Abbiamo voluto intervistare Valentina Pelliccia, giornalista, esperta di comunicazione e marketing strategico, laureata in discipline giuridiche e da anni impegnata nello studio dei processi che influenzano la formazione dell’opinione pubblica. Attraverso l’analisi di autori italiani e internazionali e l’osservazione diretta delle trasformazioni introdotte dai social media e dall’intelligenza artificiale, Valentina Pelliccia ha sviluppato una riflessione che intreccia giornalismo, psicologia sociale, reputazione, neuroscienze dell’attenzione e libertà cognitiva. In un’epoca caratterizzata da una quantità di informazioni senza precedenti, il tema non è più soltanto distinguere il vero dal falso, ma comprendere come si formano le nostre convinzioni e quanto esse siano realmente libere.

Valentina Pelliccia, siamo davvero liberi di formarci un’opinione autonoma?

“Reputo che questa sia una delle domande più importanti del nostro tempo, perché riguarda il fondamento stesso della libertà. Siamo abituati a pensare alla libertà come al diritto di parlare, di esprimere un’opinione, di partecipare al dibattito pubblico. Molto più raramente ci chiediamo quanto quell’opinione sia realmente nostra e quanto, invece, sia il risultato di influenze, condizionamenti, abitudini mentali e narrazioni che abbiamo interiorizzato nel corso del tempo.Da giornalista, ma prima ancora da cittadina, ho imparato che la libertà non si misura soltanto dalla possibilità di prendere la parola. Si misura dalla capacità di formare un giudizio autonomo, di non aderire automaticamente alle opinioni dominanti, di non lasciarsi trascinare dal conformismo o dalla paura di essere isolati. Una riflessione che mi accompagna da anni è quella attribuita a Carl Gustav Jung secondo cui ciò che non portiamo alla coscienza finisce per dirigere la nostra vita e noi lo chiamiamo destino. Al di là della formulazione esatta della frase, il significato resta straordinariamente attuale. Se non comprendiamo i meccanismi che influenzano il nostro modo di percepire la realtà, rischiamo di scambiare per scelta libera ciò che è in parte il risultato di condizionamenti culturali, appartenenze sociali, emozioni, paure e convinzioni assorbite inconsapevolmente. Questo vale ancora di più nell’epoca dell’informazione permanente. Ogni giorno siamo esposti a una quantità di contenuti che nessuna generazione precedente ha mai conosciuto. Notizie, immagini, video, commenti, notifiche, piattaforme digitali, algoritmi e flussi continui di informazioni competono per catturare la nostra attenzione. Il paradosso è che avere accesso a più informazioni non significa necessariamente comprendere meglio il mondo. È per questo che considero fondamentale il concetto di libertà cognitiva. Non significa diffidare di tutto. Significa conservare uno spazio interiore di autonomia, mantenere la capacità di fare domande, verificare le fonti, confrontare punti di vista differenti e accettare la complessità quando la realtà è complessa. Walter Lippmann osservava che gli esseri umani non reagiscono direttamente alla realtà, ma alle immagini della realtà che si formano nella loro mente. Noi non viviamo soltanto nei fatti. Viviamo anche nelle rappresentazioni dei fatti. George Orwell scriveva che la libertà consiste nel poter dire alle persone ciò che non vogliono sentirsi dire. Io credo che la libertà consista anche nell’avere il coraggio di ascoltare ciò che non desideriamo sentire. Mi ha sempre colpito anche una riflessione riportata da Marcello Foa e attribuita a Nisargadatta Maharaj: “Per conoscere le correnti del fiume, chi vuole la verità deve entrare nell’acqua”. La verità richiede studio, approfondimento, confronto e umiltà. Ho imparato che il problema non è stabilire una volta per tutte chi abbia ragione.  Il problema è conservare il diritto e il dovere di continuare a porre domande. Per questo motivo ritengo che la vera sfida del nostro tempo non sia soltanto tecnologica, politica o mediatica. È una sfida interiore. La libertà cognitiva, in fondo, è la forma più alta della responsabilità individuale.”

Perché oggi parlare semplicemente di fake news non basta più?

“Perché il concetto di fake news, pur essendo importante, rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno molto più complesso. Se riduciamo il problema dell’informazione contemporanea alla distinzione tra vero e falso, perdiamo di vista una questione ancora più profonda: il modo in cui si costruisce la percezione della realtà. Walter Lippmann aveva compreso questo meccanismo oltre un secolo fa. Nel suo Public Opinion spiegava che gli esseri umani non reagiscono direttamente ai fatti, ma alle immagini mentali che si formano dei fatti. Questa intuizione è diventata ancora più attuale nell’epoca digitale. Una notizia completamente falsa può essere dannosa, ma spesso è anche la più facile da individuare.  Molto più difficile è comprendere come si costruiscono le narrazioni, come vengono selezionati gli argomenti degni di attenzione e come determinate cornici interpretative influenzino il nostro giudizio. L’informazione continua non produce necessariamente maggiore consapevolezza. Talvolta può generare l’effetto opposto: sovraccarico cognitivo, polarizzazione, frammentazione dell’attenzione e difficoltà nel distinguere ciò che è rilevante da ciò che è semplicemente rumoroso. È qui che diventano centrali concetti come frame, agenda pubblica e costruzione del consenso.  Edward Bernays aveva intuito quanto simboli, emozioni e rappresentazioni collettive incidessero sulla formazione delle opinioni. Non si tratta di negare la libertà individuale, ma di comprendere che ogni società sviluppa strumenti capaci di orientare il dibattito pubblico. Per questo motivo, ritengo che il tema delle fake news rappresenti soltanto la punta dell’iceberg.  La questione decisiva riguarda il nostro rapporto con l’informazione: la capacità di verificare, contestualizzare, confrontare fonti differenti e riconoscere i meccanismi attraverso cui si formano le nostre convinzioni. Il problema non è soltanto difendersi dalle notizie false. Il problema è comprendere come nasce una narrazione, come si costruisce il consenso, come si orienta l’attenzione collettiva e come si forma l’opinione pubblica. Solo allora possiamo parlare davvero di cittadini consapevoli e di autentica libertà cognitiva.”

Walter Lippmann scriveva che non reagiamo ai fatti, ma alle immagini dei fatti. Quanto è attuale questa intuizione nell’epoca dei social media?

“A mio avviso Walter Lippmann è uno degli autori più straordinari e più attuali del Novecento. Quando pubblicò ‘Public Opinion’ nel 1922 non esistevano internet, social media, smartphone o intelligenza artificiale. Eppure riuscì a descrivere un meccanismo che oggi appare persino più evidente di allora. Lippmann osservava che nessuno di noi entra realmente in contatto con la complessità del mondo nella sua interezza. Ognuno costruisce una rappresentazione della realtà attraverso la propria esperienza, la cultura, l’educazione, le emozioni, i valori e le informazioni ricevute. È ciò che lui definiva le ‘pictures in our heads’, le immagini che si formano nella nostra mente e che finiscono per guidare il nostro modo di interpretare gli eventi. Secondo me questa intuizione è diventata ancora più attuale nell’era digitale. Oggi non siamo semplicemente esposti alle notizie. Siamo immersi in un flusso continuo di immagini, video, commenti, notifiche, contenuti personalizzati e narrazioni che competono costantemente per catturare la nostra attenzione. Le piattaforme digitali non si limitano a distribuire informazioni: selezionano, organizzano e gerarchizzano ciò che vediamo. In altre parole, contribuiscono a costruire la rappresentazione della realtà con cui entriamo quotidianamente in contatto. Da studiosa della comunicazione, trovo particolarmente affascinante il fatto che Lippmann avesse compreso già un secolo fa quanto gli stereotipi, le semplificazioni e le immagini mentali siano strumenti inevitabili attraverso cui gli esseri umani organizzano la complessità. Il problema non è che esistano. Il problema nasce quando smettiamo di metterli in discussione e iniziamo a considerarli la realtà stessa.È qui che il pensiero di Lippmann incontra una delle grandi questioni del nostro tempo: la differenza tra realtà percepita e realtà oggettiva. Due persone possono osservare lo stesso evento e sviluppare interpretazioni profondamente diverse non necessariamente perché una sia in buona fede e l’altra no, ma perché ciascuna parte da esperienze, riferimenti culturali, fonti informative e cornici interpretative differenti. Credo che questo sia uno degli aspetti più importanti da comprendere anche per evitare la crescente polarizzazione che caratterizza il dibattito pubblico contemporaneo. Troppo spesso siamo portati a pensare che chi non condivide la nostra visione del mondo sia automaticamente ignorante, manipolato o in malafede. Lippmann ci insegna invece che la realtà è quasi sempre più complessa delle categorie attraverso cui cerchiamo di interpretarla. I social media hanno amplificato enormemente questo fenomeno. Gli algoritmi tendono a mostrarci contenuti compatibili con i nostri interessi, le nostre interazioni precedenti e le nostre preferenze. Questo meccanismo può produrre un effetto collaterale significativo: ridurre l’esposizione a punti di vista differenti. È ciò che molti studiosi definiscono echo chamber, la cosiddetta camera dell’eco, un ambiente nel quale le convinzioni vengono continuamente confermate e raramente messe alla prova. Da giornalista considero questa riflessione particolarmente importante anche per comprendere il tema della reputazione. La reputazione di una persona, di un’azienda, di un’istituzione o persino di un intero Paese non dipende soltanto dai fatti. Dipende anche dalla percezione che si forma attorno a quei fatti. E la percezione, come insegna Lippmann, è influenzata dalle immagini mentali, dalle narrazioni, dai contesti e dalle emozioni. Se dovessi sintetizzare il lascito di Walter Lippmann in una sola frase, direi questo: la vera sfida non è soltanto conoscere i fatti, ma comprendere i filtri attraverso cui li osserviamo. Perché molto spesso non è la realtà a dividerci, ma il modo in cui la immaginiamo.”

Lei ha studiato autori molto diversi tra loro, da Edward Bernays a Noam Chomsky. Che cosa ci insegnano sul rapporto tra informazione e potere?

“Una delle cose che ho imparato studiando la storia della comunicazione è che il rapporto tra informazione e potere non nasce con internet né con i social media. È una dinamica che accompagna la storia umana da secoli. Cambiano gli strumenti, cambiano le tecnologie, ma resta immutata una domanda fondamentale: chi definisce ciò che merita attenzione e in che modo si forma il consenso collettivo?“A mio avviso Edward Bernays e Noam Chomsky rappresentano due prospettive molto diverse ma entrambe preziose per comprendere questa questione. Bernays, nipote di Sigmund Freud e autore di ‘Propaganda’ nel 1928, intuì che gli esseri umani non prendono decisioni soltanto sulla base della razionalità. Emozioni, simboli, appartenenza e percezioni influenzano profondamente il comportamento individuale e collettivo. Chomsky affronta invece il tema da una prospettiva più critica. In opere come ‘Manufacturing Consent’, scritta insieme a Edward Herman, invita a riflettere sui meccanismi attraverso cui vengono selezionate le notizie, definite le priorità dell’agenda pubblica e costruite le cornici interpretative attraverso cui osserviamo la realtà. Ciò che trovo particolarmente interessante è che, pur partendo da approcci molto differenti, entrambi ci ricordano una verità essenziale: l’informazione non è mai una semplice somma di fatti. Ogni società interpreta, seleziona, organizza e attribuisce significato agli eventi. Tuttavia, ritengo che il punto più importante non sia individuare presunti registi occulti dietro ogni avvenimento. Sarebbe una lettura semplicistica. Il vero obiettivo dovrebbe essere acquisire consapevolezza dei meccanismi che influenzano la comunicazione pubblica. Per questo considero il pensiero critico una forma di educazione civica. Non consiste nel sospettare di tutto. Consiste nel porre domande, verificare le fonti, confrontare prospettive differenti e accettare la complessità quando la realtà è complessa. In fondo, la qualità della nostra libertà dipende anche dalla qualità delle domande che siamo capaci di formulare.”

George Orwell e Aldous Huxley vengono spesso citati quando si parla di informazione, controllo sociale e libertà. Perché continuano a essere così attuali?

“ A mio avviso Orwell e Huxley non sono diventati attuali oggi. Lo sono sempre stati. Semplicemente, con il passare degli anni, ci siamo accorti che molte delle domande che ponevano riguardavano problemi profondamente umani e non soltanto politici. George Orwell, in ‘1984’, ci mette in guardia contro il controllo esercitato attraverso la sorveglianza, la manipolazione del linguaggio e la riscrittura della realtà. Una delle sue frasi più celebri recita: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. È una riflessione che ci invita a non considerare mai l’informazione come qualcosa di neutrale o scontato. Aldous Huxley, invece, nel ‘Mondo Nuovo’, immagina una società molto diversa. Non una società oppressa dalla paura, ma una società distratta dal piacere, dall’intrattenimento continuo e dalla soddisfazione immediata dei desideri. Orwell temeva che ci venisse nascosta la verità. Huxley temeva che non avessimo più interesse a cercarla. Personalmente trovo straordinario il fatto che questi due autori abbiano individuato due rischi che possono coesistere anche nelle società democratiche: da una parte la manipolazione, dall’altra la distrazione. Da una parte il controllo, dall’altra l’indifferenza. Per questo considero particolarmente attuale anche una frase di Orwell che amo molto: “La libertà è il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire”. Non la interpreto come un invito alla provocazione. La interpreto come un richiamo al coraggio intellettuale e alla difesa del pensiero critico. Ritengo che il vero insegnamento di Orwell e Huxley sia un altro: la libertà non si perde all’improvviso. Si indebolisce gradualmente quando smettiamo di porci domande, quando rinunciamo al dubbio e quando deleghiamo ad altri il compito di pensare al posto nostro. È per questo che continuo a leggerli e a consigliarli. Non perché abbiano previsto il futuro, ma perché ci aiutano a comprendere il presente.”

Nei suoi studi cita spesso la guerra fredda culturale, la CIA, il KGB e le tecniche di influenza. Perché questi temi sono ancora importanti oggi?

“Perché, a mio avviso, ci ricordano una verità molto semplice: la competizione tra Stati e sistemi politici non si è mai combattuta soltanto con le armi. Si è combattuta anche attraverso le idee, la cultura, l’informazione e la capacità di orientare il consenso. Durante la Guerra Fredda, sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica compresero che influenzare il modo in cui le persone interpretavano la realtà poteva essere importante quanto conquistare un territorio. Oggi gli storici dispongono di una vasta documentazione che dimostra come CIA e KGB abbiano investito risorse significative nella propaganda, nelle operazioni di influenza e nella diffusione di narrazioni favorevoli ai rispettivi interessi geopolitici. Trovo particolarmente interessante il fatto che molte di queste tecniche non puntassero a convincere le persone di una singola idea, ma a creare confusione, polarizzazione o sfiducia. In alcuni casi l’obiettivo non era far credere qualcosa, ma rendere più difficile distinguere il vero dal falso. Da studiosa della comunicazione ritengo che questa sia una lezione ancora attuale. Le tecnologie cambiano, ma alcuni meccanismi psicologici restano sorprendentemente simili. Gustave Le Bon osservava già alla fine dell’Ottocento quanto le emozioni collettive potessero influenzare il comportamento delle masse. Più tardi autori come Erich Fromm, Hannah Arendt e Noam Chomsky hanno approfondito, da prospettive diverse, il rapporto tra consenso, conformismo e costruzione delle narrazioni pubbliche. Secondo me il vero insegnamento della Guerra Fredda non riguarda il passato. Riguarda il presente. Ci ricorda che l’informazione non è mai un tema secondario e che il pensiero critico rappresenta una forma di tutela della libertà individuale. Per questo credo che studiare la storia delle tecniche di influenza non significhi guardare il mondo con sospetto. Significa imparare a guardarlo con maggiore consapevolezza. Come giornalista, considero questa una delle forme più autentiche di educazione civica.”

Lei ha spesso parlato dell’importanza della paura nella comunicazione pubblica. Perché questo tema la interessa così tanto?

“Perché la paura è una delle emozioni più potenti che esistano. E proprio per questo merita di essere studiata con grande attenzione. A mio avviso la paura non è né buona né cattiva: è una risposta naturale che ci protegge dai pericoli. Il problema nasce quando smettiamo di comprenderla e iniziamo a subirla. Autori come Gustave Le Bon, Erich Fromm e Hannah Arendt hanno mostrato, da prospettive diverse, quanto le emozioni collettive possano influenzare il comportamento sociale. Quando una società è dominata dalla paura tende a cercare risposte semplici a problemi complessi, figure rassicuranti a cui affidarsi e talvolta persino capri espiatori a cui attribuire ogni responsabilità. Ritengo che questo tema sia particolarmente importante perché l’informazione non dovrebbe limitarsi a raccontare le paure delle persone. Dovrebbe anche aiutare a contestualizzarle, comprenderle e, quando possibile, ridimensionarle. Una società informata non è una società che vive senza paure. È una società che non ne diventa prigioniera. Per questo motivo considero il pensiero critico una forma di libertà. Più comprendiamo le nostre emozioni, meno rischiamo di esserne guidati inconsapevolmente.”

Molti osservatori sostengono che i media tendano a muoversi in gregge. È una definizione che condivide?

“Credo che il termine ‘gregge’ possa sembrare provocatorio, ma descrive un fenomeno reale studiato da molti autori. A mio avviso il problema non è che i giornalisti si mettano d’accordo tra loro. Molto più spesso accade che tutti osservino gli stessi eventi, consultino fonti simili e siano sottoposti alle stesse pressioni temporali. Marcello Foa ha riflettuto molto su questo aspetto, ponendo una domanda che considero ancora attuale: perché, in certi momenti, testate molto diverse finiscono per raccontare la realtà in modo sorprendentemente simile? La spiegazione, secondo me, non va cercata in teorie semplicistiche, ma nei meccanismi stessi dell’informazione contemporanea. La velocità, la competizione per l’attenzione, il timore di ‘bucare’ una notizia e la tendenza a seguire i temi dominanti possono produrre un effetto di uniformità. Credo che la vera sfida sia conservare uno sguardo autonomo. Non per essere controcorrente a tutti i costi, ma per continuare a porre domande anche quando tutti sembrano aver già trovato le risposte. In fondo, il pluralismo non consiste nell’avere molte testate che ripetono le stesse cose. Consiste nell’avere molte voci capaci di osservare la realtà da prospettive differenti.”

In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, che ruolo hanno le fonti e la verifica delle notizie?

“Hanno un ruolo decisivo. La credibilità di una notizia dipende innanzitutto dalla qualità delle fonti su cui si basa. È un principio antico del giornalismo, ma oggi è più importante che mai. Walter Lippmann ricordava che tra i fatti e la loro rappresentazione esiste sempre una distanza. Proprio per questo la verifica non è un dettaglio tecnico: è il cuore stesso del lavoro giornalistico. Personalmente credo che le fonti anonime debbano essere utilizzate con grande prudenza. In alcuni casi possono essere indispensabili per far emergere fatti di interesse pubblico. In altri, però, il rischio è quello di trasformare indiscrezioni, supposizioni o ricostruzioni parziali in verità apparentemente accertate. Ho imparato che una notizia può essere smentita. Una reputazione, invece, una volta colpita, può impiegare anni per essere ricostruita. Per questo ritengo che accuratezza, contestualizzazione e verifica debbano sempre prevalere sulla fretta di pubblicare per primi. La velocità è un valore. La responsabilità lo è ancora di più. Anche per esperienza personale ho avuto modo di riflettere su quanto una ricostruzione incompleta, una contestualizzazione insufficiente o informazioni non adeguatamente verificate possano incidere sulla percezione pubblica di una persona. Proprio per questo considero la verifica delle fonti, il rispetto dei fatti e la tutela della reputazione elementi essenziali del buon giornalismo. Una notizia può essere corretta o smentita nel tempo. Gli effetti di una rappresentazione distorta, invece, possono lasciare conseguenze molto più durature.”

L’intelligenza artificiale e gli algoritmi rischiano di limitare la nostra libertà di pensiero?

“Secondo me il punto non è se l’intelligenza artificiale rappresenti un rischio o un’opportunità. Come tutte le grandi innovazioni della storia, può essere entrambe le cose. Dipende dall’uso che ne facciamo. Personalmente non appartengo a quelle correnti che guardano alla tecnologia con paura. Al contrario, credo che conoscerla sia il primo passo per utilizzarla in modo consapevole. L’intelligenza artificiale può aiutarci a lavorare meglio, accedere più rapidamente alle informazioni, migliorare la ricerca scientifica e aumentare le nostre capacità operative. La vera sfida, secondo me, è evitare che la comodità sostituisca il pensiero critico. Gli algoritmi possono suggerirci cosa leggere, cosa guardare e perfino cosa acquistare, ma non dovrebbero mai sostituirsi alla nostra capacità di riflettere, valutare e scegliere autonomamente. Per questo motivo, ritengo che il tema centrale non sia l’intelligenza artificiale in sé, ma la libertà cognitiva. Dobbiamo imparare a utilizzare strumenti sempre più potenti senza rinunciare alla nostra autonomia intellettuale. Non serve demonizzare la tecnologia. Serve sviluppare cittadini consapevoli, capaci di governarla senza esserne governati.”

Lei studia da anni i social media. Sono davvero il problema o stiamo guardando nella direzione sbagliata?

“Stiamo guardando spesso nella direzione sbagliata. È più facile attribuire la responsabilità a una tecnologia che interrogarsi sui cambiamenti culturali che la accompagnano! I social media, come ogni strumento, possono essere utilizzati in modi molto diversi. Possono diffondere disinformazione, superficialità e aggressività, ma possono anche favorire conoscenza, relazioni, divulgazione e partecipazione. Dipende dall’uso che ne facciamo e dal livello di consapevolezza con cui li utilizziamo.Per questo non mi convince una narrazione esclusivamente negativa della tecnologia. Sarebbe una semplificazione. Il vero tema non è demonizzare gli strumenti digitali, ma comprendere come influenzano i nostri comportamenti, il nostro tempo, la nostra attenzione e persino il nostro modo di percepire la realtà.Dobbiamo investire di più nell’educazione, nel pensiero critico, nella cultura digitale e nella consapevolezza delle persone. La tecnologia continuerà a evolversi. La vera domanda è se riusciremo a crescere come esseri umani con la stessa velocità con cui crescono gli strumenti che utilizziamo.”

Se dovesse indicare una competenza che ogni cittadino dovrebbe sviluppare nell’era digitale, quale sceglierebbe?

“Senza alcun dubbio sceglierei il pensiero critico. A mio avviso è la competenza più importante del XXI secolo. Possiamo imparare a utilizzare nuove tecnologie, nuove piattaforme e persino l’intelligenza artificiale, ma se perdiamo la capacità di ragionare autonomamente rischiamo di delegare ad altri la comprensione della realtà. Come ricordavo all’inizio, una celebre riflessione attribuita a Carl Gustav Jung ci invita a prendere coscienza dei meccanismi che influenzano pensieri, emozioni e decisioni. Al di là della formulazione letterale, il messaggio conserva una straordinaria attualità: diventare più consapevoli di ciò che orienta il nostro giudizio significa diventare più liberi. George Orwell scriveva invece che “La libertà è il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire”.  Io aggiungerei che la libertà è anche la capacità di ascoltare ciò che non vorremmo sentire e di confrontarci con idee diverse dalle nostre. Per questo amo molto anche il concetto degli “apòti” di Giuseppe Prezzolini: coloro che non se la bevono. Non perché rifiutino tutto, ma perché mantengono vivo il dubbio, verificano, approfondiscono e cercano di comprendere prima di giudicare. In fondo il pensiero critico non consiste nel sospettare di tutto. Consiste nel non rinunciare mai alla responsabilità di pensare con la propria testa.”

Quale ruolo dovrebbe avere la scuola nell’educazione ai media, ai social network e all’intelligenza artificiale?

“A mio avviso, un ruolo centrale. Per anni abbiamo insegnato ai giovani a utilizzare gli strumenti tecnologici, ma molto meno a comprenderli. Eppure, conoscere il funzionamento dei media, dei social network e dell’intelligenza artificiale sarà sempre più importante per esercitare una cittadinanza consapevole. Credo che ragazzi, genitori e insegnanti debbano acquisire gli strumenti per comprenderne opportunità, limiti e implicazioni. Sapere come funzionano gli algoritmi, come si verificano le fonti, come si riconoscono le manipolazioni informative e come si protegge la propria reputazione digitale dovrebbe diventare parte integrante della formazione di ogni cittadino. Per questo ritengo che l’educazione ai media e all’intelligenza artificiale non debba essere considerata una materia per specialisti, ma una competenza trasversale. Così come insegniamo a leggere e scrivere, dobbiamo insegnare a orientarsi in un ecosistema informativo sempre più complesso. La vera sfida non è preparare i giovani al mondo di ieri, ma fornire loro gli strumenti culturali per affrontare il mondo che li attende.”

Sta lavorando a nuovi progetti editoriali legati a questi temi?

“Sì. Da tempo sto approfondendo questi argomenti non soltanto come giornalista e studiosa della comunicazione, ma anche attraverso un importante progetto editoriale che sto sviluppando insieme a un autorevole professore universitario e fisico teorico di fama internazionale. L’obiettivo non è realizzare l’ennesimo libro sull’intelligenza artificiale o sui social media. La nostra ambizione è più ampia: comprendere come stia cambiando l’essere umano nell’epoca degli algoritmi, delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale. Parleremo di informazione, neuroscienze dell’attenzione, educazione digitale, reputazione online, pensiero critico e responsabilità individuale. Ma soprattutto, cercheremo di affrontare una domanda che considero centrale: come possiamo utilizzare tecnologie sempre più potenti senza perdere ciò che ci rende profondamente umani? In fondo, la convinzione che guida questo progetto è la stessa che accompagna molte delle mie riflessioni, centrale in questa intervista: non serve demonizzare la tecnologia. Serve umanizzare la società.”

Che cos’è oggi, per Valentina Pelliccia, la missione del giornalismo?

“Se dovessi rispondere con una sola parola, direi: responsabilità. Viviamo in un’epoca in cui l’informazione è ovunque. In pochi secondi possiamo accedere a una quantità di notizie che fino a pochi decenni fa sarebbe stata impensabile. Eppure, proprio per questo, credo che il ruolo del giornalismo sia diventato ancora più importante. Non perché debba dire alle persone cosa pensare, ma perché dovrebbe fornire gli strumenti per comprendere la complessità della realtà. Nel corso dei miei studi ho incontrato autori molto diversi tra loro, da Walter Lippmann a George Orwell, da Hannah Arendt a Carl Gustav Jung, da Marcello Foa a Noam Chomsky. Pur partendo da prospettive differenti, tutti mi hanno insegnato una lezione fondamentale: la libertà richiede consapevolezza. Per questo considero il pensiero critico una delle forme più alte di libertà. Non significa essere contro tutto e contro tutti. Significa mantenere viva la curiosità intellettuale, verificare le fonti, approfondire, ascoltare idee diverse dalle proprie e avere l’umiltà di cambiare opinione quando i fatti lo richiedono. Credo che il giornalismo migliore nasca proprio da questa attitudine. Non dalla presunzione di possedere la verità, ma dalla volontà di cercarla con onestà, rigore e indipendenza. Marcello Foa parla di lampi di coraggio intellettuale. È un’espressione che amo molto perché descrive perfettamente ciò che il giornalismo dovrebbe rappresentare: la capacità di continuare a porre domande anche quando sarebbe più facile accettare risposte preconfezionate. Oggi abbiamo bisogno di cittadini consapevoli, non di spettatori passivi. Di persone capaci di utilizzare la tecnologia senza esserne dominate, di vivere i social media senza rinunciare al senso critico e di difendere la propria autonomia di giudizio in un contesto sempre più complesso. Come già detto, serve demonizzare la tecnologia. Serve umanizzare la società. In fondo, credo che la missione del giornalismo sia questa: aiutare le persone a essere più libere, più consapevoli e più umane. Perché la tecnologia continuerà a evolversi. Ma nessuna innovazione potrà mai sostituire ciò che rende davvero libero un essere umano: la capacità di pensare con la propria testa.”

Ringraziamo Valentina Pelliccia per la disponibilità e per la profondità delle riflessioni condivise nel corso di questa conversazione. In un’epoca caratterizzata da una crescente complessità informativa, il suo invito al pensiero critico, alla libertà cognitiva e alla responsabilità individuale rappresenta uno spunto di riflessione particolarmente prezioso per lettori, professionisti dell’informazione e cittadini.

“Grazie a voi per le domande, che ho trovato stimolanti e mai banali. Credo che oggi più che mai sia importante creare occasioni di confronto su temi come l’informazione, la libertà cognitiva, il pensiero critico e l’impatto delle tecnologie sulla nostra vita quotidiana. Se questa conversazione contribuirà anche solo a spingere qualcuno a porsi una domanda in più, a verificare una fonte in più o a riflettere con maggiore autonomia, allora avrà raggiunto il suo scopo.”

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