Vita da gatto: il linguaggio felino di Guillaume Maidatchevsky

Deciso ad anteporre la capacità di presa immediata del cinema commerciale agli immaginifici apologhi sulla natura umana sostenuti dal cinema elitario, l’alacre regista transalpino Guillaume Maidatchevsky, prodigo studioso della fauna selvatica nonché dell’eloquente modus operandi degli animali in natura o in cattività, permea di motivi ricorrenti la propria semplice ma efficace scrittura per immagini.

Da Kina e Yuk alla scoperta del mondo ad Ailo – Un’avventura tra i ghiacci, fino al recente Vita da gatto, premiato al Giffoni Film Festival 2023 nella sezione Elements +6, le opere frutto del suo carattere d’ingegno creativo tendono ad appaiare il timbro dapprincipio documentario al dinamismo dell’azione seguente.

Tuttavia l’assenza dell’aura ascetica, che testimonia l’importanza del soccorso recato dalla poesia nel trasportare gli spettatori in atmosfere assai diverse da quelle ordinarie senza mai cadere nelle deleterie secche dell’enfasi di maniera, nulla toglie alla catartica fragranza delle trepidazioni poste in essere da Maidatchevsky. L’incipit di Vita da gatto sciorina una certosina cura dei particolari che, sulla scorta dell’ottimo contributo fornito dalla solerte addestatrice Muriel Bec, permette alla contemplazione del reale di frugare sotto la pelle di chiunque rafforzi il livello ossitocina nel corpo e nello spirito grazie all’affetto incondizionato per gli amici a quattro zampe. Lo spicchio di realtà mostrato traendo partito all’inizio dal rinomato ed estroso collega Jean-Pierre Jeunet, per conferire ai tetti di Parigi un alone romantico foriero di attese da appagare palmo a palmo, l’impercettibile ed emblematico peso dell’habitat per i mici liberi e curiosi, la grazia sincera rinvenibile altresì nel riflesso di raddrizzamento che preserva da ogni infausta caduta il vivace gatto dal mantello tigrato, al quale la pre-adolescente Capucine Sainson-Fabresse dà il nome di Rroû, per via del dolce ronfare emesso nel corso della coinvolgente domesticazione, calano l’intera vicenda nei binari dei classici prodotti per famiglie. Avvezzi di solito a un sovrappiù di moralismo e alla penuria, pressoché totale, di valori figurativi in grado d’imprimere persino alla verità nuda e cruda la virtù di razionalizzare l’assurdo.

Rientra pure nell’ordinaria amministrazione la congerie di sfumature comportamentali emerse nell’attaccamento progressivo di Capucine a Rroû. La fase di antropomorfizzazione dell’animale divenuto domestico mentre naufraga il matrimonio dei genitori della padroncina predilige l’arcinota retorica dei buoni sentimenti all’approfondita evocazione degli stati d’animo ad appannaggio delle opere capaci di convertire il dato realistico in risalto lirico. Il mix d’interni rassicuranti ed esterni stranianti, con la scoperta della capitale francese per mezzo dell’effigie dal basso verso l’alto che riprende le scarpe dei passanti sulla falsariga di Nanni Moretti in Bianca, alza invece il tiro andando ad aggiungere all’ennesimo affresco di stampo disneyano la sapida bizzarria dello scandaglio malincomico. È tuttavia il viaggio dell’incerottato nucleo domestico nel villaggio di campagna, a un tiro di schioppo dai rilievi montuosi dei Vosgi, a trasformare la solita vacanza degli adulti per indorare ai piccini la pillola della fine del rasserenante focolare in un’occasione per garantire al prosieguo della trama, fino a quel momento assai prevedibile, un respiro narrativo diverso. Quasi misterioso.

La palingenesi della scorbutica vicina, che insieme all’inseparabile cane perlustra la foresta dietro cui si annidano i paesaggi riflessivi inclini a scacciare l’orrore del dolore esacerbato dagli oscuri sentieri con il concorso delle tenebre, rientrerebbe nelle ordinarie dinamiche fantasy, a supporto della vetusta potenza dell’invisibile, se la densità dei personaggi non prendesse piede sulla scorta dell’opportuna geografia emozionale. Che veicola i modi di agire e reagire anche alla consapevolezza che l’istinto di conservazione in mezzo allo scenario ora spaventoso ora carezzevole del Creato debba avere la precedenza perfino sull’empatia del legame sancito giorno dopo giorno. Il talento recitativo della buffa ed esperta Corine Masiero nel ruolo della strega tramutatasi gradatamente in fata contribuisce ad appaiare le ombre grigie ai riverberi luminosi. I momenti d’ilarità e tenerezza, amalgamati in zona Cesarini con l’amara presa di coscienza, cementano l’approdo all’età adulta della dolce ed energica Capucine che osserva da lontano Rroû aggrappato spassosamente al tronco d’un albero millenario. Scevro dai vieti condizionamenti mentali e ambientali. Vita da gatto chiude così i battenti emanando per mezzo della cornice amena della boscaglia ormai amica quella purezza schietta ed essenziale che scalda davvero il cuore.

 

 

Massimiliano Serriello