Un dialogo diretto e concreto che parte dall’esperienza quotidiana per raccontare una scuola che spesso fatica a stare al passo con i bambini di oggi. L’intervista a Vittorio Sanna mette in luce criticità reali ma anche spunti di cambiamento, mantenendo uno sguardo lucido e accessibile senza perdere profondità.

Ciao Vittorio, partiamo dal titolo: “Non vado a scuola, mi annoio”. È una frase semplice ma molto forte. Quando l’hai scelta, pensavi più a una provocazione o a una fotografia reale di quello che vedi ogni giorno?

Ciao. Pensavo ad una provocazione che di fatto è una fotografia frequente di quel che molti ragazzi esprimono. Quindi, sapevo che avrei provocato, ma semplicemente dando voce ai bambini e ai ragazzi che realmente vivono questo rapporto, in questo modo

Nel libro scrivi che “la noia dei bambini è il sintomo di una scuola che corre troppo lentamente rispetto al mondo”. Ti chiedo: quanto è responsabilità del sistema e quanto, invece, degli adulti che quel sistema lo mantengono così?

Si. È una scuola che non risponde agli interessi e agli stili comunicativi dei bambini e dei ragazzi. È una finestra che ha la dimensione del passato e non  un orizzonte sempre più ampio in cui dare modo di orientarsi. Ciò che è cambiato negli ultimi decenni, a una velocità impressionante, è il tempo e lo spazio percepito. In questo tempo e spazio l’uomo è diventato più piccolo e più facilmente solo. Per non perdersi ha bisogno di orientarsi, di avere radici e direzione. Deve guardare al mondo  con gli strumenti giusti, con le competenze giuste, senza dover rinunciare a se stesso e alla propria individualità, alle proprie ricchezze che lo rendono unico. La nostra scuola presume di sapere, vorrebbe essere depositaria del futuro e non  si rende conto che non è più un auto che si paragona a un carretto, ma un carretto accanto ai quali sfrecciano i missili

Mi ha colpito molto il passaggio in cui metti in discussione l’uguaglianza formale. Non hai paura che questa posizione possa essere fraintesa, soprattutto in un contesto educativo che tende a semplificare?

Se dovesse essere fraintesa sarebbe utile ad analizzare il proprio fraintendimento. In una società che si sforza a riconoscere le diversità come una risorsa, come un ruolo ulteriore che arricchisce il patrimonio della comunità, l’uguaglianza formale rappresenta l’omologazione. Uguali devono essere i diritti e i doveri, per facilitare la realizzazione individuale in una relazione proficua con la collettività. Quindi sviluppare il senso di responsabilità individuale, la capacità di comunicare, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, non può che essere una base fondamentale per un progresso che riduce i conflitti e non esaspera, non fa sfociare in violenza la concorrenza

Guardando al tuo percorso, così lungo e radicato nell’esperienza diretta, ti chiedo: cosa vorresti che restasse davvero di questo libro tra qualche anno? Più un dibattito acceso o un cambiamento concreto?

A noi insegnanti basta lasciare un segno. Un segno per volta. Mi basterebbe restasse anche solo un passo verso il miglioramento. In una staffetta che ci fa andare nella direzione della sana convivenza senza rinunciare a essere noi stessi

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