Venezia 73. Recensione: Fassbender & Vikander si struggono in “La luce sugli oceani”

Terzo film della giornata inaugurale della Mostra del Cinema di Venezia, e secondo in concorso, è La luce sugli oceani di Derek Cianfrance, un drammone in costume che arriva a livelli di tragicità assoluta, un macigno difficile da digerire.

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Tom Sherbourne (Michael Fassbender) sconvolto dagli orrori della Grande Guerra, accetta un lavoro trimestrale come guardiano di un faro, nella totale solitudine di un’isoletta australiana. Quando gli viene proposto un contratto pluriennale, Tom sposa e porta con sé la giovane Isabel (Alicia Vikander), conosciuta solo recentemente, e la coppia tenta in ogni modo di avere figli, ma senza riuscirci. Dopo due aborti, quando la speranza sembra tramontare, trovano una barca alla deriva con a bordo un cadavera e soprattutto una neonata abbandonata. Decidono quindi di tenerla ed allevarla segretamente e la bambina diventa l’autentica “luce” della loro vita, ma scoprono che la vera madre della piccola (Rachel Weisz) la sta cercando da anni. Inizia così il tormento di una scelta difficile da prendere, che porterà la coppia verso la disgregazione.

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Dopo Blue Valentine e Come un tuono, Derek Cianfrance dirige un film che definire tragico è poco. L’unico obbiettivo dei personaggi lungo tutto l’arco della storia è struggersi di dolore. Non bastasse già la location, austera e da tregenda, c’è una corsa alla sofferenza, al “mai una gioia”, che pervade tutto e tutti. Si potrebbe definire a tutti gli effetti un film per masochisti. Se state attraversando un fase down della vostra vita, rischiate di andarvi ad ammazzare direttamente usciti dalla sala. Scherzi a parte, la storia (tratta dall’omonimo romanzo del 2012 scritto da M.L. Stedman) sulla carta è anche potenzialmente interessante e gli attori sono abbastanza in palla anche se molto classici e impostati, con la Vikander che vince per distacco su Rachel Weisz e Michael Fassbender ingessato nel ruolo di uomo solitario. C’è anche il bravo attore australiano Jack Thompson.

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Il problema è paradossalmente la superficialità con cui viene affrontata questa storia, con la tanta sofferenza che resta però in superficie, senza la visceralità di cui avrebbe bisogno e il cui tema, in sostanza, è sulle scelte che condizionano la vita, oltre alla sempre attuale domanda «I figli sono di chi li fa o di chi li cresce?». L’estrema rigidità dell’epoca, con i ruoli uomo-donna molto ben delineati e distanti tra loro, sfocia in un contrasto impari che nonostante l’amore intenso della coppia fa naufragare tutta la baracca davanti ad una scelta così importante. Per carità, non è assolutamente un brutto film, ma è di una pesantezza tale, sia visiva che psicologica, da permetterne la visione solo in una di quelle giornate dove siete davvero di buon umore, perché soprattutto le persone più sensibili rischierebbero di passare le due ore e dodici del film ad imitare i protagonisti, struggendosi, soffrendo e piangendo.

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Prodotto dalla Dreamworks, questo The light between oceans uscirà nelle sale italiane il 16 febbraio 2017, distribuito dalla Eagle Pictures, quindi cercate di passare un San Valentino molto intenso e gioioso, prima di immergervi in questa autentica tragedia umana.

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Ivan Zingariello