
Ventuno capitoli, ciascuno intitolato con una locuzione latina, per quasi seicento pagine che, sull’isola di Procida, fanno incontrare un’indagine di cronaca e un’eredità arrivata da lontanissimo. Sono questi i numeri con cui Gabriele Pacifici Nucci apre “Gli eredi di Enea e i custodi dell’isola”, opera prima nella narrativa di un autore già affermato in ambito giuridico. Il protagonista, in barca per una vacanza, si trova a fare i conti con una donna senza vita riemersa nelle acque del porto proprio davanti a lui. Da lì in avanti, il racconto aggiunge indizi e sospetti uno via l’altro, senza fretta di rassicurare chi legge: ogni capitolo aggiunge una tessera, mai l’intero disegno. Colpisce, in particolare, come l’isola smetta presto di essere semplice scenografia. Procida osserva, misura, sceglie chi lasciare entrare nelle proprie stanze più nascoste, e questa funzione attiva del luogo tiene in piedi l’intero libro meglio di quanto potrebbe fare un colpo di scena isolato. “Annibale non era ancora alle porte. Ma la strada, ormai, era aperta.” scrive Pacifici Nucci nel terzo capitolo, in una delle frasi che meglio restituiscono il ritmo scelto per il romanzo: lento in apparenza, mai davvero fermo. La voce narrante, in prima persona, alterna momenti di controllo quasi professionale a cedimenti più intimi, in un equilibrio che tiene insieme il legal thriller e il romanzo d’atmosfera. Il risultato è un ibrido di genere che non rinuncia né alla tensione né a una scrittura attenta al respiro delle frasi. Per chi cerca un’indagine mediterranea che non si accontenta della cronaca nera, “Gli eredi di Enea e i custodi dell’isola” offre più di un livello di lettura, e lascia intuire margini di crescita per il seguito già annunciato dall’autore.