Valeria Lupi rompe il silenzio sulla tassa etica e apre un dibattito che riguarda migliaia di lavoratori digitali
Viviamo in un Paese – e in un mondo – che consuma contenuti digitali ogni giorno, senza esitazioni.
Si guarda, si clicca, si compra. In privato, spesso in silenzio.
Poi, improvvisamente, quando chi quei contenuti li produce decide di esporsi, di guadagnare apertamente e di rivendicare dignità professionale, scatta il giudizio.
Ed è lì che compare una parola pericolosa: etica.
Io sono Valeria Lupi, creator digitale e cittadina che paga le tasse come qualsiasi altro lavoratore.
Eppure il mio lavoro viene spesso descritto come “immorale”, “discutibile”, qualcosa da tollerare ma non da legittimare fino in fondo.

IL FALSO MORALISMO DI UNA SOCIETÀ CHE GUARDA MA NON VUOLE VEDERE
Il problema non è fiscale.
Il problema è culturale.
Siamo circondati da persone che usufruiscono liberamente di contenuti online, ma sono le prime a puntare il dito contro chi li crea.
Come se il consumo fosse neutro, invisibile, e la produzione invece fosse colpevole.
Questo doppio standard è il cuore del dibattito sulla cosiddetta “tassa etica”:
un concetto che non serve a regolare, ma a stigmatizzare.

PRODURRE È LAVORO, NON UNA COLPA
Non stiamo parlando di illegalità o evasione.
Stiamo parlando di lavoro digitale, di nuove professioni, di autodeterminazione.
Se una persona lavora, fattura e contribuisce allo Stato, non può essere trattata come un’eccezione morale.
Non può essere colpita perché “disturba”, perché mette a disagio, perché rompe un’immagine rassicurante.

PERCHÉ HO DECISO DI PARLARE
Ho deciso di espormi perché il silenzio non protegge nessuno.
Protegge solo l’ipocrisia.
Consumare è permesso, produrre no?
Io dico: basta ipocrisia, è ora di parlare chiaro.
Fonte: Esclusiva Valeria Lupi per MondoSpettacolo.com
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