Volevo nascondermi: l’Antonio Ligabue di Elio Germano

Il Mare Magnum di echi più o meno espliciti che contraddistingue Volevo nascondermi è oggetto di riflessione.

Elio Germano, aggiudicandosi il premio come miglior attore nella settantesima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, dopo quello vinto dieci anni fa a Cannes per La nostra vita, ormai punta all’Oscar per chiudere il cerchio. Benché non sembra voler rinunciare all’istrionismo di chi a forza di bravura recitativa provoca quasi la nausea.

Il regista Giorgio Diritti, erede sotto molti aspetti del compianto Ermanno Olmi che sinora si era servito degli interpreti alla stregua delle pedine d’uno scacchiere espressivo molto più ampio della semplice psicotecnica, mette stavolta la scrittura per immagini a disposizione del compiaciuto radicalismo mimetico dell’applaudito Germano. Mentre l’incipit ingenera diverse attese anche nello spettatore disinteressato all’infecondo one man show dell’interprete romano, grazie agli arguti match-cut visivi concepiti dall’avveduto montaggio alternato messo in cantiere dallo stesso Diritti insieme all’esperto Paolo Cottignola, il prosieguo non sfrutta affatto le occasioni offerte dal promettente inizio. Dopo la giustapposizione delle inquadrature di profilo del sofferto pittore e scultore Antonio Ligabue, assolutamente degne di elogio quantunque tese a rimarcare l’abilità trasformistica di Germano, coadiuvato ad arte dal trucco, e la somiglianza con l’originale dello sconosciuto ma rimarchevole Leonardo Carrozzo nei panni del genio da bambino in lotta col rachitismo, Volevo nascondermi concede molte banalità. I plagi camuffati da omaggi, dapprincipio contenuti nei richiami al timbro antropologico mandato ad effetto da Peter Weir in Witness – Il testimone, con l’occhio dell’innocente che spia dai pertugi nascosti le ingiustizie perpetrate dagli adulti, prendono decisamente piede. La necessità evocativa dei campi lunghi, anche se utili per trascendere i limiti del Kammerspiel, che spingeva gli autori rinomati, specie Bergman, a girare le scene clou tra quattro mura, sorregge poco il tessuto diegetico.

La narrazione paga lo scotto al gusto melodrammatico che spesso invade pure le opere firmate da Marco Bellocchio. Con buona pace dei vari riferimenti iconografici disseminati a ogni piè sospinto. Elio Germano, alla stregua di Daniel Day Lewis ne Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, mugugna, al pari dei trogloditi, si contorce, mette in evidenza le difficoltà dei reietti colpiti nel fisico, però non nella mente, che per Robert Downey Jr. sono i soggetti migliori da incarnare per far breccia nei giurati dell’Academy Awards, per poi dare fiato alle trombe. Ed esattamente sulla falsariga del Christie Brown del biopic che ha permesso a Daniel Day Lewis di divenire una star e l’emblema del trasformismo interpretativo, il passaggio alla logorrea è un fiume in piena che stenta ad appaiare la tenerezza per l’inversione di tendenza e la resa incondizionata dinanzi all’ennesima variante del Metodo Stanislavskij. Germano ci dà dentro di brutto, in tutti i sensi, per coinvolgere il pubblico con l’ausilio del sincretisimo di dinamiche interiori ed esteriori. Alla fine, tuttavia, prevale la sensazione che l’esteriorità, ed ergo l’implicito trionfo dell’effimero, prevalga sull’interiorità e quindi sulla sostanza. L’egemonia della gelatina sulla polpa, sia pure nascosta dalla dimensione estetica ed elegiaca di certi passaggi che rientrano nelle corde di Diritti sin dai tempi del ben più riuscito Il vento fa il suo giro, costringe Volevo nascondermi a esacerbare il confronto del cupio dissolvi con l’amor vitae senza approfondirlo davvero. Anziché trattarlo con garbo mostrando l’essenza di un’anima divisa in due.

Le opere di Ligabue restano così in superficie. La maestria di Jacques Rivette nel capolavoro La bella scontrosa, dove le fasi topiche del carattere d’ingegno toccano vette toccanti, è qualcosa di proibitivo per il Diritti attuale. Che, nel percorrere strade già battute, smarrisce lo schietto status d’autorialità. A differenza del previo Un giorno devi andare, in cui l’involuto autore era riuscito a cogliere l’insolito controcampo di una favela brasiliana, toccando il cuore per mezzo di una benedizione indimenticabile, la geografia emozionale resta ai nastri di partenza. I territori battuti in lungo e in largo da Ligabue a bordo della motocicletta, una volta venduti al miglior offerente i quadri dipinti con tanto trasporto, non riflettono mai gli stati d’animo, né i modi d’agire, di un uomo brutto fuori, bello dentro, che soffre le pene dell’inferno per l’amore rigettato. Il poeticismo comunica infatti ben poco del rapporto con gli spazi panteisti dell’Italia del Nord, lontano dalla natìa Svizzera, dell’uso dei colori a olio, di qualche sospirato sorriso, di certi rituali folcloristici, degli elementi affettivi. Quest’ultimi appena sfiorati. Al contrario delle turbe maniaco-depressive, degli insistiti soprassalti autolesionistici, dei rimandi, abbastanza chiari, a Qualcuno volò sul nido del cuculo, Rain man – L’uomo della pioggia, Risvegli con Robert De Niro, Shine, Vincere di Bellocchio e Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità. Il déjà-vu presente in Volevo nascondermi, celato alla carlona dalla prova che ha conferito a Germano l’ennesima patente di nobiltà, innesca vane affettazioni, spettacolarizza il dolore, dimentica il pudore poetico e riduce all’osso l’ingegno sincero.

 

 

Massimiliano Serriello