Chloe Alexandra Okuno è una regista americana, di Los Angeles. Dopo svariati cortometraggi, nel 2021 dirige Storm Drain, uno dei cinque segmenti in cui è diviso il quarto capitolo della fortunata saga V/H/S, ovvero V/H/S/94. L’anno successivo debutta quindi alla regia di un lungometraggio, Watcher, che viene presentato in anteprima al Sundance Film Festival del 2022 nella categoria US Dramatic Competition. Può essere catalogato come thriller psicologico senza alcun dubbio. L’omaggio all’Alfred Hitchcock de La Finestra sul Cortile è ben poco celato, sebbene poi il film se ne discosti seguendo un suo percorso personale.

L’americana Jules si trasferisce a Bucarest col marito Francis per motivi di lavoro di lui. Mentre il giovane è impegnato tutto il giorno, la ragazza, ex attrice attualmente disoccupata, passa le sue giornate a bighellonare in casa e per le vie della città, stanca ed annoiata. Causa la mancanza di tende nel nuovo appartamento, la donna, spesso insonne ed in casa da sola, si accorge della presenza, nel palazzo davanti al suo, di un uomo che sta sempre alla finestra e dà l’impressione di essere continuamente rivolto verso di lei, a spiare nella sua casa, nella sua intimità. Nel frattempo i notiziari riportano la notizia della quarta vittima di un brutale serial killer detto Il Ragno, che uccide ragazze sotto i trent’anni tagliando loro la gola ed in alcuni casi addirittura decapitandole. Jules, durante le sue lunghe giornate in totale solitudine, allietate solo saltuariamente dalla compagnia della vicina di casa, la stripper Irina, si convince di essere seguita proprio dal famigerato Ragno, e che l’uomo sia lo stesso che la osserva in maniera inquietante dalla finestra del palazzo di fronte. La giovane comincerà così un’escalation nelle fobie e nelle paranoie più profonde, convinta di essere vittima di uno stalker assassino che la segue e la perseguita ovunque, sebbene intorno a lei sembri che nessuno le creda, neppure il suo stesso marito, facendola spesso dubitare della propria sanità mentale.

Sebbene si tratti di una produzione squisitamente americana, Watcher viene girato interamente in Romania, a Bucarest, avvalendosi di un cast misto e di una crew essenzialmente rumena. La protagonista indiscussa è la biondissima americana Maika Monroe, fattasi notare in horror di levatura internazionale quali The Guest di Adam Wingard e It Follows di David Robert Mitchell, entrambi del 2014. Accanto a lei, nel ruolo del marito Francis, troviamo il bell’attore newyorkese Karl Glusman, anche lui giunto alla fama grazie a film horror e noir del calibro di The Neon Demon di Nicolas Winding Refn e Animali Notturni di Tom Ford, entrambi del 2016. Completa il trio americano l’attore Burn Gorman, il cui volto spigoloso ed irregolare ricorda in maniera incredibile quello dell’iconico Willem Dafoe: tra i suoi lavori più noti si cita Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno di Christopher Nolan del 2012 e Crimson Peak di Guillermo del Toro del 2015. Per alcuni ruoli importanti ma decisamente più marginali la Okuno si avvale di ottimi attori rumeni quali Mãdãlina Anea che impersona la sexy vicina Irina e l’affascinante Daniel Nuță che veste i panni del suo ex.

Quasi tutto girato all’interno del nuovo ed asettico appartamento di Jules e Francis, il film poco spazia nella bella Romania, che emerge davvero pochissimo con alcuni scorci cittadini e con la simpatica citazione al Conte Dracula, personaggio iconico della nazione dei Carpazi, del quale Jules compra una statuetta in un mercatino per fare un buffo regalo al marito. Ma le atmosfere vampiresche e gotiche della Romania non interessano affatto alla giovane regista, che firma un thriller molto anglosassone come concezione, non indulgendo affatto sulle leggende ed il folklore di quella terra affascinante. Dracula è solo citato per educazione, credo, e nulla più.

Per essere un’opera prima non si può non riconoscere alla Okuno un buon uso della mdp, con inquadrature e carrellate molto belle e suggestive, come ad esempio nella scena in cui Jules scappa dal party di lavoro del marito e si ritrova a parlare con lui sulle scale dell’elegante palazzo, o quando il punto di vista dello spettatore sale dalla prospettiva ottica della ragazza che guarda fuori dalla finestra e si porta sul palazzo di fronte, con la misteriosa ed oscura sagoma alla finestra che talvolta pare quasi quella di un manichino tanto è immobile e sempre presente in qualsiasi momento, per poi sparire però quando a guardare fuori dalla finestra è Francis o qualcun altro che non sia Jules. La tensione è tenuta costantemente alta, e la regista gioca bene sulla tematica dello stalking, facendo rimbalzare i sospetti dal vicino di casa a Jules stessa ed alle sue paranoie. Il fatto stesso che la donna non spieghi mai i motivi che l’hanno portata ad abbandonare il suo lavoro di attrice sembra quasi voler creare attorno a lei una sorta di clima malato, come a suggerire possibili complicanze psicologiche che potrebbero creare dentro di lei una sorta di mondo parallelo. Il suo non parlare rumeno la porterà a chiudersi sempre di più in una bolla dove le sue fantasie e le sue paure sembrano trovare terreno fertile. Questo continuo lavoro di disorientamento sullo spettatore giova senz’altro alla riuscita del film, che però purtroppo risente del finale inconcludente, privo di qualsivoglia originalità ed anche involontariamente ridicolo, trascinando in un contesto tarantiniano un film che di tarantiniano non ha proprio nulla. Hitchcock e Polanski sono gli evidenti modelli di riferimento della regista, dal già citato La Finestra sul Cortile a L’Inquilino del Terzo Piano, ma vengono in mente anche titoli più recenti, ad esempio il riuscito Disturbia di D.J. Caruso del 2007, che al capolavoro hitchcockiano deve non poco. Il tocco femminile della regista porta a ben tratteggiare un’eroina delicata e disorientata, internamente incrinata, amata dal marito che però la trascura per intraprendere una brillante carriera e non dà sufficiente peso alle sue fragilità, tanto da diventare lui stesso una sorta di sospettato per quello che le sta succedendo, complici anche i continui dialoghi in rumeno che egli sostiene con altre persone traducendo a sua moglie solo una piccola parte della conversazione ed accompagnando il resto con risatine di scherno che certo non aiutano la giovane ad uscire dalle proprie paure, ma anzi le fomentano.

Nel film si tratta anche il tema del cosiddetto gaslighting, ovvero la manipolazione psicologica violenta e subdola attraverso la quale vengono presentate alla vittima informazioni false per farla dubitare delle sue stesse percezioni e della sua memoria. La vittima, Jules, in questo caso già preda dell’alienazione in cui vive, si ritrova così completamente disorientata, tanto che la stessa polizia la mette più volte alle strette, e  addirittura suo marito, portandola a un piede dalla follia. La Monroe riesce molto bene a calarsi nei panni dismessi e sciatti di Jules, donna bellissima che però sembra lasciarsi andare pian piano alle sue paranoie, arrivando ad andare in giro quasi come una clochard, nella convinzione di essere seguita dall’inquilino del palazzo di fronte che, nella sua mente, corrisponde anche al Ragno di cui parlano i telegiornali. La bionda attrice ricorda a tratti la Mia Farrow di Rosemary’s Baby che, per ragioni differenti, si era comunque trovata in una situazione di disorientamento simile, arrivando a sospettare di tutto e di tutti. Insomma, la Okuno tesse una rete molto sottile di sospetti che hanno un piede nella psiche della protagonista ed un altro nella realtà, ma che poi, a mio parere, non concretizza in un finale all’altezza delle aspettative. Il fulcro che rimane però rispettato fino alla fine è quello della solitudine di Jules, della sua tristezza infinita che, nello sguardo finale che rivolge a Francis, ce la dice lunga sulla visione femminista della Okuno riguardo all’ancora oggi imperante maschilismo delle società nord-orientali ed occidentali. Il fatto che lui parli coi suoi colleghi e traduca alla moglie solo quello che vuole ci fa capire come uno degli antagonisti principali della donna sia proprio l’uomo affabile che tra coccole e baci più volte le promette di proteggerla e vegliare su di lei, cosa che invece non farà affatto, non credendo, alla fine, a nessuna delle paure della moglie.

Un ultimo accenno va all’appartamento dove i due prendono dimora, che la regista fa in modo di rendere più inospitale e strambo possibile, sebbene dotato di un bell’arredamento confortevole e piuttosto elegante. Il fatto stesso che le luci non vengano quasi mai accese contribuisce a rendere l’alloggio un luogo cupo ed inospitale, possibilmente foriero di ogni sorta di insidia, così com’è anche quello della vicina, Irina, che dovrebbe offrire rifugio ed un po’ di calore alla povera Jules che vede in questa donna la sua unica amica e forse alleata in quel paese straniero a lei risultato subito tremendamente ostile. I silenzi ed i rumori sono tutti amplificati, e le fredde luci dei corridoi rendono il palazzo simile ad un grande ospedale.

Concludo quindi dicendo che, nonostante il film non mi abbia convinta appieno a causa della totale caduta di pathos nel finale, tuttavia, considerando il fatto che si tratta di un’opera prima, ed anche relativamente low budget, lo stile registico pulito, la grande cura formale e l’attenzione ai dettagli ed ai particolari lo rendono comunque un buon thriller che raggiunge senz’altro la piena sufficienza.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Apple TV, Rakuten TV, Google Play Film, CHILI ed Amazon Prime Video.

https://www.imdb.com/it/title/tt12004038

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