I vincoli di sangue e di suolo del garbato ed eclettico regista salentino Edoardo Winspeare, nato in Austria ma cresciuto in Salento a Tricase, nella frazione di Depressa, nomen omen messo in risalto dallo stesso autore avvezzo all’autoironia approfondendo sul grande schermo da trenta primavere l’ordine naturale delle cose connesso alla terra adottiva insieme sia al valore terapeutico dell’umorismo ravvisabile nella ruvida sincerità del vernacolo locale sia all’assoluta cultura del riscatto insita nei fenomeni di matrice popolare, chiudono ora il cerchio.
Nell’ultima fatica, Vita mia, che nel riprendere nell’elemento segnaletico del titolo l’appeal profuso già nella previa commedia identitaria La vita in comune ricava linfa dal doppio significato del nome della schietta ed empatica co-protagonista, interpretata dall’alacre e perspicace moglie di Edoardo Winspeare, Celeste Casciaro, col medesimo carattere d’autenticità esibito impersonando la coriacea Adele costretta dai debiti contratti dall’attività di famiglia a rimettere in carreggiata la casa di campagna nel mélo bucolico girato dall’attento consorte In grazia di Dio sulla scorta delle memorie familiari dell’inseparabile consorte, a unire tutti i pezzi del puzzle provvede l’ispirazione fornita dalla principessa Elisabeth von und zu Liechtenstein.

Principessa madre di Edoardo Winspeare stesso, ammalatasi di Parkinson, tormentata dai ricordi sbiaditi dell’infanzia, sostenuta dalla badante d’origine contadina franca di cerimonia all’insegna del confronto ampio ed evocativo tra due modi d’intendere l’esistenza agli antipodi in grado d’innescare riflessioni degne di nota. Veicolate nella fase di sceneggiatura da Mariangela Barbanente, Alessandro Valenti ed Edoardo Winspeare attraverso un’originale elaborazione teorica dei temi, profondamente sentiti, che, de facto, irradiano la presa di coscienza portata ad effetto dal Vecchio Continente relazionandosi col controcampo costituito dal senso d’ospitalità dei microcosmi plebei del Mezzogiorno d’Italia. L’incipit, dispiegato nel 1964 quando l’allora giovanissima duchessa ungherese Didi arriva nell’immaginario paesino di Salete, che simboleggia quello in cui misero le radici i genitori di Edoardo Winspeare, rispetto alla crudezza oggettiva frammista all’opportuna sensibilità soggettiva con In grazia di Dio ricalca la falsariga d’uno scorcio storico meno scrupoloso. Giacché contraddistinto dall’ovvio folclore, dalla frivola curiosità suscitata dalle nozze dell’avvenente ed eterea Didi col riverito barone del luogo, equiparate agli occhi dei sempliciotti autoctoni a quelle di Grace Kelly col Principe Ranieri, con l’ingenuità dunque della provincia inserita nel tessuto dell’assunto narrativo sciorinando pittoresche figure di fianco intente a strappare estemporanei sghignazzi di grana grossa in merito ai riti propiziatori, d’ascendenza pagana suggeriti alla blasonata coppia nella chiesa dove viene celebrato il matrimonio secondo la tradizione cristiana, cesellati nell’irrealtà d’una reminiscenza di maniera. Che inevitabilmente veleggia, seppur simpaticamente, in superficie. Ad alzare debitamente l’asticella nell’immediato prosieguo alla catena degli eventi in apparenza minori, impreziositi viceversa alla prova del nove dal mix di rigore ed emozione riscontrabile nello scandaglio antropologico tanto della corrispondenza rurale del Salento segnata dal perenne sudore della fronte quanto dal tormento della consapevolezza del proprio declino imperante nella casta magiara orfana dell’antica connotazione, provvede l’impiego dell’anima sanguigna cara a Edoardo Winspeare. Che Celeste Casciaro nei ruvidi panni della spiccia ed energica Vita dispensa a piene mani.

Quando veglia sul fratello disabile nel letto d’ospedale restituendo pan per focaccia alle vibranti proteste dei ricoverati coi motteggi in canna. Quando esige la restituzione del maltolto dal parassitario partner dell’abulica figlia. Quando dapprincipio si rifiuta di svolgere le mansioni di badante per assistere la duchessa proveniente dalla Transilvania costretta sulla sedia a rotelle dall’ennesimo ruzzolone lungo le scale dell’amato palazzo. L’incrociarsi degli sguardi della donna del popolo aliena agli elogi a buon mercato e l’avvocato traffichino col quale l’intristito profilo di Venere conserva una liaison ai limiti della prostituzione, che la grezza madre di Vita coglie in flagrante, certifica l’indubbia maturazione cementata da Edoardo Winspeare sul versante dalla lepida cifra stilistica ed espressiva con l’ausilio dell’idonea correzione di fuoco. Al contrario di Sangue vivo, Il miracolo, In grazia di Dio e La vita in comune, le modalità di presenza della geografia emozionale, che determina il bisogno di reagire alle avversità trasformando i luoghi circostanti in fulgide rifrazioni dell’altalena degli stati d’animo accorpati all’interazione tra habitat ed esseri umani, mutano rotta. Spostandosi dalle strade assolate e desolate, dai labirinti di vicoletti stretti, dai cortili nascosti, dalle case a corte, dalle coste frastagliate, dalle zone agricole, dai trulli familiari alla Transilvania. Lo scopo dell’inattesa inversione di tendenza risiede nell’occasione offerta dal viaggio condotto da Adele e Ida per raggiungere la terra natìa dell’ormai vetusta duchessa al servizio d’una dimensione antropologica impensabile nel quadro bizzarro ed esiguo dell’inizio. Dominique Sanda nel ruolo di Didi conduce allo zenith l’atto di percepire, sapere, sentenziare, in base all’egemonia dello spirito sulla materia chiamata in causa dalla precarietà finanziaria, e ricordare che sovente paga dazio al crescente stato di disorientamento. Sciorinando una performance da affissione. Celeste Casciaro, motivata al massimo dalla chance di amalgamare la qualità spontanea alla destrezza recitativa fuori del comune della co-protagonista, musa all’epoca dell’età verde dell’aedo del lavoro di sottrazione Robert Bresson in Così bella così dolce, tiene desta l’attenzione persino del pubblico maggiormente avvertito. Il suo gioco fisionomico dinanzi alla babele di lingue dei parenti dal sangue blu di Didi riuniti a cena sancisce l’impressione che una sorta di velo la separi dal mondo aristocratico colpevole di parlarsi troppo addosso. I silenzi eloquenti di Vita afferrano al contrario nel villaggio limitrofo la condivisione dei vincoli di suolo. Perché, stringi stringi, tutto il mondo è paese.

Gli esami comportamentistici congiunti diversamente ai vincoli di sangue paleserebbero degli inesorabili cali d’interesse se la scoperta dell’alterità, intesa come qualcosa di estraneo che diviene palmo a palmo intimo, non ponesse l’accento sullo sviluppo conoscitivo dello sguardo spettatoriale. Incuriosito dai flashback stranianti. Rassicurato dalla messa in scena delle allucinazioni che, rimandando sebbene involontariamente all’amara schizofrenia paranoide di John Nash addolcita dall’happy end in A beautiful mind di Ron Howard, include l’immediatezza degli ammiccanti timbri citazionistici. Conquistato nelle battute conclusive dall’intesa stabilita palmo a palmo da due donne diametralmente opposte tra loro nell’aspetto, nel censo, nelle convinzioni ideologiche, nelle impuntature pro e contro. Saldate però da una nobiltà d’animo antitetica alla pigrizia delle idee attinte al carattere d’ingegno creativo d’inarrivabili modelli di riferimento. Edoardo Winspeare legittima l’elezione definitiva ad autore con la “a” maiuscola anteponendo l’intrinseco rapporto tra immagine e immaginazione alle infeconde modalità esplicative nella sequenza chiave della resa dei conti di Vita con l’azzeccacarbugli incline alla moralità economica. Dopo aver privilegiato l’attitudine a togliere al visibile per aggiungere all’invisibile, coi nervi tirati allo spasimo che acquistano dunque lo spessore contemplato dal riscatto etico, il ballo nella terrazza riconduce il focus dell’interesse al nerbo indomabile dell’umana imperfezione. Svilita dall’insoddisfazione che prende spesso piede. Sorretta dall’improvvisazione imperniata sulla leggerezza di lasciarsi cullare dal buon umore di passaggio. Intenerita dalla componente inclusiva del momento di sospensione dagli affanni giornalieri. Vita mia chiude i battenti con l’elogio dell’assurdo tipico della poesia. Nel ricordo del vero orso Attila accoppiato alle dissonanze visive. Ai nodi che vengono al pettine. Al sintomo dissociativo della derealizzazione che cede la ribalta al sintomo associativo della realizzazione. Con l’ambiente ovattato sostituito in zona Cesarini dagli echi paradossali delle rimembranze. Col vernacolo salentino che consegue, per merito soprattutto dello spirito battagliero unitamente al contegno ieratico di Celeste Casciaro, la dignità d’una lingua da considerare un bene immateriale giacché veicolo d’identità e di memoria collettiva. Con gli incubi a occhi aperti scalzati dalla mobilità degli strumenti concessi dalla fabbrica dei sogni. Ghermiti da Edoardo Winspeare col piglio dell’autore che, scevro dall’impasse dell’affabulatore, trasforma il punto di convergenza tra polarità emblematiche nel punto d’incontro d’imprevedibili affinità elettive. Spalancate dalla finestra sul mondo decisa a trovare un propizio punto di equilibrio nelle emozioni slogate. Custodite dai cantori immuni alle secche dell’inane retorica.
