Dopo l’acclamato I figli degli altri, Rebecca Zlotowski torna dietro alla macchina da presa per girare Vita privata, con un cast d’eccezione in cui spiccano Jodie Foster e Daniel Auteuil.
Incarnata proprio dalla Foster, che torna a recitare in un film francese dai tempi de Il sangue degli altri di Claude Chabrol, del 1984, Lilian Steiner è una psicologa americana che vive da tanti anni a Parigi, ha un ex marito e un figlio con il quale non va d’accordo.

La sua vita professionale è sconvolta in un primo momento a causa di un suo paziente che decide di abbandonare le sedute, poiché ella non è riuscita a risolvere la sua dipendenza dal tabacco, mentre gli è bastata una sola seduta di ipnosi per farlo smettere di fumare. Il colpo di grazia alla sua onorata carriera però arriva dopo la morte per suicidio di Paula, una sua paziente portata in scena da Virginie Efira. Questo evento le causa una copiosa lacrimazione degli occhi che non sa controllare, e che non riesce a curare nemmeno il suo ex marito Gabriel, stimato oculista dalle fattezze del citato Auteuil. Anche se scettica, Lilian si reca quindi dalla stessa ipnotista cui si era rivolto il suo ex paziente, la quale la conduce in una storia dai contorni misteriosi che la legano personalmente a Paula, forse vittima in realtà di un omicidio. Con l’aiuto di Gabriel, inizierà dunque ad indagare sospettando del marito, dai connotati di Mathieu Amalric.

Man mano che Vita privata si rivela un perfetto connubio tra giallo e commedia che rievoca reminiscenze con Misterioso omicidio a Manhattan di Woody Allen e con la serie televisiva Only murders in the building, ,ispirata anch’essa dalla mente del cineasta newyorkese. Il lungometraggio di Rebecca Zlotowski unisce lo stile francese e quello americano anche grazie alle interpretazioni di Jodie Foster e Daniel Auteuil, che ben rappresentano però anche gli opposti caratterizzati in una sorta di conflitto che tocca aspetti culturali, sociali e linguistici. Ma, soprattutto, tra i due emerge l’esasperato individualismo yankee di Lilian, mentre in Gabriel spicca la “Joie de vivre” tipicamente francese. Anche il distacco tra lei e suo figlio Julian, che ha il volto di Vincent Lacoste, evidenzia come egli somigli al padre per indole e appartenenza tipicamente transalpina.

La spirale del giallo invece conduce in sentieri che oscillano tra la psicoanalisi e l’ipnotismo, ma tracima in un’inaspettata esplorazione dei meandri misteriosi degli universi e delle vite parallele. Il tutto è gestito con sapiente equilibrio dalla regista, che alla leggerezza della ritrovata complicità tra i due ex coniugi unisce suspense e mistero in una discesa onirica sconfinante nell’incubo, in un omaggio evidente anche al giallo hitchcockiano. Per quanto concerne la musica, sia per la sua dirompente bellezza che per il suo significato ad hoc è di rilievo il celebre brano bilingue Psycho killer dei Talking heads, che inoltre sancisce in modo ancor più veemente la volontà di fondere la cultura anglosassone con quella francese. Vita privata ha le caratteristiche peculiari del cinema d’autore, che però non lesina di prestare attenzione al puro intrattenimento.
