Duecentodieci morti per overdose nel 1980, la Coppa del Mondo alzata al cielo di Madrid nello stesso decennio: due immagini che sembrano appartenere a nazioni diverse, e invece raccontano la stessa Italia. Roberto Fiordi, con L’Italia sparita, sceglie di tenere insieme questi estremi senza sconti, costruendo un saggio che procede per capitoli brevi e densi, ciascuno dedicato a un frammento del ventennio compreso tra il 1970 e la fine degli anni Ottanta. La struttura a due parti, prima gli anni Settanta poi gli anni Ottanta, permette all’autore di mettere in fila fatti di cronaca, trasformazioni economiche e fenomeni di costume senza mai perdere il filo cronologico, anche quando i temi cambiano bruscamente da un capitolo all’altro. Il capitolo dedicato alla ricostruzione postbellica e al miracolo economico è probabilmente il più solido dal punto di vista documentario: cita dati, nomi di economisti, numeri sulle migrazioni interne dal Sud verso il Nord industriale. In una delle pagine più dense, l’economista Mario Deaglio viene chiamato in causa per fotografare gli anni del boom, quando sostiene che “l’Italia è la Cina d’Europa”. È una frase che da sola vale più di molte statistiche, e Fiordi la usa con criterio, senza abusarne. Il pregio del libro sta proprio in questo equilibrio tra rigore storico e capacità di raccontare, che permette al lettore di orientarsi anche tra vicende complesse come gli Anni di Piombo o il sequestro Moro senza sentirsi sopraffatto. Funziona meglio quando lascia parlare i fatti piuttosto che quando si affida alla suggestione: è in questo equilibrio che la scrittura di Fiordi mostra piena consapevolezza del proprio scopo divulgativo.

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