Vertical conquests: l’arte di strada secondo Rosa Chiara Scaglione

Il docufiction Vertical conquests – in uscita il 13 Novembre 2020 su iTunes, Chili, Google e Microsoft – dimostra come l’arte di strada abbia compiuto dei tangibili progressi sfatando annosi luoghi comuni ed energiche prese di posizione contro un patrimonio culturale tutt’altro che secondario.

La poliedrica Rosa Chiara Scaglione in cabina di regia tiene sui carboni ardenti gli spettatori ignari dei tratti distintivi di un mestiere esercitato sin dal Medioevo. La capacità di veicolare l’interesse del pubblico meno avvertito verso il cosiddetto stream of consciousness di chi, in pratica, fa teatro fuori dal teatro, ricavando linfa dalla luce del giorno per raggiungere l’acme, caratterizza l’incipit grazie all’efficace utilizzo dell’accorta correzione di fuoco e dell’accattivante voice-over.

Il graduale processo creativo dispiegato sui muri di Madrid cattura inoltre l’attenzione dei passanti, attratti dalla forza significante del disegno in chiaroscuro, riuscendo ad abbinare gli stilemi della pittura classica e quelli dei graffiti moderni. La geografia emozionale, lungi dal concedere insalubri ovvietà in merito agli spazi destinati ad aguzzare l’ingegno, trascende i colpi di gomito d’ogni mero espediente esornativo ed elegge l’interazione tra i personaggi e l’habitat prescelto a catalizzatore dell’ampia gamma di stimoli per conferire un appeal unico allo spettacolo dal vivo. Anche se alcune inquadrature sghembe sembrano prediligere l’inane chicheria all’idonea spontaneità di tratto, senza tramutare la teoria in prassi, il riverbero dei palazzi in campo e controcampo palesa l’interesse profondo per l’argomento. L’intensa ricerca dell’aura ascetica, sebbene subordinata talvolta all’impasse delle programmatiche modalità esplicative, estranee all’eloquenza esibita dall’erudita scrittura per immagini, trascina persino le platee con la puzza sotto il naso nel sano entusiasmo profuso dinanzi alla scoperta dell’Urbe.

L’ineguagliabile Città Eterna contribuisce così a smussare l’atavica diffidenza nei confronti degli street artists. L’affabile variante dell’inno alla gioia, prima di mettersi all’opera e affrontare step by step la routine di lavoro col pennello alla mano, anziché estrarre presunti conigli dal cilindro per sconfiggere l’esplicita circospezione degli alteri censori tramite il risolutivo senso di meraviglia connesso alle prove di bravura, trasmette l’empatia della schietta vitalità. Il valore della leggerezza sul versante narrativo giova dunque all’analisi degli stati d’animo. Scevri dalla noia di piombo che accompagna l’improntitudine degli pseudo-intellettuali. Avvezzi ad alzare la posta e partire in tromba senza tener conto del livello di cognizione dell’aspetto iconografico. Mentre l’insistito ricorso alla vivace musica extradiegetica finisce per ridurre al lumicino lo spessore evocativo, a ridosso del mix di sbalordimento ed estro che contraddistingue la poesia vera e propria, i compiuti raccordi dell’abile montaggio garantiscono al film un’ulteriore freccia al suo arco. La tastiera dei semitoni acquista infatti notevole spicco dall’agile ritmo del racconto che presiede all’approccio alla realizzazione dei diversi murales e al loro esito conclusivo.

L’effigie incisa sull’ormai anacronistica cabina telefonica cede disinvoltamente il passo ai match-cut visivi inclini a ribaltare la pleonastica vena estetizzante in un percorso d’identificazione che riempie appieno l’occhio. A scaldare il cuore – al posto delle sbavature patetiche dei panegirici sul trasporto spirituale ed epidermico del fervore umano persuaso di lasciare un’impronta significativa se non permanente – provvede lo spirito coriaceo dimostrato dagli artisti, muniti dell’umiltà degli operai, sopra i parapetti. La precettistica dell’università della strada, oggetto sovente d’infeconde auto-proclamazioni, cementa, invece, il margine d’enigma del prosieguo e gli slanci dell’audacia sperimentale. L’impasto di gradite soluzioni sceniche, aliene alle deleterie penombre psicologiche, ed echi surreali, con un’inedita damnatio memoriae che tira opportunamente le orecchie all’imperterrita affettazione, permette a certe tinte di ottenere la qualifica di testamento degli autentici capolavori.
Vertical conquests scongiura al dunque la vanagloria delle consuetudinarie tendenze di punta, in antitesi con il balenio dell’intelligenza e con la fermezza della dedizione attestata nelle pareti a cielo aperto, sulla scorta dei sagaci spunti aneddotici. Svelti a beffare la tentazione dell’iperbole. Rivelando in zona Cesarini l’identità degli artisti “stradaroli” .

 

 

Massimiliano Serriello