Abituato ad accorpare nei documentari incentrati sui fuoriclasse della Settima arte – dal poliedrico ed erudito attore nostrano Gian Maria Volonté al talentuoso regista statunitense William Friedkin avvezzo all’egemonia dell’azione sulla contemplazione – lo scandaglio introspettivo a braccetto dell’aneddotica intimistica, al fine di scoprire secondo copione l’essere umano celato dietro la maschera del divo trasformando così attori e autori venerati dagli spettatori che li considerano estranei alle miserie giornaliere in eroi del quotidiano conformi al cinema inteso alla stregua di specchio della realtà, l’esperto Federico Zippel cerca con Vittorio De Sica – La vita in scena di trarre altresì linfa sia da alcuni inediti filmati d’epoca custoditi dall’Istituto Luce sia dalla prova tanto tangibile quanto emotiva fornita dalle diverse testimonianze.

L’efficacia del lavoro di ricerca meticolosa ed empatica immersione reminiscenziale è quindi affidata al patto fiduciario instaurato con le platee incuriosite di venire a conoscenza attraverso una scrittura per immagini sprovvista del segno d’ammicco della recitazione dell’assoluta fragranza dell’autenticità legata ad alcune curiose ed emblematiche dinamiche familiari. Si tratta di mettere a fuoco dei punti di vista dispiegati nel ricordo soprattutto dei curiosi consorzi domestici. Col tormentone del grande Vittorio De Sica, diviso tra la moglie ufficiale Giuditta Rissone e la compagna María Mercader, intento nella vigilia di Natale a sostenere una sorta d’estenuante maratona di festeggiamenti familiari in chiave enogastronomica consumando nel primo cenone alle 20.30 un pasto a base di tortellini, cappone e panettoni insieme al focolare ufficioso per poi prendere un taxi in direzione dei Parioli e ricominciare da capo col focolare ufficiale, veicolato tramite il filtro giocoso dell’animazione.

Questo funge da eccentrico interludio nei vari passaggi, decisi su carta ad approfondire ed esplorare nei minimi particolari il carattere d’ingegno creativo connesso alle istantanee lontane dai riflettori riverberate sulla scorta dei vincoli di sangue, che – si sa – si mastica ma non si sputa, mostrando anche l’illustre attore-autore esibito nella versione animata, col naso importante, il sorriso smagliante e la postura elegante sugli scudi, mentre osserva dalla finestra del bar i lustrascarpe e gli attacchini comunali addetti a incollare manifesti cinematografici rimasti alla Storia sui muri lungo le strade della Capitale che divengono in tempo motivo d’ispirazione dei due film più significativi girati in cabina di regìa. Curiosamente lo stile grafico, la valenza faceta che funge da alleggerimento per il peso spossante ed esorbitante esercitato ai danni dei vincoli di sangue sottoposti a ininterrotte bugie con le canoniche gambe corte ed equilibri quindi perennemente precari, la componente grafica, in continuo divenire, richiamano alla mente gli analoghi titoli di testa della commedia all’italiana Scusi, lei è favorevole o contrario? diretta e interpretata da Alberto Sordi. Prendendo apertamente spunto dalla doppia vita di Vittorio De Sica, dal libertinaggio giustapposto all’attaccamento sincero ad ambedue i nuclei domestici. Nondimeno emerge ugualmente la ferma intenzione nel corso delle testimonianze familiari di Andrea De Sica, regista e produttore fedele alla memoria della nonna confinata al ruolo di amante, sposata unicamente in zona Cesarini, Maria Mercader, ed Eleonora Baldwin, figlia di Emy De Sica ed ergo nipote della moglie ufficiale, Giuditta Rissone, di preservare i redivivi vincoli di sangue dai rancori, dalle incertezze, dalle prese di posizione contro, dai riti domestici isolati.

Con il risultato di confinare nello spazio d’un breve ed effimero intervallo la capacità di far ridere amaramente e di far riflettere tipica della commedia all’italiana. Alla quale Vittorio De Sica, reduce dal Neorealismo nelle vesti dell’esponente per antonomasia, era affezionatissimo giacché riteneva – basti vedere Matrimonio all’italiana – l’irrompere di elementi alieni all’ordine naturale delle cose ghermito invano in quei riti domestici un arricchimento sul piano psicologico ed eminentemente umano del carattere d’autenticità connesso alla corrente animata dal desiderio di scorgere la poesia del quotidiano accanto alle miserie giornaliere nascoste dai gendarmi dell’apparenza sociale. La pacificazione di Andrea De Sica ed Eleonora Baldwin innesta quindi una piega programmatica, priva di mistero poiché avversa all’arrivo dell’imprevisto che afferra il lato ridicolo ed esilarante nelle faccende concepite troppo sul serio, pagando dazio alla penuria del valore terapeutico dell’umorismo. Fondamentale per riuscire ad amalgamare appieno, specie nel caso di Vittorio De Sica dalla vena brillante ed eclettica, autenticità ed empatia immediata. Al posto dell’irrinunciabile capacità di presa immediata, che permette alla scoperta dell’alterità, intesa agli occhi di chi sta seduto nel buio della sala come qualcosa di estraneo destinato a divenire palmo a palmo familiare, di offrire prospettive distanti da qualsivoglia scontatezza, prende piede una ricercatezza unicamente di facciata. A dispetto del fascino emanato sul piano formale ed emozionale, almeno per i cinefili di provata fede, dal filmato d’epoca che cattura nel dietro le quinte del capolavoro Umberto D. Vittorio De Sica impegnato a dare indicazioni all’attore non professionista assurto a coinvolgente protagonista mediante un movimento di macchina all’indietro, stringi stringi, in linea con l’ordine di scuderia. Ovvero che i fatti della pentola li conosce il coperchio. Ed ergo non serve ricamarci sopra.

La mesta conversione della ricercatezza in deleteria scontatezza è sopperita parzialmente dalla schietta ammirazione suscitata dagli intramontabili cult realizzati dal Maestro De Sica. La testimonianza dei guri di oggi, chiamati a raccolta dell’involuto Federico Zippel, Wes Anderson, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, sino ad arrivare ad Asghar Farhadi, lascia l’inalienabile ribalta all’omaggio, sebbene molto sentito, al guru di ieri. Vittorio De Sica – La vita in scena guadagna dunque nell’ambito celebrativo sul piano pubblico ciò che perde sul controcampo intimo ed evocativo. Che non c’entra nulla con l’invadenza del pleonastico gossip. Addotto a scusante dell’interazione tra autenticità ed empatia immediata finita a tarallucci e vino. Il pudore della pacificazione merita sicuramente rispetto. Ma un documentario imperniato su un artista ricco d’ironia e autoironia, per aderire alla sintesi tra ragguaglio culturale ed estro poetico, non può sottrarre il valore terapeutico dell’umorismo al valore della testimonianza. Il rischio è tralignare l’ispirazione poetica in vacuo poeticismo. Ed è ciò che è successo a Federico Zippel. Stretto d’assedio dai vincoli di sangue votati alla riservatezza. Gli auguriamo alla prossima occasione di saper nuovamente privilegiare la narrazione scevra dalla mediazione d’ogni vincolo per sancire con gli spettatori inclini ad apprezzare la visione d’un autore reale il patto di fiducia congiunto al mix d’immedesimazione sentimentale ed esplorazione mentale. Che mette d’accordo cuore e cervello.

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