma dall’equilibrio tra preparazione, responsabilità, curiosità intellettuale e autenticità. Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per questa intervista e le auguriamo buon lavoro per i suoi prossimi progetti editoriali dedicati alla comunicazione, ai social media e all’intelligenza artificiale.
